I Lavatoi Pubblici

«La lavandaia chiassosa e canterina, tipo da scena dialettale o da bozzetto pittorico del vecchio stampo favrettiaino, tende sempre più a scomparire dal moderno quadro di costume: figura superata dal progresso e cancellata dalle lavanderie e vapore, dove tutto si fa a macchina in un silenzioso opaco roteare e schiumare di marmittoni fumanti, e la scarmigliata e florida donna a braccia nude è sostituita dall’adusto e severo meccanico in “tuta” turchina.

Quella figura sopravvive o trionfa tuttavia nella campagna, suo regno naturale, dove l’acqua libera trascorre; e a filo dell’erbosa riva, sul greto del fiume o del torrente, ancora si vede, — e si sente, — la donna che sfrega e strizza i panni e picchia e canta. Ma raro è incontrarla nelle città, se un canale non le attraversi; rarissimo a Milano che ha messo il coperchio anche al Naviglio. Chi voglia vederne qualcuna deve portarsi al largo, nelle zone periferiche, o meglio capitarci a caso chè forse d’andarci apposta non mette conto per cosi poco, quando non s’abbiano nell’anima un po’ d’amore e un tantino di nostalgia per le antiche usanze che se ne vanno.

Per esempio, di là dalla Darsena, lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, accade di vederne ai piedi delle scalette che incidono l’argine, curve sulle piccole pedane piantate di traverso contro il pelo dell’acqua, scaglionate via via, macchie di colore sullo sfondo grigio, lavandaie che scandiscono il ritmo del lavoro a forza di tonfi, svegliando echi sonori tra le sponde di pietra, le spallette di cemento e i ponti di ferro.

Ma un posticino più curioso è in via Cavalcanti, di là dalla Stazione, eppure in una plaga che l’attività edilizia ha conquistato da un pezzo. Singolare anacronismo, vi si staglia un’oasi decisamente campagnuola. dove sono ancora in piedi, in un malinconico isolamento, certe umili cascine con l’ortaglia intorno, e un fosso vi serpeggia, con una passerella di travi che ha procurato al luogo il nome di Ponticello. È il Fontanile di Santa Corona, che viene dalla Martesana e appare e scompare a tratti sotto le strade e le case, fin che si perde del tutto nei misteri del sottosuolo. Ma là passa allo scoperto e gli hanno imposto un tributo cogliendolo al varco con un lavatoio. È una povera tettoia, con gli spioventi di sgangherata lamiera e con tramezzi sospesi a pezzi di corda per dividere lo spazio in compartimenti, ai quali corrispondono le lastre di pietra collocate di sghembo presso il ciglio dell’acqua. Scorre il rivo, chiaro frusciarne come una lucida seta che s’increspi; le donne del vicinato scendono sulla proda a lavare la biancheria, e ridono, motteggiano, scudisciando lo scivolo a gran colpi di lenzuoli attorcigliati; gli uomini si soffermano a guardare dall’opposto lido, e certo a qualcuno vien voglia d’appendere sullo sbatacchiante accompagnamento il filo canoro d’un galante stornello.

***

Si può giurare che quel lavatoio rustico non abbia fornito al Municipio il modello per la dozzina di pubblici lavatoi distribuiti nella città, neanche per i più vecchi, di Santa Croce e dell’ex-Macello, e tanto meno per gli altri, chè tutti si presentano con solide costruzioni in muratura, e magari con un piano sovrapposto, per l’abitazione del custode.

Tale il lavatoio di via Cherubini, fuori di porla Magenta. Un gran porticato, con una parete a finestroni e l’altra aperta sul cortile che serve da stenditoio. In mezzo, un’ampia e lunga vasca di cemento con settantadue riparli su due file e altrettanti rubinetti per l’acqua fredda. In giro, tavole a graticola, cavalletti a rotelle, sbarre, mastelli e secchie. Di solito non c’è ressa, ma al lunedì e al martedì qualche volta si fa la coda. Cioè la fanno queste brave donne che vengono qui a lavare la roba di casa, o le lavandaie di mestiere che vengono a lavare quella degli altri. Venti centesimi d’ingresso a testa, e dentro.

