Casa Cucchi

Nella pianta di Milano Bertarelli del 1903, “coll’indicazione dei piani di ampliamento e regolatori esecutivi” si può ammirare a nord della vecchia Stazione Centrale una via Vittor Pisani che, di fatto, non corrisponde più a quella attualmente esistente: più stretta, ma sopratutto inclinata, non ad angolo retto. Tra via “Boscovic” e piazza Andrea Dora – oggi Duca d’Aosta – a metà dell’isolato, si nota una piccola costruzione quadrata: quella piccola costruzione – intorno alla quale mi piacerebbe avere altre informazioni d’archivio – fu oggetto di un teorico “ampliamento” – di fatto una “aggiunta” edilizia – da parte del noto architetto Nazzareno Moretti.


Il 13 febbraio 1903 fu infatti avanzata istanza per la costruzione di una nuova casa di proprietà del sig. Marcello Cucchi, progetto dell’ing. Nazzareno Moretti. La preesistenza fu integralmente conservata – ad eccezione della facciata naturalmente – ed accostata come un corpo a sé stante nel corpo di fabbrica nuovo, che si presentava più largo e più profondo. Si creava così una curiosa configurazione, con una sagoma in pianta dalla forma asimmetrica e che non faceva nulla per nasconderlo; tuttavia tale coraggio viene meno in facciata, giacché si ricorre a qualche stratagemma per regolarizzare e rendere simmetricamente euritmico il prospetto verso via Vittor Pisani. I disegni rispecchiano in pieno lo stile nazional popolare floreale, arricchito però con figure di cigni nel fregio all’ultimo piano che la rendono decisamente particolare. Il repertorio decorativo è decisamente eclettico, le figure muliebri – sfingi greche? – alla sommità delle paraste e anche sopra il portale sembrano lievemente inquietanti…


Il progetto fu così descritto nella relazione allegata: “Casa di nuova costruzione e sopralzo di fabbricato già esistente in modo da formare completamente un grande fabbricato per uso abitazione civile composta di N. 5 piani compreso il terreno – facciata – zoccolo in pietra naturale (Urago) – i contorni di finestre, della porta e la gronda in pietra artificiale (cemento lavorato) – soffitti in cemento armato sistema (Luipold). Tetto con orditure in legname e copertura tegole marsigliesi. Pavimento parte in parquets il resto in mattonelle di cemento. Scale di bevola e parapetto in ferro. Serramenti, finestre verso la via a coulisses, verso giardino a pollice – Acqua potabile – Gas”. Ammetto che, fino alla lettura di questo breve scritto, ignoravo cosa fossero i serramenti a pollice!


Il progetto in ogni caso fu esaminato dalla Commissione igienico-edilizia il 26 febbraio successivo ed approvato con un paio particolari osservazioni di secondaria importanza. I lavori dovettero iniziare subito e di buona lena se già pochi mesi dopo, il 26 giugno, il capomastro Leoni si decise a richiedere la Prima visita al rustico, che fu eseguita il 7 luglio. Il 2 novembre 1903 tuttavia fu avanzata richiesta per un modesto ampliamento, limitato ad un paio di locali ed un passaggio, nell’unità immobiliare del piano rialzato, verso cortile, che, come si vedrà, fu oggetto di particolari problemi. Tale ampliamento fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia il 19 novembre. E’ di un certo interesse notare che la casa, sia pure dignitosa nelle forme, nelle decorazioni e nella distribuzione generosa dei locali, non fosse dotata di allaccio alla pubblica fognatura – giacché non vi era in quel tratto – e nemmeno di acqua potabile: per entrambi questi servizi essenziali si doveva ripiegare rispettivamente al pozzo nero e ad acqua di pozzo.


Il 21 dicembre fu avanzata richiesta finalmente per la Seconda visita, al civile, che fu eseguita due volte, una il 12 gennaio e l’altra il 27 febbraio 1904. Anche la Terza visita, per l’abitabilità, fu eseguita due volte, l’8 ed il 18 aprile 1904. Nella prima furono riscontrati infatti alcuni problemi relativi a quelle verande situate al piano rialzato, oggetto dell’ampliamento di cui sopra, ed in un paio di locali altrove. La querelle fu portata avanti fino alla fine del mese di agosto 1904, quando fu richiesto ennesimo Nulla osta per abitabilità in vista dell’imminente affitto delle abitazioni.


Qualche anno più tardi la sua costruzione essa fu anche destinata a struttura albeghiera: l’Albergo Esperia. Dopo la demolizione della vecchia Stazione Centrale e la conseguente rinumerazione della via, essa assunse il civico 26.

La vita terrena di Casa Cucchi, come per tutte quelle prospicienti via Vittor Pisani, non fu comunque molto lunga: un sessantennio circa, giacché fu demolita in occasione dei lavori eseguiti nei primi anni Sessanta per l’allargamento della strada e la sua rettifica.


