Il mercato di porta Garibaldi

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il mercato di porta Garibaldi – al tempo piazza Tommaso di Savoia, oggi piazza XXV Aprile – fu il primo del quintetto ad essere inaugurato sabato 13 dicembre 1930. Esso era distinto in due padiglioni grandi in totale 780 mq, di cui coperta 530 mq, per un totale di 9 campate di metri 8 x 4 in grado di ospitare 44 (altre fonti indicano, probabilmente errando, 45) banchi di vendita. Le lastre A 7615 e A 7617, conservate al Civico Archivio Fotografico illustrano il mercato di porta Garibaldi affollato poco dopo la sua inaugurazione.

Le incursioni aeree dell’agosto 1943 distrussero il mercato di porta Garibaldi.



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I lavatoi pubblici – Il lavatoio di via Porro Lambertenghi

«La lavandaia chiassosa e canterina, tipo da scena dialettale o da bozzetto pittorico del vecchio stampo favrettiaino, tende sempre più a scomparire dal moderno quadro di costume: figura superata dal progresso e cancellata dalle lavanderie e vapore, dove tutto si fa a macchina in un silenzioso opaco roteare e schiumare di marmittoni fumanti, e la scarmigliata e florida donna a braccia nude è sostituita dall’adusto e severo meccanico in “tuta” turchina.

Quella figura sopravvive o trionfa tuttavia nella campagna, suo regno naturale, dove l’acqua libera trascorre; e a filo dell’erbosa riva, sul greto del fiume o del torrente, ancora si vede, — e si sente, — la donna che sfrega e strizza i panni e picchia e canta. Ma raro è incontrarla nelle città, se un canale non le attraversi; rarissimo a Milano che ha messo il coperchio anche al Naviglio. Chi voglia vederne qualcuna deve portarsi al largo, nelle zone periferiche, o meglio capitarci a caso chè forse d’andarci apposta non mette conto per cosi poco, quando non s’abbiano nell’anima un po’ d’amore e un tantino di nostalgia per le antiche usanze che se ne vanno.

Per esempio, di là dalla Darsena, lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, accade di vederne ai piedi delle scalette che incidono l’argine, curve sulle piccole pedane piantate di traverso contro il pelo dell’acqua, scaglionate via via, macchie di colore sullo sfondo grigio, lavandaie che scandiscono il ritmo del lavoro a forza di tonfi, svegliando echi sonori tra le sponde di pietra, le spallette di cemento e i ponti di ferro.

Ma un posticino più curioso è in via Cavalcanti, di là dalla Stazione, eppure in una plaga che l’attività edilizia ha conquistato da un pezzo. Singolare anacronismo, vi si staglia un’oasi decisamente campagnuola. dove sono ancora in piedi, in un malinconico isolamento, certe umili cascine con l’ortaglia intorno, e un fosso vi serpeggia, con una passerella di travi che ha procurato al luogo il nome di Ponticello. È il Fontanile di Santa Corona, che viene dalla Martesana e appare e scompare a tratti sotto le strade e le case, fin che si perde del tutto nei misteri del sottosuolo. Ma là passa allo scoperto e gli hanno imposto un tributo cogliendolo al varco con un lavatoio. È una povera tettoia, con gli spioventi di sgangherata lamiera e con tramezzi sospesi a pezzi di corda per dividere lo spazio in compartimenti, ai quali corrispondono le lastre di pietra collocate di sghembo presso il ciglio dell’acqua. Scorre il rivo, chiaro frusciarne come una lucida seta che s’increspi; le donne del vicinato scendono sulla proda a lavare la biancheria, e ridono, motteggiano, scudisciando lo scivolo a gran colpi di lenzuoli attorcigliati; gli uomini si soffermano a guardare dall’opposto lido, e certo a qualcuno vien voglia d’appendere sullo sbatacchiante accompagnamento il filo canoro d’un galante stornello.

