Cinema Teatro Modena

La genesi del Cinema Teatro Modena, alla luce della documentazione presente presso l’Archivio Ornato Fabbriche di Milano, è piuttosto complessa: la sua ricostruzione è stata di conseguenza particolarmente laboriosa, poiché è stato necessario connettere ta loro le numerose comunicazioni intercorse tra il proprietario dell’area, il sig. Giovanni Zecca, il Comune di Milano e le varie figure professionali che hanno contribuito alla realizzazione del fabbricato.

Il 6 novembre 1903 l’ing. Genesio Vivarelli comunicò al Comune di Milano l’intenzione di procedere ad alcuni urgenti lavori relativamente al fabbricato di via San Gregorio 3, proprio accanto a ciò che sopravviveva del Lazzaretto, che sarebbe stato successivamente oggetto di progetto da sottoporre ad approvazione; tali lavori sarebbero stati necessari per le cattive condizioni nel quale versava il fabbricato. Non sappiamo, naturalmente, se nelle poche righe inviate dal buon ingegnere si celasse invece l’intenzione, come spesso accadeva ed accade, di trovare una giustificazione strutturale o di altro tipo – in questo caso dovuti ad infiltrazioni di acqua piovana – al fine di accelerare i lavori ed in qualche modo superare le lungaggini burocratiche.

L’istanza per la realizzazione di un fabbricato ad uso caffè-concerto, di proprietà del sig. Giovanni Zecca e che di fatto insisteva su una porzione dell’ex Lazzaretto, fu poi effettivamente presentata il 27 novembre successivo. Il progetto del caffè-concerto prevedeva la realizzazione di un salone con foyer di ingresso e retrostante palcoscenico per piccole rappresentazioni; la facciata, simmetrica, a due piani, utilizzava il repertorio stilistico classico con tre archi a tutto sesto centrali per il foyer e campate laterali con finestre. Il giudizio della Commissione igienico-edilizia del 17 dicembre 1903 si limitò ad ordinare la soppressione dei pozzi perdenti e la realizzazione degli scarichi in fognatura stradale, non sollevando particolari obiezioni intorno al resto.

I lavori di demolizione dovevano essere già iniziati da qualche giorno se già il 4 gennaio 1904 il Comune ordinò, a seguito di un reclamo della vicina scuola comunale di via Casati angolo via Tadino e di altri, di provvedere immediatamente a rinforzare il muro di cinta a confine e prevedere un posto di sorveglianza attivo per evitare qualsiasi tipo di pericolo; fu forse per questo motivo che si sollevò la mancata consegna del progetto di fognatura in sostituzione dei pozzi perdenti per sospendere i lavori il successivo 19 gennaio. L’ing. Vivarelli immediatamente si prodigò per integrare il progetto come ordinato; è tuttavia interessante osservare che nelle comunicazioni intercorse alla fine del mese di gennaio 1904 il “caffè-concerto” è sostituito da una nuova descrizione “teatro d’estate”, con contestuale sostituzione del capomastro Carlo Maggi – forse, ma è solamente una congettura beninteso – a causa proprio dei lavori non propriamente eseguiti “a regola d’arte” fino a quel momento

Il nuovo capomastro Ambrogio Arnaboldi avanzò richiesta di Prima visita per il solo palcoscenico, relativamente alle opere in rustico, già il 25 aprile 1904: era evidente una certa fretta da parte dello Zecca, che probabilmente intendeva aprire il suo locale già per l’estate dello stesso anno. Le visite suppletive furono più d’una a cagione, a mio parere, proprio della fretta con cui erano costrette a lavorare le maestranze, ma gli esiti, come poteva essere prevedibile, non erano soddisfacenti. I documenti conservati presso l’Archivio Ornato Fabbriche evidenziano, nella massa delle comunicazioni e degli Atti, una certa confusione anche progettuale nell’esecuzione delle opere: ad esempio il 2 maggio 1904 fu comunicato al Comune l’intenzione di erigere un muro di cinta provvisorio in attesa del completamento della facciata definitiva verso via San Gregorio – evidentemente per utilizzare, visto l’approssimarsi della stagione estiva, il palcoscenico per il teatro all’aperto – nonostante non fosse ancora stato ottenuto il parere obbligatorio della Commissione di Vigilanza sui Teatri.

La conseguenza di questo atteggiamento fu quello di indispettire l’autorità comunale, che immediatamente ordinò di dotare il palcoscenico delle latrine regolamentari e del relativo carico e scarico delle acque come dai vigenti regolamenti di igiene del tempo; si instaurò insomma quel processo di diffidenza, ben noto a tutti i professionisti del settore, da parte degli uffici comunali verso gli esecutori delle opere edilizie, in quanto si leggeva, probabilmente a ragione, un tentativo di scavalcare la propria autorità. Il risultato fu la richiesta, da parte dello Zecca, di sanatoria delle opere edilizie in legno “provvisorie” fino a quel momento eseguite: si accettava evidentemente il “male minore” in vista della stagione teatrale estiva ormai alle porte.

Così un rapporto comunale del 10 luglio:

“Si rende noto che Zecca Giovanni nell’erigendo teatro in via S. Gregorio N.3 ha fatto costruire una facciata in legno che non risulta approvata dagli atti 17155/903 Rip. 9 marzo 1904. Infatti venne emessa licenza pel solo palcoscenico e camerini (che poi la Comm. di Vigilanza sui Teatri pare non ritenga regolamentari). In frego poi alle case N. 15 e N. 17 C.so Buenos Ayres senza permesso né dell’autorità Comunale né de’ frontisti fa sopralzare i muri di confine portandoli da circa m. 2,50 a circa . 4,50”.