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Casa Pini

Il 19 luglio 1903 il sig. Adolfo Pini presentò presso gli uffici comunali la richiesta di Nulla osta per opere edilizie per la realizzazione di una nuova casa in via Vittor Pisani, quella che sarebbe diventato il civico 19. Così è descritta, probabilmente dallo stesso ing. Paolo Bonzanini incaricato del progetto e della direzione lavori:

“La casa, come risulta dagli annessi tipi, si compone di un corpo doppio di fabbrica in fregio alla via Vittor Pisani, e di un corpo semplice al lato nord della carta unita al precedente. Ambedue questi corpi di fabbrica constano del piano terreno rialzato e di quattro piani superiori. La casa è servita da due scale illuminate direttamente dalla corte, da aperture a balconcini. Gli appartamenti ai diversi piani sono formati da 4 a 6 locali ad eccezione del I° piano superiore che fa due soli appartamenti uno di 9 locali e l’altro di 4. La corte ai lati nord e est è limitata dai due corpi di fabbrica suddetti, mentre ai lati sud ed ovest è limitata dai muri di cinta divisori coi giardini rispettivamente di proprietà Erba e Pirelli”.

Descrizione esauriente, che trascura però qualsiasi tipo di questione architettonica e linguistica per limitarsi a raccontare una mera edilizia di una casa d’affitto, il cui compito era quello di offrire una facciata dignitosa, nel rispetto del decoro urbano, caratteristica della città borghese a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Non che ciò costituisse un problema, anzi; Milano oggi ha sembianze di una città proprio in virtù di quel decoro, che entropicamente si dissolve poco a poco per lasciare posto al… nulla.

La cosa migliore della casa è tuttavia proprio la sua facciata, così semplicemente ignorata dal buon ingegnere: classicamente composta, misurata e serena nella consueta ripartizione euritmica tra pieni e vuoti. Chissà se dietro c’è la mano di qualche ignoto architetto o disegnatore! Oppure no, il buon Bonzanini era bravo anche in quello? La planimetria, forse perché adattata ad un lotto già circondato da costruzioni esistenti, pare decisamente meno riuscita, asimmetrica ed un poco sgraziata – tra l’altro con il corpo di fabbrica semplice nel cortile esposto praticamente a sud.

In ogni caso, la Commissione igienico-edilizia esaminò i disegni il 30 luglio 1903 e li approvò senza alcun problema. Via Vittor Pisani all’epoca era ancora non del tutto edificata; per questa ragione tra il 3 ed il 4 agosto successivo furono consegnati i punti fissi e redatto il consueto verbale: “La linea frontale degli zoccoli di detta costruzione dovrà corrispondere alla retta congiungente le massime sporgenze degli zoccoli delle case laterali, l’una in via Vittor Pisani N. 17, l’altra avente accesso in piazza Andrea Doria N. 1”.

I lavori probabilmente iniziarono nello stesso mese di agosto, se già il 12 dicembre fu fatta richiesta della Prima visita, relativa alle opere in rustico; visita che, beninteso, fu poi effettivamente eseguita un mese dopo, il 14 gennaio 1904, riscontrando però ancora la non completezza dei lavori. Una seconda visita suppletiva, questa volta definitiva, fu pertanto eseguita il 15 febbraio successivo. Si riscontra insomma una abitudine che doveva essere piuttosto diffusa a quel tempo: per accelerare i tempi burocratici, probabilmente si richiedevano le visite con un certo anticipo anche se le opere non erano del tutto o non erano proprio terminate.

La Seconda visita, relativa alle opere al civile, fu invece richiesta il 23 giugno ed eseguita il 20 luglio 1904; mentre la Terza visita, per l’abitabilità, fu richiesta il 18 agosto ed eseguita il 6 ottobre 1904. Poco più di un anno di tempo di lavori è un tempo tutto sommato non brevissimo secondo gli standard dell’epoca, in considerazione del livello “medio” della casa in costruzione.

La vita terrena di Casa Pini terminò i primi anni Sessanta, con la realizzazione della “nuova” via Vittor Pisani: circa sessant’anni, piuttosto poco per una costruzione. In ogni caso essa fu giudicata meritevole di essere inserita tra le facciate più interessanti di Milano nella raccolta “Le costruzioni moderne in Italia”, alla tavola 42 – benché risulti il solo nome dell’ing. Adolfo Pini quale progettista e non si menzioni invece l’ing. Paolo Bonzanini che pure firmò i disegni. E’ probabile che il proprietario ingegnere avesse pertanto comunque svolto un certo ruolo, per così dire, progettuale, affiancandosi o, chissà, forse anche sostituendosi talvolta, al buon Bonzanini.


Il civico 19 si riconosce in questa foto dell’aprile 1961, appena sotto le parole “ragazzi anche” dello striscione. (Archivio Storico Fondazione Fiera Milano).

