Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi 

Piazza Tommaseo post 1902 ante 1911.

Premessa

Chi dovesse capitare, passeggiando senza meta – che è il modo migliore per conoscere la città di Milano – in piazza Tommaseo rimarrebbe probabilmente stupito nell’individuare, più o meno immediatamente, un fabbricato recente – sul quale preferisco sorvolare… – rispetto ad un insieme omogeneo stilisticamente: lo scritto che segue intende rintracciare naturalmente ciò che vi era prima, un basso edificio a due piani…

* * *

Il sig. Alfredo Zoppi era titolare di una fabbrica di catene d’oro e braccialetti in genere in via Spadari 1 angolo via Torino; secondo l’Archivio della Camera di Commercio di Milano, la sua attività risaliva almeno al 1892, anche se risulta una interruzione ed una ricostituzione: è possibile che sino al 1897, insieme al sig. Del Torre, avesse un laboratorio in via Spadari 1 e successivamente, da solo, in via Petrarca 26, di fatto in piazza Niccolò Tommaseo. Via Spadari infatti fu oggetto di interesse da parte degli urbanisti proprio tra la fine del XIX secolo e l’nizio del XX: il lato destro, civici pari, fu infatti demolito nell’ambito dei lavori di allargamento di via Orefici e della realizzazione di piazza Cordusio, avvenuti nel corso di qualche anno a partire dal 1887, che permisero la distruzione completa dell’isolato compreso tra le vie Spadari, Ratti, Armorari ed Orefici e la sua riconfigurazione; il lato sinistro, civici dispari, gli sopravvisse per qualche tempo ma le demolizioni iniziarono nel 1901 e si conclusero dopo qualche anno. È pertanto probabile che Alfredo Zoppi ed il suo laboratorio, in via Spadari 1, angolo via Torino, fossero stati costretti a spostarsi dai fabbricati per i quali era previsto esproprio e demolizione e ad individuare un’area dove collocare la propria attività.

Le fortune forse arrisero allo Zoppi se, invece di scegliere di continuare a lavorare in centro, in un fabbricato non di sua proprietà, scelse infine l’azzardo di costruire ex novo uno stabilimento con annessa abitazione civile in quella che nel 1900 era praticamente estrema periferia, nei nuovi quartieri di recentissima fabbricazione dopo il Castello Sforzesco. Quando il 23 febbraio 1900 egli richiese i punti fissi per la sua futura costruzione, non aveva ancora presentato la richiesta edilizia; via Petrarca terminava in piazza Tommaseo che era ancora lungi dall’essere completamente edificata. Il tracciamento fu pertanto piuttosto agevole, dato che si trattava semplicemente di congiungere con una linea retta gli zoccoli degli unici due fabbricati esistenti in quel tratto di via Petrarca, ovvero via Mascheroni 18 e via Petrarca 20.

La richiesta di nulla osta per la costruzione di una “piccola casa  ad uso abitazione con unito lavorerio per oreficeria, corte e giardinetto” del sig. Alfredo Zoppi fu protocollata il 27 aprile seguente, progetto dell’ing. Giacomo Santamaria e capomastro Augusto Zucoli. I disegni presentati illustrano una costruzione  a due soli piani, graziosa e garbata, che cela la destinazione industriale senza rivelare alcunchè, accattivante per l’asimmetria piacevolmente mossa della facciata. La distribuzione dei locali dell’abitazione è ordinaria, medante due ingressi ed un vano scala, mentre ancora più semplice è il retrostante stabilimento, ad una sola campata, che occupa metà del lotto. Una cartolina pubblicitaria mostra la casa e lo stabilimento in alcuni disegni celebrativi, ma complessivamente veritieri, isolato tra via Petrarca e piazza Tommaseo – come effettivamente le mappe del tempo mostrano realmente.

Il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, con qualche nota,  il 10 maggio 1900 e i lavori procedettero con la consueta rapidità del tempo, tanto che già l’11 agosto il capomastro Zucoli richiese la prima visita al rustico, che fu effettivamente eseguita il 28 agosto, in cui tuttavia si rilevarono alcune opere ancora da terminare. Il mese seguente fu richiesta la seconda visita al civile, che fu eseguita infatti il 27 settembre 1900, nella quale si sottolinea però che la facciata non era ancora stata completata; un esito negativo naturalmente comportava una ulteriore visita – suppletiva – con ulteriori spese da parte della committenza. La seconda visita, questa volta terminata la facciata, fu richiesta pertanto il mese seguente, il 20 ottobre; non si comprende pertanto la ragione per richiedere tempestivamente visite da parte degli ingegneri comunali pur nella consapevolezza dello stato reale dei lavori. Questo comportamento medesimo si ripeterà l’anno seguente, per ulteriori visite eseguite a causa di alcune varianti, come vedremo.

Il 23 gennaio 1901 fu concessa la collocazione del mobilio nei locali al piano terreno ad uso lavorerio, per il quale il 10 marzo 1901 fu richiesta la visita sanitaria per abitabilità entro il 25 marzo. Tuttavia la presenza di un ripostiglio presso un cavedio, in fondo al cortile, rese necessaria la richiesta di ulteriori visite tecniche per il collaudo, ritardando pertanto i lavori di qualche mese: senza entrare in dettagli, è sufficiente evidenziare che ancora nell’ottobre 1901 fu richiesta la copertura del cavedio mediante apposita tettoia, ulteriore variante che allungò ulteriormente i tempi di realizzazione della casa e dello stabilimento. Nel maggio 1901 la mancata pavimentazione del cortile rese vana la terza visita, quella sanitaria necessaria per l’abitabilità, con tanto di ingiunzione da parte del Comune di termnare i lavori entro la fine del mese seguente.

Le visite sanitarie furono più d’una e si conclusero il 15 novembre 1901, data che possiamo ragionevolmente prendere come fine lavori definitiva del complesso. Una vicenda travagliata e piuttosto lunga per una costruzione di dimensioni limitate e dalla difficoltà tecnica relativa; naturalmente un certo ruolo può essere stato svolto dalla fretta per insediarsi nel nuovo fabbricato, data la demolizione in corso di quello di via Spadari. Per questo motivo le visite al civile e quelle sanitarie furono molteplici ed anche parziali, ma evidentemente lo Zoppi doveva avere una certa fretta per ragioni contingenti che possiamo ben comprendere.

Dopo solamente dieci anni, la piccola costruzione fu oggetto di lavori di sopralzo che sono interessanti in quanto avrebbero posto il problema di mantenere una certa aderenza stilistica – questione facilmente risolvibile – in parziale conflitto con nuovi regolamenti edilizi.  Il 24 luglio 1911 fu infatti protocollata la richiesta per il sopralzo della abitazione, con spostamento della scala e demolizione dello stabilimento del cortile al fine di realizzare un giardino: una trasformazione importante, da collegarsi con ogni probabilità alla cessazione dell’attività dello Zoppi. 

I disegni allegati sono molto curati nei dettagli, nella volontà, forse della stessa commttenza, di rispettare le linee stilistiche della casa: infatti fu esattamente ripreso il motivo, piuttosto caratteristico, del particolare tetto con timpano dal sapore tipicamente “chalet”.  Naturalmente fu necessario modificare le aperture e gli ingressi, data la necessità di aggiungere una scala, ma il nuovo progetto è assolutamente mimetico rispetto a quello originario. Con la demolizione dello stabilimento retrostante fu possibile aggiungere un piccolo portico.