***

Si può giurare che quel lavatoio rustico non abbia fornito al Municipio il modello per la dozzina di pubblici lavatoi distribuiti nella città, neanche per i più vecchi, di Santa Croce e dell’ex-Macello, e tanto meno per gli altri, chè tutti si presentano con solide costruzioni in muratura, e magari con un piano sovrapposto, per l’abitazione del custode.

Tale il lavatoio di via Cherubini, fuori di porla Magenta. Un gran porticato, con una parete a finestroni e l’altra aperta sul cortile che serve da stenditoio. In mezzo, un’ampia e lunga vasca di cemento con settantadue riparli su due file e altrettanti rubinetti per l’acqua fredda. In giro, tavole a graticola, cavalletti a rotelle, sbarre, mastelli e secchie. Di solito non c’è ressa, ma al lunedì e al martedì qualche volta si fa la coda. Cioè la fanno queste brave donne che vengono qui a lavare la roba di casa, o le lavandaie di mestiere che vengono a lavare quella degli altri. Venti centesimi d’ingresso a testa, e dentro.

In questa stagione il lavatoio spalanca il portone alle otto del mattino e rimane aperto poco meno di nove ore. Un via vai quasi continuo. Eccole, alla spicciolata o a gruppi, ile lavandaie coi fagotti in capo o sotto braccio. Tutte vecchie. Una sfilata di capelli bianchi. Magre talune, risecchite e rugose come nonnette : altre prosperose e gagliarde, ben piantate sui fianchi e con le spalle atletiche. Nell’assemblea delle teste canute fa spicco una giovane bionda e graziosetta. con un’aria da signorina. Fra gli abiti modesti risana il suo soprabito felpato, che sembra una reminiscenza di pelliccia. In mezzo alle calze ruvide, alle ciabatte e agli zoccoli, si staccano le sue calze rosee e le scarpettine col tacchetto. E’ disinvolta e bada ai fatti suoi, tranquilla e sicura; e le altre non ne fanno caso. Badano anch’esse ai fatti loro, alle prese col sapone e con la » candigina » e soprattutto con l’acqua gelida che fa freddo solo a guardarla, in questa giornata rigida e pungente. Dev’essere proprio il loro elemento, poiché queste creature anfibie vi diguazzano Indifferenti con lo mani e le braccia, resistendo con l’abitudine, reagendo con l’incessante moto, cosicché eccole in breve rubiconde e ridenti. Se mai il freddo lo sentono dopo, quando stan ferme, quando s’affacciano a strologare il cielo con la speranza che spunti il sole, quando vanno a prelevare qualche secchio di acqua calda. — trenta centesimi ogni quindici litri. — o quando portano la roba lavata all’idroestrattore: quaranta centesimi ogni tre minuti, misurati con la veneranda precisione della clessidra.

“Vietato cantare, schiamazzare, esprimersi turpemente, litigare o, comunque, turbare l’ordine”: questo impone il regolamento, e lo si osserva: ma non comanda il silenzio e queste brave donne pur lavorando chiacchierano a tutto andare, ché del resto è questo il loro salotto; ma la vera conversazione si intavola a mezzogiorno, quando le lavandaie s’adunano a crocchi per la sobria colazione condita da robusto appetito e di motti pepati. Lasciate fare a loro. Lo scilinguagnolo ben sciolto ce l’hanno tutte e più di tutte l’aveva quella povera Brigida ch’è morta l’anno scorso ed era l’anima allegra del lavatoio. Se poi qualche volta il diapason delle voci s’accentua, se le parole eccedono la misura, se il cicaleccio diventa tumulto e il battibecco baruffo, basta che intervenga col suo mònito il custode o che si mostri con la sua prestigiosa divisa il vigile. Ma in fondo è naturale che con tanto freddo ci sia la tendenza a riscaldarsi.