Gran Cinema Teatro Italia

Il 2 gennaio 1915 la Società Galli Meschia & C., società per l’esercizio di cinematografi e per il commercio “delle films”, con sede in Milano, fece richiesta al riparto IV del Comune di Milano per l’utilizzo dei locali ad uso cinematografo nel fabbricato di via San Giovanni in Conca 9 angolo stessa piazza, in quella che poco più di un anno dopo sarebbe stata battezzata come piazza Giuseppe Missori. Siamo già in piena Prima guerra mondiale, anche se il Regno d’Italia, per qualche mese, ne è ancora fuori – e probabilmente gli eventi bellici furono una delle case dei problemi finanziari da parte della Società, che non riuscì a godere pienamente del proprio bene a quanto pare.

Ma cominciamo con ordine.

I disegni, a firma dell’arch. Cesare Benni, rappresentano solamente la porzione smussata della esistente casa Nobili, con la pianta, sezione e facciata, del piano terreno del fabbricato, tra via e piazza San Giovanni in Conca. Il motivo principale della facciata è la ricca ed elaborata pensilina d’angolo in ferro a protezione degli ingressi al cinematografo, mentre la planimetria tradisce, nonostante l’abilità progettuale, la preesistenza del fabbricato riadattato allo scopo. La sala per gli spettatori sarebbe stata ricavata utilizzando una tettoia già esistente, opportunamente decorata secondo il gusto del tempo. Il resto dei lavori sarebbe consistito in un generale lavoro di riordino del piano terreno, sopprimendo scale ed anditi inutili e regolarizzando, per quanto possibile, la distribuzione interna nei limiti consentiti dalla particolare sagoma irregolare del fabbricato, confinante, come si è accennato, alla chiesa evangelica di San Giovanni in Conca. La Commissione igienico-edilizia comunque esaminò ed approvò il progetto del cinematografo il 1° aprile 1914, con una nota relativa alla regolarità della pensilina.

Il 24 aprile 1914 fu rilasciato, dopo qualche difficoltà burocratica, Nulla osta per opere edilizie relative all’adattamento di locali ad uso cinematografico nel palazzo di proprietà degli eredi Nobili, in via San Giovanni in Conca; si trattava di un bel palazzo ottocentesco, costruito durante la realizzazione di via Carlo Alberto, adiacente alla antica chiesa di San Giovanni in Conca, già mutilata e parzialmente riadattata. 

Nei primissimi giorni di gennaio del 1915 il Gran Cinema Teatro Italia ottenne infine l’abitabilità e già pochi giorni dopo esso era pronto per l’inaugurazione:

“Milano, sempre pronta alle maggiori prove di entusiasmo, di abnegazione, è chiamata ancora una volta a un’opera di patriottismo.

E’ la Dante Alighieri che lancia un appello al gran cuore di Milano e la invita a fare del bene.

Appoggiando l’ardita iniziativa di una giovane e forte Ditta, si è assicurata di consacrare l’apertura del Gran Cinema Teatro Italia, in piazza San Giovanni in Conca, con uno spettacolo inaugurale.

Domani sera, 15 corrente, alle ore 21, parlerà il professore Avancinio Avancini il quale rievocherà con parola alata “I fratelli d’Italia”.

A questa conferenza seguirà la rappresentazione cinematografica della “La Gerla di Papà Martin”, la più perfetta, la più squisita interpretazione del sommo Ermete Novelli che ha saputo profondere tesori della sua arte in questo capolavoro.

Farà seguito un’altra film [sic!] di carattere patriottico, assolutamente inedita sulla quale si mantiene il segreto volendosi che essa costituisca una gradita, inattesa sorpresa. Così il pubblico più eletto di Milano darà sotto gli auspici della Dante al Gran Cinema Teatro “Italia” il battesimo di italianità più puro, battesimo che gli sarà di felice augurio nel cammino della sua vita”.

“Il Gran Cinema Teatro Italia, di piazza S. Giovanni in Conca, inaugurato, come è noto, venerdì sera con una conferenza del prof. Avancinio Avancini a beneficio della “Dante Alighieri”, ha incontrato immediatamente il favore della cittadinanza. Nella sola giornata d’ieri, il Gran Cinema Teatro Italia è stato il ritrovo preferito di ventimila persone, le quali, oltre la signorilità e la bellezza dei locali, hanno assai ammirato le belle cinematografie costituenti il ricco e variato programma.

Oggi si ripeterà “La gerla di papà Martin”, e domani si inizierà un altro capolavoro cinematografico “Il Fornaretto di Venezia””. 

A seguito di una richiesta del Delegato Mandamentale, il 25 gennaio 1916 fu inviata, al posto dei disegni non più reperibili, una fotografia della notevole pensilina in ferro che ornava gli ingressi del Cinema Teatro: eliminato purtroppo il contesto, la foto illustra il piano terreno, da due punti di vista, del Gran Cinema Teatro Italia con una meravigliosa ed elaborata pensilina in ferro che però non corrisponde esattamente ai disegni del marzo 1914. La foto di sguincio ritrae la pensilina vista dalla piazza; le locandine mostrano il film “La Divette del Reggimento”, proiettato da giovedì 16 marzo a venerdì 17 marzo 1916, mentre la foto frontale mostra “Il Grande Veleno” e numerose persone in posa di fronte al fotografo.