Il progetto ottenne il parere favorevole della Commissione igienico-edilizia già il 2 agosto seguente; tuttavia i lavori di demolizione e ricostruzione non erano certo di poco conto, tanto che la Prima visita, al rustico, fu richiesta dal capomastro Antonio Santini solamente il 23 dicembre 1911 ed eseguita il 15 febbraio 1912. La Seconda visita, per il nuovo piano secondo al civile,  fu richiesta il 6 maggio ed eseguita il 23; i problemi riguardo il piano sottotetto emersero durante la visita per l’abitabilità del 14 ottobre 1912: se in generale non vi furono problemi per i nuovi locali al piano secondo, qualche problema fu rilevato per il locale sottotetto: fu pertanto rilasciata una licenza di occupazione parziale dei locali ad eccezione del sottotetto non regolamentare; successivamente alla visita si constatò che esso era privo di domanda di occupazione e “scoperto di licenza il locale sottotetto perché non regolamentare per altezza e non adatto all’uso di dormitorio. Si chiede appunto al Delegato del Mand. 4° se detto locale è occupato e per quale uso”. Prontamente il Delegato si recò a verificare la destinazone d’uso del locale sottotetto, annotando che effettivamente esso era utilizzato come “dormitorio” per la domestica. 

La questione è di un certo interesse perché l’abitabilità dei locali sottostanti il particolare tetto a timpano originario era evidentemente possibile con il Regolamento Edilizio del 22 maggio 1889, ma decisamente no con quello successivo. La volontà di mantenere lo stile originario, apprezzabile dal punto di vista del linguaggio architettonico, si rivelò controproducente a livello eminentemente pratico. Una sezione della piccola camera della domestica del sig. Zoppi fu allegata al fascicolo, ma è priva di data e non vi sono spiegazioni di sorta: rimane pertanto il dubbio che detto locale, effettivamente angusto – ma con una vista mirabile verso l’intera piazza Tommaseo! – fosse rimasto de facto privo di regolare abitabilità e d conseguenza abusivo. 

Palazzina Zoppi sopravvisse al suo primo proprietario, alla Seconda guerra mondiale ma fu demolita intorno agli anni Cinquanta.

(Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi, via Francesco Petrarca 26 28, 𝛂 1900-01 / 1911-12 – ✝︎ 1955 circa)



Casa Carena

“La prima villa – sorta quando ancora vi era intorno deserto e solitudine, quando ancora il costruire in quelle località era reputato cosa pazza da quei buoni ambrosiani che non avrebbero mai voluto staccarsi dalla Madonnina del Domm – è quella del conte Carena costruita dall’Ing Salici. È molto semplice come decorazione esterna, regolare come pianta. Un tipo di costruzione molto pratico senza le eccessive pretese di voler trovare qualche cosa di originale o di eminentemente artistico, ma pure equilibrato nella massa d assieme. I dettagli invece hanno a nostro avviso un carattere troppo conforme a quello di certe pubblicazioni tedesche che pur troppo corrono per le mani di molti ingegneri e di molti architetti (…).

Tornando al villino Carena, prendiamo occasione per un’altra osservazione di carattere generale che riguarda le costruzioni di servizio. In questo, come in quasi tutti gli villini che occupano un area poco estesa, non ci piace assolutamente la disposizione di piccole costruzioni isolate e disseminate qua e là ad uso di porteria o di scuderia. Esse finiscono a falsare le giuste proporzioni della costruzione principale e sono assolutamente troppo ingombranti in un piccolo giardinetto di pochi metri quadrati”.

Non sfugga la pubblicazione di un articolo intorno ai villini di via Venti Settembre proprio il giorno 20 settembre 1894 – quando ancora il “villino” – che a me pare più una vera e propria casa – non era ancora tecnicamente abitabile: la licenza di abitabilità infatti sarebbe stata attiva a partire dal 29 settembre, tradizionale data milanese dedicata ai traslochi; poi – è vero – la critica severa di “Individuus”  è decisamente condivisibile: perché non concentrare tutte le funzioni di una casa o villa in un solo fabbricato?

Il 25 aprile 1893 fu presentata, a nome del conte Camillo Carena Castiglioni, la richiesta di costruzione di una casa in via Venti Settembre, progetto dell’ing. Luigi Salici, capomastro Michele Galli. Già due giorni dopo, il 27, il progetto risulta approvato dalla Commissione igienico-edilizia mentre il 29 aprile seguente, nel “deserto e solitudine” appena al di là del Castello, ebbe luogo la consegna dei punti fissi tra l’ing. Salici e l’ing. comunale: tempi rapidissimi anche per gli standard dell’epoca – a meno di sospettare un certo “riguardo” verso l’esponente dell’antica nobiltà.

Nella domanda il progetto è così descritto:

“Corpo di fabbricato centrale con sotterraneo in parte ad uso cucina, in parte ad uso cantina, e deposito di combustibile, e con tre piani ad uso di abitazione.

Corpo di fabbricato composto di sotterraneo, piano terreno per portineria, e primo piano per abitazione del portinajo.

Corpo di fabbrica con scuderia e superiore fienile, rimessa e superiori camere per le persone di servizio.

Parapetto con cancellata per chiudimento della proprietà”.

Descrizione piuttosto secca, che non descrive la distribuzione dei locali né l’apparato decorativo, del resto molto parco. Questo suo carattere chiuso e schivo mise Casa Carena in secondo piano rispetto alle più vivaci ed esuberanti costruzioni che saranno costruite nella via di lì a poco, stilisticamente più eclettiche ed oggetto di studi ed articoli da parte delle varie riviste specializzate del tempo. Tale caratteristica entra un poco in conflitto con la sua posizione esposta, all’incrocio tra via Monti e via XX Settembre; se fosse stata altrove chissà…

In ogni caso i lavori dovettero procedere piuttosto celermente dato che il 5 settembre 1893 fu eseguita la Prima visita al rustico, definitiva. La Seconda visita al civile ebbe luogo invece il 26 febbraio dell’anno seguente, anche se il 2 aprile fu eseguita la Seconda visita suppletiva.

Ad ogn buon conto il 29 giugno 1894 l’ing. Luigi Salici inviò una comunicazione alla Giunta comunale alcune modifiche delle facciate interne ed esterne ancora senza esame da parte della Commissione igienico edilizia, che comunque approvò la variante il 12 luglio successivo. Il confronto tra i prospetti verso il piccolo giardino, dove si erano concentrati la maggior parte delle modifiche, evidenzia un intervento generale di riordino dei vari elementi costituivi la facciata. che nel complesso perde un poco della grevità originaria, sia pure nel quadro di un rigore comunque mantenuto.

Casa Carena fu demolita per la realizzazione di Casa Geronazzo, opera realizzata intorno al 1962 dall’arch. Luigi Caccia Dominioni.

(Casa Carena, Via Vincenzo Monti 35 e via XX Settembre 4 – α 1893/1894 – ✝︎ 1960 circa)



La demolizione dell’Albergo “Bella Venezia”

Albergo Bella Venezia, O.F. serie 1, cartella 0045-0527

Da qualche giorno si lavora all’abbattimento di quel fabbricato di piazza San Fedele che ha le altre tre facciate su via Agnello, su via Magnani e su via Santa Radegonda. E’ un altro edificio della vecchia Milano che cede alle nuove esigenze cittadine. Ospitava fino a pochi mesi addietro, con una Banca e un paio di negozi, anche quell’albergo “Bella Venezia” che, come avemmo occasione di narrare tempo addietro, fu testimone, vecchio com’era di oltre un secolo, di tante vicende della storia milanese e nazionale1.