La risposta del successivo 16 luglio, se così si può chiamare, del capomastro Arnaboldi, a nome ovviamente della proprietà, fu, a modo suo, disarmante ed indicativa:

“Il sottoscritto Capomastro per incarico del Sig. Giovanni Zecca, proprietario dello stabile sito in questa Città al C. N. 3 di Via s. Gregorio; fa domanda a codesta Onorevole Giunta per il Permesso d’occupare detto stabile, per uso di Caffè-Giardino Teatro“.

La soluzione architettonica trovata per corrispondere alle richieste dell’ufficio comunale fu allegata ad una risposta successiva: due latrine presso la facciata provvisoria cieca in legno e tanti saluti. Alla fine del mese di agosto fu comunque elevata regolare contravvenzione al sig. Zecca per occupazione abusiva del fabbricato ad uso teatro all’aperto, che aveva occupato senza permesso – ma vi è da dire che da parte loro gli uffici comunali non avevano risposto alle varie comunicazioni dell’intraprendente impresario – che da parte sua vantava, pare, una concessione provvisoria di un mese da parte della Questura.

L’apertura estiva del teatro permise forse allo Zecca di rientrare, almeno in parte, delle spese sostenute; il 27 settembre 1904 comunicò al Comune la sua intenzione di ultimare la costruzione del “Teatro Giardino d’Italia” – così denomina il salone. A questo punto tuttavia, come per le migliori sceneggiature – e devo dire che le vicende di questo teatro meriterebbero davvero una ricostruzione cinematografica! – accade appunto un coup de théâtre:

“Milano 10 ottobre 1904. Onorevole Giunta Municipale di Milano

Il sottoscritto ingegnere autore del progetto del Nuovo Cafè-Concerto di Via S. Gregorio N. 3, costruito per conto del Sig. Giovanni Zecca, dopo avere esperito tutte le vie amichevoli e conciliatorie con il proprietario, è venuto nella determinazione di ritirare la firma del progetto in parola e quindi declinerà ogni e qualsivoglia responsabilità di tutto ciò che si è f atto che si sta facendo nella aitata costruzione e ciò per i seguenti motivi:

1° Il Sig. Giovanni Zecca non ha mai usato con l’ingegnere direttore del lavoro quei riguardi che provengono dalla di Lui responsabilità ed ha voluto fare e disfare come meglio gli tornava di guisa che si sono apportate delle varianti madornali al progetto (…)”. E così via su questo tono. Dopo una settimana si sarebbe notificato allo Zecca altra costruzione abusiva all’interno del lotto, giusto per “inquadrare” la questione – sopralzo che raddoppiava i camerini degli artisti come richiesto dalla Commissione di Vigilanza sui Teatri. L’ing. Genesio Vivarelli fu poi sostituito dopo qualche giorno dall’ing. Enrico Provasi, che avrebbe protocollato una variante al progetto originario.

Al di là della simpatia che possiamo provare nei confronti di un professionista costretto a rinunciare all’incarico, bisogna ammettere che il secondo progetto di quello che al tempo era ancora chiamato “Caffè Giardino d’Italia” pare più bello, affascinante nelle sue linee sinuose, aggiornate secondo l’Art Nouveau, sia pure all’interno di un impianto simmetrico ormai ereditato e probabilmente non modificabile oltre un certo limite economico: grandi aperture vetrate e arricchite con serramenti moderatamente curvi prendono il posto dei grevi archi a tutto sesto originari, il tutto completato da due torri laterali con alti pennoni, probabilmente allo scopo di attirare l’attenzione. En passant, il progetto intendeva anche ottemperare alle richieste della Commissione di Vigilanza sui Teatri e risolvere le questioni degli abusi che ad essa erano collegati.

I problemi con l’amministrazione comunale non sarebbero tuttavia cessati col cambio di ingegnere:

“Il Sig. Giovanni Zecca, proprietario del teatro “Gustavo Modena” al n. 3 Via S. Gregorio ha aperto al pubblico i suoi locali con una serie di rappresentazioni che ebbero principio il giorno 24 dicembre (…)”. L’assenza della licenza di occupazione non impedì al disinvolto Zecca di fare secondo il suo comodo – ma il 3 febbraio 1905 fu pertanto elevato verbale di contravvenzione. La questione si sarebbe trascinata per molti mesi, con scambio di comunicazioni e rapporti che, diciamo la verità, risultano non particolarmente interessanti per le cronache edilizie.

Decisamente più rilevante – purtroppo – si sarebbe rivelata invece la comunicazione del 13 giugno 1905:

“Il Sig. Zecca Giovanni, Proprietario del Teatro in via San Gregorio N. 3, avendo deciso di introdurre alcune varianti del modo di decorazione della facciata del Teatro stesso in contrasto di quanto era indicato nel Progetto di cui al N. 96883 di Protocollo Generale del decorso anno 1904, regolarmente approvato, presenta in duplo, a mezzo del sottoscritto, il nuovo Tipo di Facciata per la relativa approvazione, avvertendo che nulla fu mutato nelle linee costruttive, eccetto che, nei locali sopralzantisi sul piano del terrazzo fu sostituito, all’impalcatura di cemento armato, il tetto a falde inclinate con tegole marsigliesi (…)”.

Forse poco era cambiato dal punto di vista costruttivo, ma molto da quello estetico ed architettonico; l’originale progetto dell’ing. Provasi non sarebbe forse stato un capolavoro da indicare nei Baedeker cittadini, ma la versione probabilmente finale risulta di una banalità sconcertante. Peccato.

Per le vicende successive rinvio al noto sito di Giuseppe Rausa.



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