Il cinema chiuse nel 1939 per le previste demolizioni che interessarono l’area del quartiere Tre Alberghi e Bottonuto.

(Gran Cinema Teatro Italia, Via San Giovanni in Conca 9 – α 1914 / ✝︎ 1938)


Casa per impiegati della Società Umanitaria

Articolo tratto da “LE CASE POPOLARI E LE CITTÀ-GIARDINO”, anno I, Fasc. 9, s.d. ma 1910.

https://archive.org/details/case_popolari_citta_giardino_n09/page/218/mode/2up

“La benemerita Società Umanitaria dopo avere provveduto alla costruzione di case popolari igieniche ed a buon mercato, volle pure dare una abitazione igienica, sana ed a un prezzo equo ai propri impiegati.

A questo scopo ne affidò alla Soc. Cooperativa ‘“ La Casa,, la costruzione in un terreno di sua proprietà in via M. Fanti di due fabbricati per raccoglierli tutti in una sola casa ed in immediata vicinanza cogli uffici in cui essi prestano servizi.

Questa casa che è già abitata dagli Impiegati della Società Umanitaria, si compone di due corpi di fabbrica isolati, con luce di finestre, e porte da tutti i lati. Questi due fabbricati, distanti fra loro

m. 12,50, sono collegati a mezzogiorno da due corpetti di allacciamento limitati al piano terreno e destinati a contenere l’ingresso e la portineria. Entrambi i fabbricati sono composti di quattro piani compreso il terreno, più un quinto piano limitato alla parte centrale, e la parte non occupata dall’ultimo piano è sistemata a terrazzi praticabili con doppia pavimentazione.

I soffitti sono eseguiti con poutrelles di mm 140 distanti da asse ad asse 1 mt. con tavelloni di spessore cm. 7 ‘/, e relativi copriferri, con riempi- mento di detriti di scorie di carbone. | soffitti invece dei locali di servizio, balconi e ripiani di scala sono in cemento armato a semplice soletta.

Ogni corpo contiene 60 locali circa tra grandi e piccoli ed è suddiviso in alloggi da due a sette locali ciascuno.

Ogni alloggio è munito di latrina inglese, di gabinetto da bagno con vasca in ghisa porcellanata e lavabo di maiolica bianca.

I pavimenti sono in tavelle di larice asfaltate a spina pesce, in piastrelle di cemento a finto mosaico, in piastrelle di cemento intarsiate ed in piastrelle comuni, applicati in proporzioni quasi uguali.

Le facciate sono di cemento martellinato a finta pietra in stile semplice non disgiunto da una certa eleganza. La casa è munita dell’impianto centrale a termosifone ed i locali, ad eccezione delle cucine, sono tutti riscaldati”.

Nel numero di marzo 1915 della rivista mensile “Città di Milano : bollettino municipale mensile di cronaca amministrativa e di statistica” è pubblicata una interessante fotografia di piazza Umanitaria. Si nota a sinistra un fabbricato in costruzione – l’attuale civico 2, tuttora esistente – mentre a destra un edificio a due corpi collegati tra loro, con bovindi, l’ormai scomparso civico 1. Quest’ultimo era di proprietà della Società Umanitaria ed è descritto in una pubblicazione del 1929, da cui è tratta la foto sottostante, ancora come una “casa per impiegati”: mi piace questa architettura misurata, composta, articolata su tutti i fronti e mi spiace che non esista più.

Il censimento urbanistico del 1946 indica infatti che il fabbricato come sinistrato per il 25%, motivo sufficiente, a quanto pare, per demolirlo completamente qualche anno più tardi.

Nonostante le mie ricerche presso l’Ornato Fabbriche di Milano, non ho rintracciato il suo fascicolo edilizio, con ogni probabilità andato perduto.


Fattoria Volontè

Fa un po’ impressione prendere in mano le pagine ingiallite conservate presso l’Archivio Ornato Fabbriche di Milano, datate nella prima metà del maggio 1916, pochi giorni prima della terribile offensiva dell’esercito imperiale e regio austriaco nota col nome di “Frühjahrsoffensive” o più spesso come “Strafexpedition”, e leggere le “ingiunzioni” che la municipalità inviava al signor Luigi Volontè, abitante in viale Lombardia al civico 55, intorno a questioni inerenti una semplice recinzione. Mentre in quelle settimane l’ufficio tecnico comunale inviava rapporti e decreti, sugli altopiani tra Veneto e Trentino sarebbero morti decine di migliaia di uomini come se niente fosse – e gli ingegneri inviavano note e commenti su come realizzare una recinzione di proprietà ai sensi del regolamento edilizio!
Qualche attenuante, tuttavia, possiamo provare a rintracciarla: fin dal 1911, infatti, la questione della cancellata si era posta in tutta la sua importanza agli occhi severi del Commissari edilizi, come vedremo in seguito; pertanto l’annoso strascico si protrasse, suo malgrado, fino a guerra inoltrata più o meno indipendentemente dalla volontà degli attori in gioco, come mera conseguenza di un peccato originale.
Un peccato originale che ebbe inizio il 25 aprile del 1911, con la richiesta di Nulla osta per opere edilizie, e contestuale verbale di consegna dei punti fissi, per la costruzione di una villa ad uso “abitazione e lavorerio tipografia” all’angolo di viale Lombardia con quella che all’epoca era l’area destinata alla ferrovia, dalle parti dell’Acquabella. Il sig. Luigi Volontè, abitante in via Rivoltana 32 – oggi sarebbe via Giovanni da Milano – proprietario del lotto, incaricò l’ing. Eugenio Crespi di realizzare un progetto piuttosto particolare, in stile neoromanico e curiosamente piuttosto povero di decorazioni, moderatamente articolato ma non privo di un certo fascino. La zona a quel tempo doveva essere praticamente campagna: esistono delle fotografie della famiglia del sig. Volontè intorno al 1906, nelle campagne immediatamente adiacenti a via Rivoltana e dintorni che mostrano una pianura piatta con rade costruzioni qua e là.