Con questa scarna descrizione si chiude una pagina della storia cittadina di un certo rilievo, giacché l’Hotel Belle Venise, come era anche precedentemente noto, aveva fra gli altri ospitato personaggi celebri come Federico Confalonieri2, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Vincenzo Gioberti3, Andrea Maffei4, Jules Massenet5, Giuseppe Mazzini6, Silvio Pellico reduce dallo Spielberg7 e naturalmente Stendhal. La sua composta architettura neoclassica fu sacrificata per mere esigenze di traffico ed il vuoto che fu lasciato al suo posto fino ed oltre la guerra venne semplicemente utilizzato come parcheggio per automobili, dopo aver lasciato per anni una voragine: “Sono cominciati in questi giorni in piazza San Fedele, sul terreno ove si ergeva lo storico albergo della Bella Venezia i lavori di colmatura della voragine aperta con la demolizione dell’albergo stesso. Compiuto il livellamento saranno abbattute le palizzate, e la piazza avrà così raddoppiate le sue dimensioni a disposizione della sosta delle automobili”8. Pare curiosa la fretta di demolire un antico ed onorato palazzo per lasciare poi per così tanto tempo il nulla, ma tant’è; con ogni probabilità era importante dare sempre l’impressione di “fare” qualcosa.

Qualche nota di rimpianto in più si avverte nell’articolo La demolizione dell’Albergo “Bella Venezia” il cui occhiello era significativamente “Un nido di ricordi che scompare”:

“Fra il rombo dei muri crollanti sotto i colpi tormentosi dei picconi, fra nembi di polvere e grida di manovalanze, il vecchio albergo della Bella Venezia, noto per oltre un secolo a italiani di altre regioni e a stranieri d’ogni Paese, se n’è andato a pezzi, trasportato su rombanti autocarri nei prati e negli avvallamenti della periferia. Dove sorgeva, ancora l’inverno scorso, l’accogliente dimora, è ora uno spiazzo vuoto e calcinoso (…). Con la scomparsa della Bella Venezia – resa improrogabile dalle ineluttabili necessità del rinnovamento cittadino – è veramente uno dei più caratteristici ambienti della vecchia Milano che se ne va (…)” 9.

Il progetto iniziale prevedeva la sua sostituzione con “uno di quei mastodontici edifici che sono una prerogativa della moderna edilizia” come confermarono più tardi anche Paolo Mezzanotte e Gianni Bascapè10. Notevole è infine la chiusa finale dell’anonimo “Alfa” (forse si tratta di quell’Alex del Corriere che aveva preso il posto dell’ottimo Otto Cima? Alessandro Visconti?) nel citato articolo della Rivista del Comune, il quale, in una certa misura, ben si adatta alle motivazioni che mi hanno portato a questo scritto:

“Poco alla volta, uno dopo l’altro, i luoghi che videro passare le vicende della nostra storia scompariscono, seguendo la sorte, se pur con molto ritardo, degli uomini che di quella storia furono gli attori. Ed è per questo che si può indulgere al nostalgico rimpianto di molti, che con tali scomparse vedono per sempre definitivamente tagliati i ponti fra il presente e le memorie del passato”.


1 “Demolizioni in piazza San Fedele”, Corriere della Sera, 26 luglio 1930, p. 7.

2 Così è ricordato ne “La demolizione dell’albergo “Bella Venezia”” ne la “Rivista mensile del Comune di Milano”, settembre 1930, p. 365.

3 “E le accoglienze trionfali a Vincenzo Gioberti reduce dall’esilio di Bruxelles non avvennero alla “Bella Venezia”? Fu il 7 maggio , come notò un cronista dell’epoca che, evidentemente portato alle stelle dall’entusiasmo scriveva: “Gioberti reduce, il grande, l’incomparabile, il profeta (sic) dell’era novella (..). Quando Gioberti apparve al balcone della “Bella Venezia” fu un tumulto da non potersi dire” (Alfa, “La demolizione dell’albergo “Bella Venezia”” ne la “Rivista mensile del Comune di Milano”, settembre 1930, p. 365.).

4 Vedasi sempre Alfa,“La demolizione dell’albergo “Bella Venezia”” ne la “Rivista mensile del Comune di Milano”, settembre 1930, p. 365.

5 Jules Massenet, “Mes souvenirs”, Collection XIX, 2016, “Un soir que je rentrais à l’hótel de la Bella Venezia, piazza San Fedele, à Milan (où j’aurais encore aujourd’hui plaisir à descendre), Giulio Ricordi, mon voisin -car ses grands établissements d’édition étaient, à cette époque, installés dans un superbe et vieil hàtel de la via degli Omenoni, à cóté de l’église San Fedele — Giulio Ricordi vint m’y voir et me présenter une personne de haute distinction, poète très inspiré, qui me lut un scénario en quatre actes du plus puissant intérét, sur l’histoire d’Hérodiade ; ce lettré remarquable était Zanardini, descendant d’une des plus grandes familles vénitiennes”.

6 Così scrisse a sua madre Mazzini il 7 aprile: “Vi sorprenderà il ricevere lettere mie da qui, tant’è. Sono a Milano. È la prima sera; sono giunto due ore fa, e siccome so che domani non potrò respirare, scrivo due linee prima d’andare a letto. Ho viaggiato notte e giorno, da Parigi a Mulhouse, a Bale, a Lucerna, al Ticino. Ho passato il San Gottardo, in mezzo alle nevi, e nella scesa, sulla slitta, anche con un certo pericolo. Mi sono fermato alcune ore a Lugano per vedere alcuni amici; e son venuto a Milano. Alla prima frontiera, a Chiasso, ho trovato i doganieri amici miei, citandomi passaggi de’ miei scritti. A Como fermandosi per un quarto d’ora la vettura, e il conduttore avendo detto a qualcheduno che v’era io, mi sono veduto circondato da popolo, giovanotti, preti che volevano ch’io mi trattenessi a Como la sera. In Milano, mentre andava all’Hotel (della Bella Venezia, in piazza San Fedele), sentii uno che per la strada gridava: evviva, al mio nome. Non ho ancora veduto anima viva, perché giunto alle nove di sera e sentendomi stanco, ho evitato. Domani vedrò e giudicherò dello stato delle cose. Mi trovo dunque sullo stesso terreno di S.M.. I nostri Genovesi sono tutti fuori di Milano. Dalla condizione delle cose giudicherò cosa io mi debba fare; e ve ne dirò. Intanto, vivete tranquilli sul conto mio. Scrivetemi; indirizzando le vostre all’indirizzo che porrò qui a piedi di lettera. Sono abbastanza vicino; e se mai le cose andassero per le lunghe, io chiederò da qui permesso, con ogni parola d’onore possibile, di vedervi per due settimane. Ma di questo riparleremo. Oggi non posso che darvi mie nuove. Quanto all’Austria, tutto andrà bene; il suo regno è finito. Quanto all’altre questioni, rimangono imbrogliatissime; ma a Dio piacendo, si sbroglieranno” (vedasi Bruno Gatti, “Mazzini una vita per un sogno”, Guida Editori, 2002, p. 207). Mazzini occupò la stanza numero 7 (ma nel settembre 1848?) come ricorda Alfa in “La demolizione dell’albergo “Bella Venezia”” ne la “Rivista mensile del Comune di Milano”, settembre 1930, p. 365.