***

La cosa dovrebbe riuscir più facile in quel lavatolo che da cinque anni è sorto in via Stromboli, sul fianco della piazza Vesuvio, se ai vulcanici nomi si adeguasse la temperatura normale. È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere. ‘

Infatti, ecco al lavoro non più d’una ventina di donne. Anche qui tra le vecchie, quasi a confermar la regola, splende il fresco sorriso d’una giovane bionda, sulla cui figura fiammeggia un corpetto rosso. È’ la nota squillante della compagnia. I.a nota gioconda ce la mette una vecchina che sembra un grano di pepe, la Geronima, araldo muliebre dell’allegria. Ordine e buonumore, tale l’impronta di questo e degli altri lavatoi della città, convegno di uno strano mondo femminino, loquace ma non pettegolo, bizzarro ma giudizioso e indubbiamente dotato d’un prezioso senso: quello della pulizia.

È il regno delle donne, ma, titubante,- come spaesato, vi s’arrischia talora qualche maschio, qualche vagabondo che va a lavarsi quatto quatto le sue robe, togliendosele di dosso, zitto e guardingo, una alla volta, e aspettando poi che si rasciughino al sole quando c’è. Ridono volentieri, le donne al lavatoio, ma figurarsi allora !»

(“Donne al lavatoio” nel Corriere della Sera del 28 febbraio 1933)

Il lavatoio di via Porro Lambertenghi

Quattro lastre in vetro conservate presso il Civico Archivio Fotografico, opera del fotografo Vincenzo Aragozzini, rappresentano il Lavatoio pubblico di via Porro Lambertenghi 20 – nel dopoguerra divenne poi 18 – nel quartiere Isola, senza  indicazioni precise intorno alla possibile datazione se non un generico “prima metà XX secolo”. E’ tuttavia possibile ipotizzare una forbice temporale più ristretta alla luce delle informazioni disponibili in giornali e riviste del tempo.

I lavori furono appaltati nel gennaio del 1931 alla Ditta dell’ing. Eugenio Carini, specializzata in costruzioni di cemento armato, esecutore ad esempio della rimessa di viale Campania, per un importo lavori pari a 500.000 lire. La struttura risulta già in costruzione nel marzo del 1931 ed inaugurata, insieme ad altre, durante le consuete celebrazioni della Marcia su Roma intorno al 28 ottobre dello stesso anno; il suo scopo era quello di “sostituire con un impianto razionale e moderno il vecchio lavatoio di Piazza Garibaldi. Esso è composto di 168 posti indipendenti di lavaggio, di due idroestrattori centrifughi, e di un impianto termico per la produzione di acqua calda. Il salone del lavatoio occupa una superficie di circa 800 mq, ed è coperto da una terrazza piana che serve da campo di stendaggio”. L’inaugurazione in ogni caso non coincise con l’apertura al pubblico, che avvenne solamente l’8 dicembre del 1931, contestualmente alla chiusura del vecchio lavatoio di Porta Garibaldi.

Il lavatoio era un luogo di aggregazione popolare nel suo significato più doloroso ed autentico, che è stato ben sintetizzato da un breve ma significativo scritto: “Davanti a casa mia c’era il lavatoio pubblico, esattamente dove ora sorge la chiesa metodista di via Porro Lambertenghi. Spesso già al pomeriggio alcune lavandaie erano in stato etilico a rischio: il cattivo vino e la cattiva grappa serviva loro a sopportare la vita infame che facevano, le mani deformate e l’assenza di qualsiasi futuro: solo panni e panni e panni da lavare”. Un ritratto da Assommoir che naturalmente non possiamo rimpiangere nostalgicamente.




Il mercato rionale di piazzale Cantore

La rivalutazione della Lira tra la fine del 1926 ed i primi mesi del 1927 costrinse il governo ad attuare alcune misure atte a ridurre i prezzi per venire incontro alla deflazione salariale. All’interno d questo programma, il Comune di Milano, insieme ai vari attori del mercato alimentare, come l’Azienda consorziale dei consumi, innanzitutto fissò i nuovi prezzi di generi alimentari, ma, cosa più rilevante per noi, progettò un ampio programma di costruzione di mercati rionali per una spesa preventivata di ben due milioni di lire, duecentomila delle quali da spendersi nel 1927. L’amministrazione aveva già individuato negli anni precedenti le seguenti zone:

  • Rondò Loreto all’imbocco di viale Abruzzi;
  • Via Benedetto Marcello;
  • Ex dazio Garibaldi;
  • Incrocio tra via Garigliano e via Volturno;
  • Piazza Lega Lombarda;
  • Largo Procaccini;
  • Piazzale Piemonte;
  • Piazzale generale Cantore;
  • Piazzale XXIV maggio;
  • Largo all’imbocco di via Mantova.