Forse per questo carattere decisamente suburbano la costruzione sarebbe stata poi nota col nome di “Fattoria Volontè”, con vendita di prodotti agricoli e latte – anche se non prodotti in loco naturalmente; una cartolina pubblicitaria degli anni Venti magnifica oltre ogni limite dignitoso le bellezze del luogo e dei suoi prodotti, ed è di un certo interesse la nota, buttata lì con noncuranza, intorno alle misteriose e lontane origini trecentesche della costruzione – boutade priva di riscontro storico naturalmente, anche se non è impossibile che il casuale ritrovamento di qualche mattone abbia fatto scattare il bonario inganno a scopo pubblicitario.
Il progetto dell’ing. Eugenio Crespi fu esaminato una prima volta dalla Commissione Edilizia il 24 maggio 1911, senza particolari osservazioni di sorta ed il Nulla Osta rilasciato il 17 giugno seguente. Il 29 luglio 1911 il capomastro Tornaghi fece già domanda relativa alla Prima visita, quella al rustico, indicando anche il progetto della nuova cancellata che era stata prevista; e qui ha inizio un lungo braccio di ferro, che sarebbe durato anni, tra la Commissione edilizia, che respinse senza mezzi termini l’estetica di tale recinzione, con la proprietà Volontè.


La visita al rustico fu infine eseguita il 22 novembre 1911 e si dovette attendere piuttosto a lungo, per gli standard dell’epoca, per la seconda visita, al civile, che fu richiesta il 12 giugno 1912 ed eseguita addirittura il 5 settembre; si nota decisamente uno slittamento dei tempi di esecuzione delle opere, forse dovuto, sulla base di qualche nota a margine nei documenti relativi alle tasse daziarie, a qualche ritardo nei pagamenti. A sostegno di questa tesi vi è infatti la terza visita, che fu richiesta due giorni dopo aver terminato la seconda.
Alcune fotografie fortunosamente conservate e circolate in rete mostrano la casa probabilmente poco tempo dopo il suo completamento, intorno al 1912 o 1913, priva ancora della recinzione definitiva che, come detto, fu oggetto di una lunga diatriba burocratica con gli uffici comunali. Il linguaggio è eclettico ma con moderazione: non si trovano le caratteristiche pastiche euforiche rintracciabili altrove, in una sorta di furore compositivo privo di misura: al contrario, il tentativo qui è assolutamente moderato, quieto, sereno.
La “fattoria” fece bella mostra di sé per un tempo tutto sommato limitato, poco meno di un trentennio, sostituita dal fabbricato di via Giuditta Sidoli 23 della Soc. An. Imm. Aidyl.


Cinema Meda

Non riesco a non osservare i disegni ingialliti di questa banale sala cinematografica di periferia senza immaginare, tuttavia, a quante cose irripetibili sono accadute in questo luogo: esattamente il difetto che un mio vecchio amico di tanti anni fa mi rimproverò un pomeriggio di sole, sorseggiando un tè al latte ed ascoltando Elton John: “tu tendi sempre a romanzare la Storia, mio caro, e ciò non è affatto giusto”. Ricordo la luce che dalle ampie finestre all’ultimo piano di quella casa di via Crema penetrava nel soggiorno accogliente, facendo baluginare la polvere di fronte a me – mi spiacque udire quel severo giudizio, ma, arrivato alle soglie del mezzo secolo, devo riconoscere non solo che fosse nel giusto, ma che ciò ha sempre costituito parte del mio modo di vedere tutte le cose.