7 Guido Bezzola, “La Milano di Stendhal: luoghi personaggi libri e documenti di Henri Beyle milanese”, Milano, 1980.

8 “Piazza San Fedele si estende”, Corriere della Sera, 24 gennaio 1935, p. 7.

9 “Rivista Mensile del Comune di Milano” del settembre 1930, p. 364

10 “Toccava a questo secolo scomporre quel quadro d’armonia e memorie. L’albergo Bella Venezia fu abbattuto per far posto alla sede di una Banca, che voleva un progetto di architettura intonata all’ambiente; ma quando l’istituto andò ad alloggiarsi altrove, subentrò un gruppo di finanzieri che pretese in luogo il solito edificio di molti piani. Alla dissoluzione del complesso monumentale si aggiunsero i danni di guerra: andoò distrutto il teatro Manzoni, devastato San Fedele e sconciata la sua fronte.” P. Mezzanotte, G. Bascapè, Milano nell’arte e nella storia, p. 174.

Villa Comola

Una cartolina Bromofoto dei primi anni Cinquanta raffigura il lato orientale di piazza Napoli e l’imbocco di via Giorgio Washington: un confronto con la configurazione attuale fa immediatamente emergere la scomparsa di un paio di piccoli villini, situati proprio al centro, tra le case più alte ed uno stabilimento anch’esso non più esistente: la più graziosa di essere era proprio villa Comola.

Il 27 agosto 1925 fu avanzata da Severino Comola, che già aveva uno stabilimento per la lavorazione dei legnami in piazza Napoli 15, domanda di nulla osta relativa alla costruzione di una casa – in realtà una villa vera e propria – nel lotto di piazza Napoli 13; il progettista sarebbe stato il geom. Giuseppe Moja e l’esecutore dei lavori l’ing. Angelo Denti: non è del tutto chiaro se si trattasse meramente di uno scambio fatto per errore o per altro motivo. In ogni caso, la risposta del Comune alla domanda di prima visita al rustico fu chiaramente negativa: nonostante l’approvazione del progetto da parte della Commissiione igienico-edilizia, avvenuta il 7 ottobre 1925, la domanda fu respinta a casa dell’impossibilità, da parte del geom. Moja, di firmare il progetto. La querelle intorno al genere di costruzioni ammissibili da parte di tecnici non laureati è, come ben noto, annosa e di complessa risoluzione: rimane il fatto che, semplicemente, provvedette poi alle firme formali l’ing. Denti, del resto già presente nella domanda iniziale.

Alla luce di questo problema formale la richiesta di prima visita al rustico delle opere, avanzata il 7 novembre 1925, fu conseguentemente forse eseguita il successivo 24 novembre – ma nel fascicolo non c’è traccia del verbale – ma in ogni caso con la notazione dell’irregolarità. Le tavole di progetto sono tuttavia a firma anche dell’ing. Angelo Denti, oltre che dell’impresa, e rappresentano un villino dal sapore curiosamente liberty: un “ritardo” linguistico che potrebbe dipendere da un ruolo preponderante da parte dell’impresa esecutrice dei lavori rispetto al professionista progettista. Ma si tratta solamente di una congettura, naturalmente. 

I disegni mostrano un villino con ingresso dal giardino interno, due piani fuori terra ed uno interrato, con una articolazione volumetrica limitata ed una distribuzione dei locali piuttosto semplice e tradizionale. L’insieme è tuttavia gradevole, l’apparato decorativo sembra forse un poco eccessivo sulla carta, ma alcune fotografie e cartoline testimoniano un effetto piuttosto piacevole. 

La questione della firma del capomastro fu risolta con la Seconda visita, al civile, richiesta il 26 aprile 1926, semplicemente a firma dell’ing. Angelo Denti, che del resto figurava, come detto, anche nelle tavole di progetto. Pertanto l’iter burocratico non avrebbe avuto pù particolari problemi fino alla fine: il 20 ottobre 1926 fu richiesta di terza visita per abitabilità – ma grazie alle note inserite sappiamo che i locali risultavano abitati già a partire dal precedente 24 giugno. L’occupazione dei locali fu ufficiale fu comunque concessa solamente a partire dall’8 febbraio 1927.

La villa, al civico 13 di piazza Napoli, fece bella mostra di sè per un periodo di tempo relativamente breve, probabilmente demolita verso la fine degli anni Cinquanta.

(Villa Comola, piazza Napoli 13 𝛂 1925-27 / ✝︎ 1960 circa)


Il funerale di Andrea Morgagni, 4 settembre 1928

La serie di nove fotografie[1] conservate presso la Biblioteca comunale “Aurelio Saffi” di Forlì, nel fondo Morgagni Pozzoli, ai numeri B 10/75 sino B 10/83, dovrebbe rappresentare i funerali di Tullo, talvolta chiamato Tullio, Morgagni, avvenuti a Milano il 5 agosto 1919; il condizionale tuttavia è necessario, poiché l’esame degli scatti, che mostrano il corteo funebre lungo alcune strade milanesi, non pare confermare tale identificazione. I solenni funerali del giornalista forlivese infatti seguirono un itinerario completamente diverso dalle vie ritratte nella serie fotografica, come si evince dalle cronache precise del tempo, senza considerare tra l’altro che i carri funebri utilizzati furono in totale quattordici[2]. L’impressione immediata è pertanto di trovarsi di fronte ad un altro corteo funebre; ma quale esattamente?

Esaminiamo pertanto la serie secondo l’ordine dell’archivio per rispondere a questa domanda.

La prima[3] e la terza[4] fotografia della serie sono state scattate in via Mauro Macchi, in corrispondenza di quello che era il civico 34, a quel tempo occupato da un edificio ad un piano[5]; la foto seguente[6] allarga il campo dalla parte opposta della strada e mostra un corteo di una certa importanza, con decine e decine di persone: il civico 35 non era ancora stato realizzato, lo steccato nasconde in parte quello che era il cantiere per la costruzione della nuova Stazione Centrale ad uno stadio relativamente avanzato.

La quarta fotografia[7] è stata invece stata scattata più avanti, in piazzale Fiume verso viale Vittorio Veneto e non è cronologicamente coerente con le precedenti, pertanto è da collocare più avanti. La quinta foto[8] risulta infatti la prima della serie ad essere stata scattata, giacché mostra l’incrocio tra via Domenico Scarlatti, di cui si riconosce il civico 27, e via Mauro Macchi, con la partenza del carro funebre[9]. La sesta foto[10] mostra invece nuovamente piazza Fiume, mentre la settima[11] torna ancora in via Macchi, con una bella visione del fianco della Stazione Centrale. Le ultime due infine mostrano piazza Fiume, sempre dalla stessa posizione[12].

L’ordine cronologicamente corretto degli scatti è pertanto il seguente: B 10/79 – B 10/75 – B 10/77 –B 10/76 – B 10/80 – B 10/78 – B 10/81 – B 10/83 – B 10/82. L’insieme è molto interessante, poiché mostra porzioni di città che oggi sono state modificate o che non esistono più; il corteo funebre doveva effettivamente essere di qualche persona importante, anche se ormai abbiamo capito che non siamo nel 1919: la presenza di molte persone, soprattutto civili ma anche una banda musicale, vigili a cavallo, paramilitari con stendardi e bandiere, indica in ogni caso una personalità di rilievo. Ma procediamo con ordine.

