“Il Posto”, 1961

Ditemi che anche voi, almeno una volta nella vita, avete trascorso una di quelle giornate particolari nelle quali non avete programmato nulla ma in cui, per qualche ragione che non può che sfuggirci, tutto è perfetto; nelle quali si esce dai consueti percorsi che avremmo dovuto solcare per inoltrarci – perché abbiamo tempo – in territori a noi sconosciuti e dei quali ignoravamo l’esistenza; notti o giornate bianche in cui il tempo non viene misurato ma vissuto e si dilata indefinitivamente e del quale rimane poi un inevitabile senso di struggimento, come se fossero, di fatto, le uniche ore per le quali valga la pena vivere. 

Nella primavera del 2000 trascorsi nella mia Milano una giornata così con la ragazza che amavo a quel tempo – che non mi amava o, almeno, non mi amava come amava quello là –  nella quale mi sembrò di essere felice e che ricercai, senza successo, di ripetere; ma è un tempo che non si può programmare, può e deve solo accadere. Quando accadde nuovamente – perché accadde davvero di nuovo! – compresi che non potevo fare altro che viverla senza razionalizzare, perché altrimenti il tentativo di comprendere avrebbe avuto nefaste conseguenze.  Certo, l’amore vi ha grande parte, ma in un senso molto esteso, anche lato: ricordo un viaggio notturno in treno da Vienna verso casa nel quale un semplice incontro fortuito con una ragazza sola e intimorita mi permise di mostrare il mio lato più galante per rassicurarla nelle lunghe ore successive; ragazza che, beninteso, rividi dopo qualche giorno solo una volta per poi non rivederla mai più.

Compresi insomma qualcosa di taoista, la presenza nell’assenza.

Così capita che nella noia di una mattinata anomala – anomala perché inaspettatamente non lavorativa – decida di scegliere uno di quel film che le piattaforme commerciali propongono disordinatamente nei propri elenchi; mentre scorrevo l’elenco, insoddisfatto dei titoli, rimasi colpito da un titolo e dalla fotografia che lo accompagnava: “Il Posto”, del 1961, di Ermanno Olmi. La serendipità ha sempre fatto parte della mia vita, e scelsi di vederlo. Per fortuna.

Sono stato travolto dalla bellezza delle scene, dalla fotografia, dagli accenti, dal garbo, dalla “giornata bianca” che il protagonista – che nemmeno si accorge di amare, lo scopre probabilmente dopo – vive inconsapevolmente: la più bella giornata della sua vita, forse l’unica e l’ultima – non un caso prima del lavoro – e il collega scomparso dalla triste sorte, cosa scriveva, se non, forse, la sua unica giornata felice? E questo apre scenari drammatici…

Poi c’è Milano, la mia Milano che non c’è più – per coloro che avessero avuto la pazienza di leggermi in questi anni sa che io vivo in una città che non esiste più – con i suoi scorci, i suoi negozi, il suo dialetto: non potevo non provare ad identificare alcuni luoghi. So che alcuni celebri siti – Davinotti e l’ex Squadra Volante Ligera – hanno localizzato alcune scene, ma non li ho consultati prima di essermi divertito un poco per conto mio.

I candidati sono condotti dal brutto edificio di via San Giovanni sul Muro 9 verso Palazzo Litta, passando per corso Magenta 14: a destra del portone la gelateria di Beniamino Botticchi, a sinistra la privativa di Giacomo Gho: reperti di un passato che riemerge dall’oblio…

Il fascinoso gioco di sguardi tra un giovane uomo ed una giovane donna – una delle cose più belle che sia possibile fare, alla stessa età del protagonista o poco meno per dei mesi giocai così con una bionda e bellissima ragazza sul tram 13. La scena permette di riconoscere il negozio di Mario Olivetti tra il palazzo monco di corso Magenta 27, “sinistrato al 30%” ed il successivo civico 25 – la cartoleria era di Eraldo Vivarelli a quel tempo. Dietro Loredana Detto – Antonietta “Magali” – una via San Nicolao molto diversa da quella attuale, mentre dietro Sandro Panseri si riconosce anche se a fatica il portone del civico 30, sempre di corso Magenta ovviamente.