Così vedo quei posti a sedere, disegnati a mano, e penso inconsapevolmente a coloro che si sono seduti: gli innamorati, le coppie, donne sole, anziani in cerca di calore, ragazzini… “che facciamo oggi?” – “Al Meda danno questo… ci andiamo?” – “non posso, non ho soldi…” – “dai, te li dò io e la prossima volta paghi tu”… 

Tutto qui. Lascio che la mia immaginazione vaghi qua e là pensando a coloro che si sono dati appuntamenti là per la prima volta, nervosi come solo gli innamorati sanno esserlo, in attesa e nella speranza di un abbraccio proibito, di un bacio stampato, magari anche sulla guancia, di qualcosa che permettesse di tornare a casa di notte felici – camminando nel rigagnolo, ma rimirando le stelle – perdendosi un poco per tornare un po’ più tardi e lasciando che le impressioni di una gioia effimera non scomparissero di colpo. Oppure no: la tensione di provare a prendere la mano della ragazza per tutta la durata del film e non riuscirci! O viceversa, la speranza di una dolce fanciulla di essere, come nei film, abbracciata da quel bel tomo che la faceva sempre così ridere quando lo incontrava per strada, andando a fare spesa…

Basta così. Questo è sufficiente, credo, per illustrare tutto ciò che devo sforzarmi di non scrivere quando compongo le mie Cronache Edilizie

Il 24 dicembre 1923 – si, il giorno successivo all’antivigilia di Natale – fu protocollata richiesta di Nulla Osta per opere edilizie relativamente ad una abitazione e cinematografo in via Giuseppe Meda 49, proprietaria la signora Angela Belloni in Boneschi e direttore dei lavori ing. Vittorio Bernasconi. Credo possa non essere inutile una brevissima digressione intorno ad una curiosità intorno ad alcune coincidenze che a mio parere non possono non indicare dei solidi rapporti di lavoro: l’ing. Vittorio Bernasconi infatti risulta il progettista di Casa “Mariani”, sita in via Galvano Fiamma, civico 30, a sua volta indirizzo dell’esecutore dei lavori del Cinema Meda, il geom. Claudio Mariani, della impresa “Mariani e Toninetti”.

Il progetto, già approvato dalla Commissione speciale di Vigilanza sui Teatri, è così descritto nella breve relazione: “Verso strada uno stabile composto a piano terreno di antisala del cinematografo, ai piani superiori di locai uso abitazione n. 11 ed all’interno di una sala per spettacoli cinematografici” – scarna illustrazione di un fabbricato ad uso misto in una zona periferica della città. La bassa costruzione, alta due piani, con il piano secondo a corpo singolo, si pone asimmetricamente verso strada senza particolari articolazioni volumetriche o velleità architettoniche: l’impressione che emerge dai disegni è quella di un fabbricato da affittare nel quale è stato aggiunta la sala cinematografica nel cortile per massimizzare i guadagni. Il quartiere a sud della circonvallazione esterna nei primi anni Venti era ancora in gran parte inedificata ed oggettivamente “lontana” dal centro cittadino, che gravitava più a nord, oltre la sua distanza effettiva

A distanza di pochissimi giorni dalla protocollazione del progetto tuttavia, con una tempistica anomala a cavallo delle festività natalizie, il 28 dicembre, fu comunicata l’intenzione di procedere ad una variante: i disegni, mostrano essenzialmente lo spostamento della scala, che dall’estrema destra sarebbe stata spostata verso il lato sinistro: in questo modo invece di due soli appartamenti – uno molto grande con dieci locali al piano primo e un bilocale in quello superiore – sarebbe stato possibile ottenerne ben quattro di estensione più ridotte. Tale modifica avrebbe comportato anche qualche rettifica al prospetti. Credo che sia anche di un certo interesse il fatto che i disegni del buon ingegnere non rappresentano completamente la copertura del fabbricato, in modo da farlo sembrare “più basso” rispetto alle sue effettive dimensioni. 

La Commissione esaminò la prima versione il 30 gennaio del 1924, senza particolari obiezioni – ed è pertanto probabile che si comportò analogamente in occasione della successiva variante. Come era costume del tempo i lavori dovettero procedere molto rapidamente se già il 10 giugno successivo fu avanzata richiesta di Prima visita, quella relativa alle opere al rustico; tuttavia è da notare che il Nulla Osta per opere edilizie fu rilasciato solamente il 25 agosto 1924, a causa di alcune firme mancanti da parte della ditta esecutrice dei lavori: assenza di titolo edilizio, denunciata regolarmente e notificata il 2 aprile, che evidentemente non fermò i lavori in corso. Qualche rallentamento tuttavia dovette comportarlo, se la seconda visita fu richiesta solamente il 30 gennaio 1925.

La Seconda visita, al civile, e quella relativa all’abitabilità furono eseguite a quanto pare il medesimo giorno, 23 marzo 1925, senza particolari problemi. Termina qui il fascicolo edilizio ed inizia, molto probabilmente, la storia tutto sommato breve di quello che sarebbe diventato il Cinema Meda; nell’ottimo sito di Giuseppe Rausa tuttavia la data di inizio attività della sala è indicata genericamente “fin dal 1920 circa” con almeno una proiezione avvenuta nel 1922; nei documenti non si menziona una costruzione preesistente ed è forse possibile che si trattasse semplicemente di una costruzione provvisoria all’aperto; ma il consistente elenco di pellicole proiettate nel 1924 sembrerebbe dimostrare l’apertura effettiva della sala cinematografica qualche mese prima almeno rispetto all’abitabilità effettiva dei locali. Naturalmente la posizione periferica della struttura avrebbe di fatto facilitato una attività più o meno regolare; riesco ad immaginare l’impaziente signora Belloni che sollecita in dialetto l’occupazione dei locali, ai suoi occhi ormai completamente terminati, per cominciare a rientrare delle spese sostenute!