La prima fotografia, che abbiamo visto essere quindi la B 10/79, ritrae via Domenico Scarlatti 27: una grande folla assiste alla partenza del carro funebre – qualcuno lo saluta “romanamente”; si noti che il carro funebre è motorizzato, senza i tradizionali cavalli: il 1°aprile 1928 il carro funebre motorizzato mise infatti definitivamente in pensione quello a cavalli[13]. Questi due elementi, da soli, suggeriscono già una ipotesi alternativa: il funerale può essere quello di Andrea Morgagni, padre di Manlio Morgagni, vice-podestà di Milano, celebrato il 4 settembre 1928:

“Si sono svolti nel pomeriggio di ieri i funerali di Andrea Morgagni, padre del vice-podestà, gr. uff. Manlio, e sono riusciti una solenne dimostrazione di affetto e di stima per il compianto estinto. Il lungo corteo funebre mosse dalla casa di via Scarlatti, raggiungendo lentamente il Cimitero Monumentale. Procedevano il carro numerose rappresentanze con bandiera: dei veterani d Turate, dei gruppi rionali fascisti, dei Sindacati, dei Gruppi aziendali, delle scuole, di Enti benefici, dei Corpi armati del Comune, dell’Associazione dipendenti Enti locali, della Famiglia Romagnola, la banda dei dazieri, gli allievi della Scuola giardinieri, ecc. Tra le notabilità che seguivano il feretro, unitamente ai familiari, si notavano: il Podestà on. Belloni venuto appositamente da Ginevra, il gr. uff. Arnaldo Mussolini, il vice-podestà on. Torrusio col segretario generale avv. Pizzagalli, il sen. Baldo Rossi, gli on. De Capitani, Gorini e Negrini, il gr. uff. Buzzi per la provincia, il comm. Rognoni per Mario Giampaoli, il cav. Mariani e il dott. Rusconi per il Fascio, il comm. Cappelletti direttore generale della “Stefani”, numerosi giornalisti, ecc.”[14].

Il percorso del corteo funebre nella CTC del 1930.

I funerali ebbero luogo alle ore 17 proprio dalla sua abitazione di via Scarlatti 27 a Milano e vi parteciparono effettivamente migliaia di persone, anche se certamente meno rispetto alla grande folla relativa al corteo del 1919: le fotografie disponibili del funerale di Tullo mostrano un corteo immenso, giacché l’incidente coinvolse altre persone e colpì l’immaginazione popolare, mentre qui siamo di fronte ad un solenne corteo ma di una portata limitata appunto ad una sola salma. Si riconosce nella B 10/75 ed in altre Manlio Morgagni, figlio di Andrea e fratello di Tullo, insieme certamente ad altri familiari. Sono molti gli elementi che contribuiscono ad identificare questo corteo con quello di Andrea piuttosto che a Tullo : (1) la diversa imponenza del corteo; (2) il diverso percorso ed (3) il singolo carro funebre a motore invece che a cavalli; (4) l’abbigliamento sarebbe stato più vicino agli standard del 1920 che a quelli del 1930; (5) infine lo stato dei lavori della Stazione Centrale sarebbe stato molto più indietro nel 1919 rispetto al 1928.

Una piccola cronaca milanese è pertanto chiarita: la bella ed interessante sere fotografica rappresenta il corteo funebre di Andrea Morgagni, padre di Tullo e Manlio, celebrato il 4 settembre 1928.



[1] Probabilmente la collezione è incompleta, poiché mancano gli scatti, a mio parere certamente eseguiti, presso il Cimitero Monumentale.

[2] Il 2 agosto 1919 un incidente aviatori presso Verona causò la sua morte insieme a quella di altre quindici persone. Le salme furono poi trasportate a Milano e quivi si tennero solenni funerali il giorno 5 agosto, secondo il seguente tragitto: Stazione Centrale (al tempo in piazza Fiume, oggi Repubblica), via Principe Umberto fino al monumento di Agostino Bertani (oggi Largo Stati Uniti d’America), via Moscova, bastioni di Porta Volta, via Ceresio e quindi Cimitero Monumentale. Cronaca ed immagini del funerale sono reperibili nel numero 32 de “L’Illustrazione Italiana” del 10 agosto 1919.

[3] B 10 /75.

[4] B 10/77.

[5],Noleggi e rifornimenti per le automobili, di proprietà di Giuseppe Calcaterra ma gestito probabilmente sempre dal Garage Bellati con accesso da via Domenico Scarlatti 25: “Bellati Garage Milano via Scarlatti 25 Sede legale Milano Telef 24 279 Data fondaz 1922 Ditta in nome proprio Proprietario Luigi Mario Bellati Riparazioni di autoveicoli in genere stazione servizio posteggi” : questa la sintetica descrizione dell’attività ne “Annuario delle banche e banchieri d’Italia”, Roma, 1939. L’attività pertanto è successiva ai fatti del 1919.

[6] B 10/76.

[7] B 10/78.

[8] B 10/79.

[9] Si noti la presenza a sinistra del Garage Bellati, di Mario Bellati, nel fabbricato di proprietà sempre di Giuseppe Calcaterra.

[10] B 10/80.

[11] B 10/81.

[12] B 10/82 e B 10/83.

[13] “I funerali in automobile. Il nuovo servizio iniziato ieri” nel “Corriere della Sera” del 2 aprile 1928.

[14] “I funerali di Andrea Morgagni” nel Corriere della Sera del 5 settembre 1928. Andrea Morgagni, nato a Forlì il 6 gennaio 1852, morì a Stresa nelle prime ore del 3 settembre 1928. La presenza di vigili urbani a piedi ed a cavallo è confermata anche dal “Popolo d’Italia”, ne “I solenni funerali di Andrea Morgagni” del 5 settembre 1928.

“Il Posto”, 1961

Ditemi che anche voi, almeno una volta nella vita, avete trascorso una di quelle giornate particolari nelle quali non avete programmato nulla ma in cui, per qualche ragione che non può che sfuggirci, tutto è perfetto; nelle quali si esce dai consueti percorsi che avremmo dovuto solcare per inoltrarci – perché abbiamo tempo – in territori a noi sconosciuti e dei quali ignoravamo l’esistenza; notti o giornate bianche in cui il tempo non viene misurato ma vissuto e si dilata indefinitivamente e del quale rimane poi un inevitabile senso di struggimento, come se fossero, di fatto, le uniche ore per le quali valga la pena vivere. 

Nella primavera del 2000 trascorsi nella mia Milano una giornata così con la ragazza che amavo a quel tempo – che non mi amava o, almeno, non mi amava come amava quello là –  nella quale mi sembrò di essere felice e che ricercai, senza successo, di ripetere; ma è un tempo che non si può programmare, può e deve solo accadere. Quando accadde nuovamente – perché accadde davvero di nuovo! – compresi che non potevo fare altro che viverla senza razionalizzare, perché altrimenti il tentativo di comprendere avrebbe avuto nefaste conseguenze.  Certo, l’amore vi ha grande parte, ma in un senso molto esteso, anche lato: ricordo un viaggio notturno in treno da Vienna verso casa nel quale un semplice incontro fortuito con una ragazza sola e intimorita mi permise di mostrare il mio lato più galante per rassicurarla nelle lunghe ore successive; ragazza che, beninteso, rividi dopo qualche giorno solo una volta per poi non rivederla mai più.

Compresi insomma qualcosa di taoista, la presenza nell’assenza.

Così capita che nella noia di una mattinata anomala – anomala perché inaspettatamente non lavorativa – decida di scegliere uno di quel film che le piattaforme commerciali propongono disordinatamente nei propri elenchi; mentre scorrevo l’elenco, insoddisfatto dei titoli, rimasi colpito da un titolo e dalla fotografia che lo accompagnava: “Il Posto”, del 1961, di Ermanno Olmi. La serendipità ha sempre fatto parte della mia vita, e scelsi di vederlo. Per fortuna.