I due ragazzi – lei ostenta una femminile indifferenza che tradisce un certo interesse, mentre lui è impacciato al limite dell’adorabile – proseguono poi verso l’imbocco di via Nirone: al civico di quello che era il civico 19 di corso Magenta vi era la drogheria di Federico Poli; là dove la signora ci guarda con sguardo sorpreso si scorge a sinistra lo scomparso ex civico 2 di via Nirone. La scena del caffè, delicatissima e ricca di sfumature, si svolge in via Hayez 1 – qui ho chiesto aiuto ad essere sincero.

Non poteva mancare una rapida volata in corso Vittorio Emanuele, che si stava apprestando definitivamente a cambiare volto per sempre con i lavori edilizi di ricostruzione e quelli per la linea della metropolitana; “L’inferno nella stratosfera (Giappone, 1959) leggibile a destra.

Passiamo adesso alle scene notturne, apparentemente più complesse ma in realtà identificabili con un poco di pazienza dato che sono tutte state girate in un fazzoletto di strade: corso Magenta in prossimità del civico 30 – c’era il negozio di vini del Chianti delle Cantine Ricasoli ed il “Frutteto Trentino” di Emilio Giordani. Da lì verso via San Nicolao e piazzale Cadorna, ad aspettare il più a lungo possibile il tram che la avrebbe portata a casa.

Lui torna a casa – tardi, tardissimo, più tardi possibile: lo capisco! Quando lei mi baciò dicendomi che un mio bacio “vale diecimila dei suoi” – il motivo è ovvio, lo avete capito, vero? tornai a casa a piedi, dal centro di Milano fino alla periferia sud ed oltre il confine comunale ed ancora avanti… – e non può che cantare perché per la prima volta nella sua vita sente di vivere e non può che esprimerlo come può, anche stonando allegramente.

Bonjour Tristesse invece per l’amara consapevolezza del risvolto dell’amore, che non è certo l’odio, bensì la mancata congiunzione che avrebbe potuto realizzare la perfezione e che invece ha come conseguenza una collezione, un insieme di vuoti a perdere – ma è necessaria anche questa esperienza per com-prendere pienamente quella precedente…

Le “scene del cortile” ad essere sincero disperavo di rintracciarle; tuttavia ho riflettuto sul fatto che gran parte delle scene furono girate nei dintorni immediati di Palazzo Litta – credo vi fosse una ragione inerente il lavoro del regista, altri ne sapranno di più -quindi è stato possibile localizzare due cortili che sembrano ancora in gran parte intatti come nel 1961, come si possono vedere su alcune foto odierne:

L’ingenuità di un impermeabile quando sarebbe stato più utile un ombrello – e gli ombrelli li abbiamo visti in corso Magenta! Càpita così che un Tivoli un luogo dove ci si deve divertire possa diventare un luogo carico di sofferenza.

Direi che possiamo fermarci qui. Ho tralasciato solo un paio di fotogrammi di piazzale Cadorna e via Boccaccio. Mi piacerebbe però, a completamento del lavoro, individuare anche la “latteria” dove pranzarono Amore e Psiche:


ADDENDUM 10.09.2022

Ricevo e pubblico l’ipotesi della gentile signora Silvia Polenta riguardo la localizzazione dell’ultima foto, relativa alla latteria:

“Credo che verosimilmente la latteria dove pranzano i due ragazzi potesse trovarsi in via San Nicolao. Nel 1961, l’anno del film, in Corso Magenta 32 si trovava appunto un’agenzia del Banco Ambrosiano (attuale filiale di Banca Intesa, con palazzo rimodernato). Occupando, credo, gli stessi spazi dell’attuale Banca Intesa posso presumere che le vetrine proseguissero come oggi sulla Via San Nicolao, e nel fotogramma del film sul lato opposto rispetto alla latteria si scorge parte dell’insegna “…NCO AMBR..”. La via ritratta è stretta e compatibile con la San Nicolao ed oltretutto, come sappiamo, buona parte del film è stata girata in Corso Magenta e zone limitrofe”.

La conferma della correttezza della ipotesi è data dalla Guida Savallo Fontana del 1957-58 in mio possesso: il Banco Ambrosiano era già situato in corso Magenta 32; mentre in via San Nicolao civico 2 vi era la latteria dei Fratelli Giordani – luogo del pranzo del ragazzo e della ragazza.

Non mi resta che ringraziare ancora la signora Silvia Polenta!

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