In questa stagione il lavatoio spalanca il portone alle otto del mattino e rimane aperto poco meno di nove ore. Un via vai quasi continuo. Eccole, alla spicciolata o a gruppi, ile lavandaie coi fagotti in capo o sotto braccio. Tutte vecchie. Una sfilata di capelli bianchi. Magre talune, risecchite e rugose come nonnette : altre prosperose e gagliarde, ben piantate sui fianchi e con le spalle atletiche. Nell’assemblea delle teste canute fa spicco una giovane bionda e graziosetta. con un’aria da signorina. Fra gli abiti modesti risana il suo soprabito felpato, che sembra una reminiscenza di pelliccia. In mezzo alle calze ruvide, alle ciabatte e agli zoccoli, si staccano le sue calze rosee e le scarpettine col tacchetto. E’ disinvolta e bada ai fatti suoi, tranquilla e sicura; e le altre non ne fanno caso. Badano anch’esse ai fatti loro, alle prese col sapone e con la » candigina » e soprattutto con l’acqua gelida che fa freddo solo a guardarla, in questa giornata rigida e pungente. Dev’essere proprio il loro elemento, poiché queste creature anfibie vi diguazzano Indifferenti con lo mani e le braccia, resistendo con l’abitudine, reagendo con l’incessante moto, cosicché eccole in breve rubiconde e ridenti. Se mai il freddo lo sentono dopo, quando stan ferme, quando s’affacciano a strologare il cielo con la speranza che spunti il sole, quando vanno a prelevare qualche secchio di acqua calda. — trenta centesimi ogni quindici litri. — o quando portano la roba lavata all’idroestrattore: quaranta centesimi ogni tre minuti, misurati con la veneranda precisione della clessidra.

“Vietato cantare, schiamazzare, esprimersi turpemente, litigare o, comunque, turbare l’ordine”: questo impone il regolamento, e lo si osserva: ma non comanda il silenzio e queste brave donne pur lavorando chiacchierano a tutto andare, ché del resto è questo il loro salotto; ma la vera conversazione si intavola a mezzogiorno, quando le lavandaie s’adunano a crocchi per la sobria colazione condita da robusto appetito e di motti pepati. Lasciate fare a loro. Lo scilinguagnolo ben sciolto ce l’hanno tutte e più di tutte l’aveva quella povera Brigida ch’è morta l’anno scorso ed era l’anima allegra del lavatoio. Se poi qualche volta il diapason delle voci s’accentua, se le parole eccedono la misura, se il cicaleccio diventa tumulto e il battibecco baruffo, basta che intervenga col suo mònito il custode o che si mostri con la sua prestigiosa divisa il vigile. Ma in fondo è naturale che con tanto freddo ci sia la tendenza a riscaldarsi.

***

La cosa dovrebbe riuscir più facile in quel lavatolo che da cinque anni è sorto in via Stromboli, sul fianco della piazza Vesuvio, se ai vulcanici nomi si adeguasse la temperatura normale. È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere. ‘

Infatti, ecco al lavoro non più d’una ventina di donne. Anche qui tra le vecchie, quasi a confermar la regola, splende il fresco sorriso d’una giovane bionda, sulla cui figura fiammeggia un corpetto rosso. È’ la nota squillante della compagnia. I.a nota gioconda ce la mette una vecchina che sembra un grano di pepe, la Geronima, araldo muliebre dell’allegria. Ordine e buonumore, tale l’impronta di questo e degli altri lavatoi della città, convegno di uno strano mondo femminino, loquace ma non pettegolo, bizzarro ma giudizioso e indubbiamente dotato d’un prezioso senso: quello della pulizia.

È il regno delle donne, ma, titubante,- come spaesato, vi s’arrischia talora qualche maschio, qualche vagabondo che va a lavarsi quatto quatto le sue robe, togliendosele di dosso, zitto e guardingo, una alla volta, e aspettando poi che si rasciughino al sole quando c’è. Ridono volentieri, le donne al lavatoio, ma figurarsi allora !»

(“Donne al lavatoio” nel Corriere della Sera del 28 febbraio 1933)

Il lavatoio pubblico di via Stromboli

Il lavatoio comunemente noto come quello di “piazza Vesuvio”, che in realtà si trovava in via Stromboli, comunque nei pressi, fu inaugurato, come da prassi del tempo fascista, in occasione delle celebrazioni della Marcia su Roma il 30 ottobre 1927. Il suo progetto risaliva almeno alla primavera del 1926 e prevedeva “oltre le opere murarie, l’impianto di caldaie per presa e sollevamento dell’acqua, apparecchi distributori dell’acqua, apparecchi sanitari ed elettrici”. Così viene descritto da un anonimo ma valente articolista del Corriere della Sera: “È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere.”.

La struttura è stata fotografata da Vincenzo Aragozzini, con ogni probabilità poco dopo la fine dei lavori e prima della sua inaugurazione, nell’ottobre del 1927.



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