Sono stato travolto dalla bellezza delle scene, dalla fotografia, dagli accenti, dal garbo, dalla “giornata bianca” che il protagonista – che nemmeno si accorge di amare, lo scopre probabilmente dopo – vive inconsapevolmente: la più bella giornata della sua vita, forse l’unica e l’ultima – non un caso prima del lavoro – e il collega scomparso dalla triste sorte, cosa scriveva, se non, forse, la sua unica giornata felice? E questo apre scenari drammatici…

Poi c’è Milano, la mia Milano che non c’è più – per coloro che avessero avuto la pazienza di leggermi in questi anni sa che io vivo in una città che non esiste più – con i suoi scorci, i suoi negozi, il suo dialetto: non potevo non provare ad identificare alcuni luoghi. So che alcuni celebri siti – Davinotti e l’ex Squadra Volante Ligera – hanno localizzato alcune scene, ma non li ho consultati prima di essermi divertito un poco per conto mio.

I candidati sono condotti dal brutto edificio di via San Giovanni sul Muro 9 verso Palazzo Litta, passando per corso Magenta 14: a destra del portone la gelateria di Beniamino Botticchi, a sinistra la privativa di Giacomo Gho: reperti di un passato che riemerge dall’oblio…

Il fascinoso gioco di sguardi tra un giovane uomo ed una giovane donna – una delle cose più belle che sia possibile fare, alla stessa età del protagonista o poco meno per dei mesi giocai così con una bionda e bellissima ragazza sul tram 13. La scena permette di riconoscere il negozio di Mario Olivetti tra il palazzo monco di corso Magenta 27, “sinistrato al 30%” ed il successivo civico 25 – la cartoleria era di Eraldo Vivarelli a quel tempo. Dietro Loredana Detto – Antonietta “Magali” – una via San Nicolao molto diversa da quella attuale, mentre dietro Sandro Panseri si riconosce anche se a fatica il portone del civico 30, sempre di corso Magenta ovviamente.

I due ragazzi – lei ostenta una femminile indifferenza che tradisce un certo interesse, mentre lui è impacciato al limite dell’adorabile – proseguono poi verso l’imbocco di via Nirone: al civico di quello che era il civico 19 di corso Magenta vi era la drogheria di Federico Poli; là dove la signora ci guarda con sguardo sorpreso si scorge a sinistra lo scomparso ex civico 2 di via Nirone. La scena del caffè, delicatissima e ricca di sfumature, si svolge in via Hayez 1 – qui ho chiesto aiuto ad essere sincero.

Non poteva mancare una rapida volata in corso Vittorio Emanuele, che si stava apprestando definitivamente a cambiare volto per sempre con i lavori edilizi di ricostruzione e quelli per la linea della metropolitana; “L’inferno nella stratosfera (Giappone, 1959) leggibile a destra.

Passiamo adesso alle scene notturne, apparentemente più complesse ma in realtà identificabili con un poco di pazienza dato che sono tutte state girate in un fazzoletto di strade: corso Magenta in prossimità del civico 30 – c’era il negozio di vini del Chianti delle Cantine Ricasoli ed il “Frutteto Trentino” di Emilio Giordani. Da lì verso via San Nicolao e piazzale Cadorna, ad aspettare il più a lungo possibile il tram che la avrebbe portata a casa.

Lui torna a casa – tardi, tardissimo, più tardi possibile: lo capisco! Quando lei mi baciò dicendomi che un mio bacio “vale diecimila dei suoi” – il motivo è ovvio, lo avete capito, vero? tornai a casa a piedi, dal centro di Milano fino alla periferia sud ed oltre il confine comunale ed ancora avanti… – e non può che cantare perché per la prima volta nella sua vita sente di vivere e non può che esprimerlo come può, anche stonando allegramente.

Bonjour Tristesse invece per l’amara consapevolezza del risvolto dell’amore, che non è certo l’odio, bensì la mancata congiunzione che avrebbe potuto realizzare la perfezione e che invece ha come conseguenza una collezione, un insieme di vuoti a perdere – ma è necessaria anche questa esperienza per com-prendere pienamente quella precedente…

Le “scene del cortile” ad essere sincero disperavo di rintracciarle; tuttavia ho riflettuto sul fatto che gran parte delle scene furono girate nei dintorni immediati di Palazzo Litta – credo vi fosse una ragione inerente il lavoro del regista, altri ne sapranno di più -quindi è stato possibile localizzare due cortili che sembrano ancora in gran parte intatti come nel 1961, come si possono vedere su alcune foto odierne:

L’ingenuità di un impermeabile quando sarebbe stato più utile un ombrello – e gli ombrelli li abbiamo visti in corso Magenta! Càpita così che un Tivoli un luogo dove ci si deve divertire possa diventare un luogo carico di sofferenza.

Direi che possiamo fermarci qui. Ho tralasciato solo un paio di fotogrammi di piazzale Cadorna e via Boccaccio. Mi piacerebbe però, a completamento del lavoro, individuare anche la “latteria” dove pranzarono Amore e Psiche:


ADDENDUM 10.09.2022

Ricevo e pubblico l’ipotesi della gentile signora Silvia Polenta riguardo la localizzazione dell’ultima foto, relativa alla latteria:

“Credo che verosimilmente la latteria dove pranzano i due ragazzi potesse trovarsi in via San Nicolao. Nel 1961, l’anno del film, in Corso Magenta 32 si trovava appunto un’agenzia del Banco Ambrosiano (attuale filiale di Banca Intesa, con palazzo rimodernato). Occupando, credo, gli stessi spazi dell’attuale Banca Intesa posso presumere che le vetrine proseguissero come oggi sulla Via San Nicolao, e nel fotogramma del film sul lato opposto rispetto alla latteria si scorge parte dell’insegna “…NCO AMBR..”. La via ritratta è stretta e compatibile con la San Nicolao ed oltretutto, come sappiamo, buona parte del film è stata girata in Corso Magenta e zone limitrofe”.

La conferma della correttezza della ipotesi è data dalla Guida Savallo Fontana del 1957-58 in mio possesso: il Banco Ambrosiano era già situato in corso Magenta 32; mentre in via San Nicolao civico 2 vi era la latteria dei Fratelli Giordani – luogo del pranzo del ragazzo e della ragazza.

Non mi resta che ringraziare ancora la signora Silvia Polenta!

Cinema Franco Americano

Per una volta mi permetto una breve digressione personale: nella la mia infanzia, tra la fine degli anni Settanta ed i primi anni Ottanta, durante le quotidiane passeggiate con mia madre per le vie di Porta Romana – abitavamo in via Trebbia, al civico 27, al primo piano in un piccolo appartamento verso cortile – notai che evitavamo sempre di camminare nei pressi di un tratto di via Crema; per motivi a me sconosciuti, quel piccolo pezzo di marciapiede, per me identico a tutti gli altri, era tabù: attraversavamo la strada ed andavamo sull’altro marciapiede.

Più grandicello, con i miei amici e compagni di scuola riuscii a rompere il tabù ed a scoprire il motivo: il basso edificio d’angolo con viale Sabotino, a me tanto familiare ma solamente “da lontano”,  ospitava un cinema “a luci rosse”: le locandine ed i titoli espliciti erano tali da farmi arrossire al primo sguardo. 