Il fabbricato fu probabilmente demolito intorno alla metà degli anni Sessanta, per costruire una nuova sala e l’attuale casa attualmente esistente.




Il mercato rionale di piazzale Lagosta

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il mercato di piazzale Lagosta – al tempo chiamato ancora viale Zara – fu l’ultimo dei cinque ad essere inaugurato il 21 dicembre 1930. Esso era grande 960 mq, di cui coperta 670 mq, per un totale di 13 campate di metri 8 x 4 in grado di ospitare 56 banchi di vendita. La lastra A 7609 conservata al Civico Archivio Fotografico illustra il mercato di viale Zara poco dopo la sua inaugurazione.

La vita terrena del mercato terminò nell’agosto 1943, distrutto dalle incursioni aeree; esso rientrò nel programma di ricostruzione avviato nel gennaio 1944, ma non è chiaro se fu oggetto effettivo di lavori oppure no. In ogni caso, esso fu ricostruito – ma in mattoni – nel dopoguerra ed inaugurato nuovamente il 30 marzo 1946.


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Il mercato rionale di viale dei Mille

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il 20 dicembre 1930, penultimo fra i cinque, fu inaugurato alla presenza di varie autorità il mercato di viale dei Mille, progettato per il quartiere Monforte; le lastre, conservate al Civico Archivio Fotografico, A 7610 e A 7619 mostrano proprio il mercato poco tempo dopo la sua inaugurazione: la superficie del mercato recintato era pari a 1.000 mq, di cui coperta 700, per un totale di 15 campate e 64 banchi di vendita; la dimensione delle campate fu di metri 7 x 4.

Il mercato di viale dei Mille fu distrutto – insieme a quasi tutti gli altri – durante le incursioni aeree del 1943; le opere di ricostruzione, avviate nel gennaio 1944, in totale o quasi assenza di materiali ferrosi, furono di fatto limitate ad un mero perimetro per delimitare i banchi di vendita.


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Il mercato rionale del Verziere vecchio

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Naturalmente il Verziere era tradizionalmente luogo di mercato da molto tempo, con bancarelle più o meno regolamentate; nel 1930 semplicemente si decise di aggiungere a quelle esistenti una piccola struttura – soli 350 mq, di cui coperte 250, per 5 campate di dimensioni 6,20 x 4 metri, per un totale di 22 banchi di vendita. Esso fu inaugurato – leggasi semplicemente “aperto” – il 17 dicembre 1930:

“Alla presenza del podestà duca Marcello Visconti di Modrone e con il concorso di numerosa folla, si è inaugurato ieri mattina [17 dicembre 1930] il Mercato rionale al Verziere vecchio; con il podestà si trovavano i due vice-podestà, il segretario generale, il comm. Mataloni, vice-preside della Provincia e fiduciario del Gruppo rionale “Sciesa”, e numerosi funzionari del Comune”.

 (L’inaugurazione del nuovo Mercato al vecchio Verziere nel “Corriere della Sera” del 18 dicembre 1930)

Come era prevedibile, il mercato rionale del Verziere fu subito giudicato largamente insufficiente per i bisogni del popoloso quartiere; come è noto, il problema fu poi risolto rendendolo… meno popoloso, demolendo dopo qualche anno tutto il lato dei civici pari. A parziale giustificazione si può osservare che esso non era destinato alla vendita dei prodotti ortofrutticoli, lasciati alle bancarelle ambulanti tradizionalmente presenti nella via. 
La fotografia di Vincenzo Aragozzini, lastra A 7618 del Civico Archivio Fotografico, mostra ancora una volta il fascino di una via dignitosa e popolare ad un tempo, la cui distruzione è una ulteriore medaglia al disonore per coloro che hanno poi realizzato cio’ che ne ha preso il posto.


Il mercato al “Verziere vecchio” non ebbe vita lunga: fu infatti demolito già nel febbraio del 1935.


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Villa Molteni Vigano’

Ad una settimana dal Natale del 1889 Milano ed i milanesi si preparavano a due cose: alle esposizioni speciali delle strenne esposte ai Grandi Magazzini Bocconi, che, per lire Cinquanta, erano in grado di vestire da capo a piedi un gentiluomo e, per una lira in meno, la sua signora[1]; all’incombente influenza, raccomandando di non uscire nelle dannosissime umide ore notturne e mantenendo una dieta sana. Le lampade elettriche, alte quasi otto metri, solo da quattro anni illuminavano con il loro bagliore bianco e vivido una piazza Duomo priva ancora del monumento al Re Vittorio Emanuele, ma bastava allontanarsi dalla piazza per tornare a quelle a gas, basse, rossicce e tremolanti.