A quel tempo il cinema si chiamava “Minerva”; Per le notizie intorno al cinema ed alla sua storia rimando al consueto e noto sito di Giuseppe Rausa. Qualche anno prima del nostro trasloco, intorno al 1986, il fabbricato sarebbe stato demolito ed al suo posto avrebbero costruito un enorme palazzone: mio malgrado – come per tutte le cose che riguardano l’infanzia – ne fui dispiaciuto.

* * * 

Nell’agosto del 1927 la signora Elisa Del Sole in Del Grosso fece domanda di Nulla Osta per il “riordino di fabbricato ad uso Cinematografo – Varietà” tra viale Sabotino e via Crema; infatti esisteva già da qualche lustro un cinematografo – per le cui vicende rinvio al noto sito di Giuseppe Rausa.

La Commissione igienico-edilizia, atteso il nulla osta della Commissione dei Teatri, esaminò i disegni dell’ing. Giuseppe Banfi il 9 settembre 1927 ed il suo giudizio fu netto: “si approva la planimetria. La facciata dovrà essere radicalmente ristudiata”. Il disegno in realtà non mi pare così tremendo – forse un po’ chiassoso, secondo una consuetudine del tempo – anzi gli ingressi vetrati e le decorazioni sono squisiti – tant’è.

Il fascicolo edilizio conservato presso l’Archivio Ornato Fabbriche di Milano non copre purtroppo l’inizio del cinema ai suoi esordi, intorno al 1913, ma solamente i lavori relativi al suo rifacimento nel 1927-28 – anche se, come vedremo, qualche traccia del salone esistente sarà ancora visibile.

Il risultato, il 28 settembre seguente, fu, per fortuna loro, migliore, ma non so quanto l’arte ci abbia guadagnato: la facciata del cinematografo è dignitosa ma modesta oltre ogni misura, anche se, a onor del vero, risulta migliore in fotografia che nei disegni. Mi riferisco in particolare alla fotografia FM B 265 del Civico Archivio Fotografico di Milano: si riconosce, a sinistra, una porzione del Cinema Franco Americano a lato del corteo funebre piuttosto importante.

Un disegno del fascicolo conserva tuttavia un certo interesse, perché rappresenta accanto al nuovo prospetto anche quello vecchio, originario degli anni Dieci: ne più né meno che un capannone con una modesta tettoia, ma fa impressione immaginare quante pellicole – oggi perdute per sempre – sono state proiettate in quell’ambiente così privo di attrattive. La planimetria tradisce il carattere “improvvisato” della sala per gli spettacoli, che evidentemente in origine era stata convertito da qualche altra destinazione: il corpo di ingresso verso via Crema era infatti quasi una porzione autonoma del complesso, con il cinema vero e proprio verso l’interno del lotto del tutto disorganico. 

Il Nulla Osta per opere edilizie fu rilasciato il 6 ottobre 1927.

(Cinema Franco Americano, Via Crema 2 – 𝛂 1927 / ✝︎ 1986 circa)


Il mercato rionale di viale Abruzzi

La rivalutazione della Lira tra la fine del 1926 ed i primi mesi del 1927 costrinse il governo ad attuare alcune misure atte a ridurre i prezzi per venire incontro alla deflazione salariale. All’interno di questo programma, il Comune di Milano, insieme ai vari attori del mercato alimentare, come l’Azienda consorziale dei consumi, innanzitutto fissò i nuovi prezzi di generi alimentari, ma, cosa più rilevante per noi, progettò un ampio programma di costruzione di mercati rionali per una spesa preventivata di ben due milioni di lire, duecentomila delle quali da spendersi nel 1927. L’amministrazione aveva già individuato negli anni precedenti le seguenti zone:

  • Rondò Loreto all’imbocco di viale Abruzzi;
  • Via Benedetto Marcello;
  • Ex dazio Garibaldi;
  • Incrocio tra via Garigliano e via Volturno;
  • Piazza Lega Lombarda;
  • Largo Procaccini;
  • Piazzale Piemonte;
  • Piazzale generale Cantore;
  • Piazzale XXIV maggio;
  • Largo all’imbocco di via Mantova.

Si trattava in genere di zone di proprietà già comunale, per evitare spese extra, dove di solito convergevano i contadini o mercanti per svolgere piccole vendite al dettaglio. I progetti prevedevano comunque la realizzazione di semplici tettoie con banchi per generi alimentari, eventualmente integrate con una piccola cella frigorifera: niente di più. Il posteggio era concesso al prezzo simbolico di una lira al mese in cambio di prezzi controllati appunto dal Comune.

Il primo mercato ad essere costruito, dichiaratamente di carattere sperimentale, fu effettivamente quello di viale Abruzzi, aperto verso le sette del mattino di mercoledì 17 agosto 1927. Nonostante il “successo” presso la popolazione, la struttura fu oggetto di critiche da parte degli utenti, esposti alle intemperie e così via, che furono corrette nei progetti seguenti. In pratica esso consisteva in una tettoia a protezione di un semplice pavimento lavabile, sotto il quale erano posizionati i banchi di vendita; non era prevista alcuna possibilità di conservare in loco le mercanzie, che dovevano essere ritirate al termine della mattinata – verso le ore 13, in modo da incoraggiare ulteriormente l’abbassamento dei prezzi.

Il mercato fu distrutto dalle incursioni aeree Alleate dell’agosto 1943 e ricostruito sommariamente già nella primavera del 1944.


Villino Galbiati

Villino Galbiati, 1900 circa.

“L’ultima costruzione eretta in quella località è il villino eseguito dall’architetto Enrico Zanoni per incarico del signor Guido Galbiati. Di questo villino, che ci pare un notevole saggio dell’indirizzo architettonico cui abbiamo ora accennato, diamo qui sopra le piante e nella tavola XIV la veduta prospettica. Il villino sorge quasi in testa alla via Donizzetti, in angolo fra questa e la via Pompeo Litta, ed è veramente a deplorarsi che la vicinanza immediata del quartiere popolare di Porta Vittoria faccia sentire più stonato il contrasto fra gli intendimenti artistici di quella nuova costruzione ed il carattere utilitario delle fabbriche vicine.

Il problema decorativo postosi dall’architetto Zanoni era, sotto un certo punto di vista assai difficile perchè -adottato il concetto di sviluppare la nuova costruzione con un carattere medioevale –  si correva, più che con altro stile, il pericolo di cadere, poco o tanto, nelle volgari e stentate composizioni di altri tempi. Ma l’indirizzo dei moderni studii architettonici, i quali, con una seria analisi degli elementi caratteristici dei varii stili tendono a riportare la riproduzione dell’antico su una via più giusta e più coscienziosa – indirizzo che noi a Milano per dire il vero abbiamo visto segnato più che dai professionisti militanti da alcuni signori appassionati cultori di belle arti – ha fatto sì che lo Zanoni, giovane allievo di una scuola che ha mostrato di saper seguire con profitto una così giusta evoluzione, riuscisse se non forse in tutto, per la massima parte almeno ad evitare il pericolo più sopra accennato”[1].

L’onore di un articolo su una rivista che sarebbe diventata poi prestigiosa costituisce una preziosa e precisa testimonianza di un periodo intermedio, di transizione, nel quale l’esaurimento degli stili eclettici tratti dalla storia non era del tutto compiuto e di là da venire il “nuovo stile” che, per poco tempo tutto sommato, ne avrebbe preso il posto. Lo stesso Enrico Zanoni, architetto, avrebbe poi dimostrato ampiamente il proprio talento in quella direzione; per il momento comunque lo vediamo cimentarsi in un’ambito storicistico con risultati interessanti.