Negli stessi giorni del dicembre 1889 furono altresì presentati per conto della signora Adele Molteni i disegni, firmati dall’ing. Enrico Brotti[2], relativi alla costruzione di un “fabbricato sulla nuova via diagonale di San Gregorio” – in altre parole quella che sarebbe diventata successivamente via Napo Torriani, che a quel tempo era ancora una landa solo parzialmente edificata ai margini di una Milano in rapida espansione.

I disegni rappresentano un lotto di forma pentagonale, tra le attuali vie Carlo Tenca e Napo Torriani, con il piccolo fabbricato collocato a confine nel margine sud-ovest, in modo da lasciare completamente a giardino tutto il resto del terreno; ci troviamo di fronte ad una soluzione suburbana a bassa densità, che non risolve la possibilità di utilizzare la ghiotta posizione d’angolo limitandosi a gestire il rapporto con le adiacenze “da codice civile”. La sagoma della costruzione era quasi quadrata, con un ingresso modesto da via Cappellini ed una gestione distributiva dei locali assolutamente nell’ambito della consuetudine, sviluppandosi su tre piani dal seminterrato al primo, con quattro locali più servizio al piano rialzato ed uno analogo al piano primo. Naturalmente per la sua realizzazione si prevedeva l’utilizzo di murature di mattoni pieni, con muri portanti perimetrali ed uno di spina, con frequenti aperture finestrate con cornici in pietra ed un piccolo balcone. La presenza di camini e numerose canne fumarie suggerisce l’assenza di un vero impianto di riscaldamento, certamente troppo oneroso per una costruzione di dimensioni limitate come questa secondo gli standard del suo tempo.

Il progetto risulta approvato dalla Commissione igienico-edilizia già il 9 gennaio 1890, mentre il successivo 6 febbraio fu redatto il verbale di consegna dei punti fissi. Non può che stupire apprendere che già il 10 febbraio 1890 il capomastro Angelo Galimberti fece domanda per la Prima visita, al rustico, relativa alle strutture; pare davvero inverosimile che in soli quattro giorni di lavori le strutture murarie possano già essere state completate e poco probabile che siano state iniziate prima della consegna dei punti fissi; rimane pertanto la possibilità che si tratti di una consuetudine dei capomastri del tempo di chiedere rapidamente le visite previste dal Regolamento Edilizio[3] in modo da ottimizzare le tempistiche, giacché era necessario attendere obbligatoriamente degli intervalli di tempo minimi tra una e l’altra. In ogni caso, la Prima visita ebbe luogo il 22 marzo seguente – pertanto il buon capomastro Galimberti fece probabilmente bene ad anticipare i tempi – riscontrando un paio di irregolarità di poco conto[4].

La domanda per la Seconda visita, per le opere al civile, fu prontamente richiesta dall’accorto capomastro già il 24 marzo, dopo appena due giorni quella al rustico, e fu eseguita il 12 aprile 1890. Ad ogni buon conto, la domanda per la Terza ed ultima visita, necessaria per l’abitabilità, fu avanzata solamente il 29 giugno ed eseguita il giorno 11 luglio 1890, con la casa terminata ed i locali dichiarati ancora vuoti[5]. Il suo esito fu positivo e permise l’occupazione dei locali a partire dal 29 settembre, tradizionale giorno milanese dedicato ai cambi di residenza.

Il villino risulta ancora esistente fino al 1930, successivamente fu demolito per lasciare il posto all’attuale fabbricato di via Lepetit 3.


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[1]La serie n. 2, per signore, prevedeva: 1 paletot, 1 manicotto, 1 berretto, 1 pajo di stivaletti, 1 fichus, 1 taglio d’abito, 3 paia di calze, 6 fazzoletti, 1 scatola di farcine ed 1 sapone; la serie n. 3, per signori, 1 paletot, 1 calzone, 1 gilet a maglia, 2 camicie, 2 mutande, 2 corpetti, 6 paja di calze, 6 fazzoletti, 1 cravatta ed 1 fornitura di bottoni. Cinquanta lire corrisponderebbero oggi a circa 230 euro.

[2]L’ing. Enrico Brotti (Milano, 1844-16.121909), noto professionista che lavorò anche presso l’Ufficio Tecnico Municipale) e l’Istituto Case Popolari.

[3]Il Regolamento Edilizio tra l’altro fu pubblicato il 22 maggio 1889, pochi mesi prima dell’istanza della signora Molteni.

[4]Può essere di un certo interesse rilevare che nel documento la costruzione risulta ancora situata “in via San Gregorio” e di proprietà del sig. Ermete Viganò, coniuge della signora Molteni. Il dr. Viganò era Delegato centrale del riparto III di sorveglianza del Comune di Milano.

[5]Anche in questo documento permangono incertezze intorno alla localizzazione del fabbricato “a nord della stazione centrale” mentre si chiarisce finalmente lo stato di matrimonio esistente tra Adele Molteni ed Ermete Viganò, che erano stati citati alternativamente come proprietari in quelli precedenti.

(Villa Molteni Viganò, via Napo Torriani 16, α 1889-91 – ✝ 1930 circa)