Il sig. Guido Galbiati, industriale, titolare della ditta Galbiati Guido & C., fabbricante di veli e tulle, il 17 febbraio 1891 fece domanda per la costruzione di una villa tra via Enrico Dandolo e via Pompeo Litta[2]. Una villa imponente, con tanto di torre d’angolo: un castellino, massiccio nelle proporzioni e non ingentilito nelle proporzioni e nelle decorazioni tratte dal medioevo. Ritratta di qualche metro dal filo stradale, presenta una cancellata particolarmente elaborata. Così la descrive lo stesso Zanoni, presumibilmente, nella domanda al Comune:

“La villa sarà costrutta in arretramento al filo stradale come da pianta generale presentata e la proprietà sarà chiusa dalle vie con una cancellata di m. 3 dal piano stradale avente pilastri di m. 0,50 e zoccolo di m. 1,00. Avrà due porte d’accesso verso via Enrico Dandolo uno di m. 3,50 l’altro di m. 7,50 da chiudersi con una cancellata mobile. I materiali tanto per i portanti che per lo zoccolo  saranno pietra di Mappello pietra di Quinzano e mattone a vista. La villa sarà pure fatta di codesti materiali e il primo pianto sarà stabilito e dipinto ed avrà la gronda sporgente di m. 1,00 dal muro frontale in legno di larice. La copertura sarà in legno comune. Lo spazio non fabbricato dalla proprietà sarà tenuto a giardino”.

Stupisce che la descrizione proceda dalla cancellata verso la villa e non viceversa, ma tant’è. L’elaborata planimetria della villa, così come appare dai disegni allegati alla domanda, è piuttosto macchinosa, con molti accessi e scale, mentre i locali sono particolarmente alti, anche per gli standard dell’epoca, intorno ai 5 metri per piano. I prospetti sono indubbiamente la parte più bella, anche se l’impressione generale che permane è quella di un edificio apparentemente sovradimensionato per una piccola via di quartiere residenziale milanese; forse sarebbe stato più a proprio agio in qualche collina presso un lago. L’articolazione volumetrica è comunque gustosa al di là del carattere un poco greve dell’insieme.

Il 26 febbraio 1891 il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, anche se solo una paio di mesi dopo, il 29 aprile, ebbe luogo la consegna dei punti fissi. I lavori dovettero procedere con ritmo tranquillo se solamente il 14 settembre il capomastro Olindo Tognola[3] richiese la prima visita per i lavori al rustico; visita che fu eseguita dopo circa un mese ma che, purtroppo, non ebbe esito positivo a causa di un “locale di passaggio” nell’ammezzato con due locali con altezza non regolamentare. Al di là delle motivazioni che avevano fatalmente portato ad una configurazione contraria ai regolamenti del tempo, ciò che è interessante osservare è che quegli spazi, di altezza pari a 2,7 m – oggi assolutamente abitabili – erano necessari per l’attività lavorativa del Galbiati[4].

In ogni caso i lavori proseguirono: il 9 febbraio 1892 fu richiesta dal capomastro la Seconda visita al civile, che fu eseguita il 20 febbraio, mentre per l’abitabilità si dovette attendere a lungo, fino ai primi di novembre del 1892.

Villa Galbiati sopravvisse al secondo conflitto mondiale, ma la sua demolizione avvenne probabilmente nei primi anni Cinquanta.

(Villa Galbiati, via Pompeo Litta 1 – α 1891-92)




[1]G.M., “Il villino Galbiati” ne “L’Edilizia Moderna”, anno II, fascicolo II, marzo 1893.

[2]Prot. Gen. 9977, Rip. IX 624, del 17.02.1891.

[3]Nel volume “Guida commerciale ed industriale della Lombardia”, Milano, s.d. ma presumibilmente del 1906, figura un architetto a nome Olindo Tognola.

[4]A riguardo si legga la comunicazione inviata in data 14 ottobre 1891 come risposta al verbale della Prima visita. La questione fu risolta trasformando il locale in una loggia: “In merito al soppalco di cui all’annotazione nel rapporto di 1^ visita ed all’istanza N. 69010 si riferisce che il piccolo locale da esso tramezzato venne ridotto superiormente a loggia per collocamento modelli da pittore e la parte inferiore a passaggio”.

Le latrine sotterranee di Piazza Duomo (1901-1902)

“Un sotterrano si vorrebbe scavare sotto la piazza del Duomo, con ingresso , mediante scalone, dal sottopassaggio Carlo Alberto; ed in questo sotterraneo dovrebbero trovar posto smaltitoi e latrine. In questi giorni si fece, a tale scopo, qualche studio sul luogo. Auguriamo che il progetto si attui, e che nel sotterraneo vengano sepolti gli smaltitoi-latrine che circondano, deturpano, offendono il Duomo, e con esso la decenza, l’estetica, l’occhio, l’olfatto. Quei monumenti vespasiani sono una vergogna che deve sparire”.

L’idea di collocare le “latrine ambulanti” in appositi ambienti sotterranei, nascondendole pertanto alla vista, è fatta risalire al progetto dell’arch. Winkler del 1882 ed attuata dieci anni più tardi a Londra grazie al sig. Smeaton, produttore di apparecchi sanitari.

Alle ore 21 del 30 luglio 1901 fu convocato, in sessione straordinaria, il Consiglio comunale per discutere, tra le altre cose, intorno al progetto per due chioschi in piazza Duomo che avrebbero ospitato gli uffici di controllo tramviario per la Edison e le scale di accesso ad un sotterraneo adibito alle latrine sotterranee:

“Il locale sotterraneo di un ampio corridoio di m. 26,60 di lunghezza di m. 2,40 di larghezza: a destra e a sinistra di detto corridoio si troveranno i locali destinati ai singoli servizi e precisamente gabinetto di decenza, smaltitoi, gabinetti di toeletta, posto telefonico pubblico, deposito piccoli bagagli, ecc.

Il locale verrà costruito in gettata di calcestruzzo con copertura in cemento armato, riceverà luce da vetriate attuate sul marciapiede

Il sotterrano sarà diviso trasversalmente in due parti: una resterà riservata alle signore, l’altra agli uomini.

Nel riparto uomini vi saranno cinque latrine ed un gabinetto da toilette, gli smaltito pubblici, il posto telefonico ed il locale del custode.

Delle cinque latrine, quattro saranno a pagamento e serviranno per il pubblico, la quinta sarà tenuta a disposizione del personale tramviario

Nel riparto signore vi saranno quattro latrine e due gabinetti da toilette, un locale per la custodia dei pacchi e pel deposito di quanto occorre pel servizio, ed un locale per la custode.

Fra il riparto uomini ed il riparto signore non si potrà comunicare che passando pei locali dei custodi.

I gabinetti di decenza di m. 1,50 per 1,15 saranno costruiti completamnte in marmo di Carrara e provveduti di latrine a sifone e di cassette di lavatura dei sistemi moderni più perfezionati” .

Nella seduta del Consiglio comunale del 30 luglio il progetto fu approvato con un solo voto contrario.

I lavori iniziarono nella notte del 20 agosto 1901, innalzando una staccionata – mai fotografata a mia conoscenza – nella zona interessata “verso il sottopassaggio” di via Orefici; si conclusero il 14 agosto 1902, quando il cantiere fu rimosso ed il sotterraneo fu inaugurato “informalmente” permettendo ai milanesi di visitare i gabinetti e le toelette.