Si trattava in genere di zone di proprietà già comunale, per evitare spese extra, dove di solito convergevano i contadini o mercanti per svolgere piccole vendite al dettaglio. I progetti prevedevano comunque la realizzazione di semplici tettoie con banchi per generi alimentari, eventualmente integrate con una piccola cella frigorifera: niente di più. 

Il secondo mercato fu costruito, dopo quello di viale Abruzzi, nell’area un tempo occupata dalla canottieri Olona in piazzale Cantore, secondo le medesime modalità tipologiche e costruttive ma evitando i problemi emersi nel progetto “pilota”:

“I lavori sono in corso e dovranno essere ultimati per il prossimo dicembre.

La tettoia del nuovo mercato sarà più ampia di quella di viale Abruzzi e avrà pensiline più sporgenti e meno alte così da riparare meglio i compratori, inoltre non avrà carattere industriale, ma elegante aspetto architettonico. Tutti i banchi di vendita saranno costruiti dal Comune, parte in marmo e parte in pietra artificiale lucidata (…). Al centro una fontana darà una nota intonata all’ambiente. Il mercato sarà recinto da una cancellata (…). 

L’area coperta del nuovo mercato supera i 700 metri quadrati”.

Il mercato di piazzale Cantore fu effettivamente inaugurato il 7 dicembre 1927, alla presenza del podestà Belloni, dall’ing. Cecchi, progettista, e dal cav. Radico. Le sue misure effettive erano le seguenti: dieci metri di larghezza e trenta metri di lunghezza, anche se la sua superficie coperta era effettivamente di 700 mq. Tuttavia le belle lastre conservate presso il Civico Archivio Fotografico di Milano non mostrano, a dire il vero, una struttura architettonica particolarmente bella; si tratta di una struttura ancora industriale ma indubbiamente non per questo meno interessante, anzi.

Fu danneggiato durante le incursioni Alleate nell’agosto 1943 e probabilmente non ricostruito; nelle immediate adiacenze fu anzi costruita – forse in parte riutilizzando alcune strutture – la Mensa Collettiva n. 5.


Villa Pietra

Il 21 febbraio 1900 il sig. Luigi Pietra – cav. Uff., personaggio di spicco nel panorama milanese a cavallo tra la fine del XIX ed i primi lustri del XX – presentò istanza per la costruzione di una villa signorile situata tra le vie “Boscovic”, Napo Torriani e Carlo Tenca, a nord della vecchia Stazione Centrale. Il progetto risulta firmato dall’ing. Vincenzo Sarti, che, una decina di anni dopo, sarebbe stato uno degli autori, insieme all’arch. Vietti Violi, del Brefotrofio provinciale di viale Piceno. Lo stesso giorno sarebbe stato approvato, a Roma, il progetto di legge relativo alla costruzione del nuovo Palazzo delle Poste e dei Telegrafi, al termine di un percorso ultradecennale: un giorno fausto, se si vuole!

Il progetto dell’ing. Sarti, in stile neomedievale, si sarebbe collocato ai margini di un lotto di forma rettangolare, con un lato smussato in quella che sarebbe poi stata piazza De Lellis, con una alta e vistosa torre, caratterizzata da merlature e bifore secondo il gusto del tempo e contenente al suo interno la scala. Non vi sono riferimenti linguistici al “nuovo stile”, floreale o liberty; è di un certo interesse osservare come le facciate verso strada siano compiutamente neomedievali al contrario di quelle, semplificate, verso il giardino della proprietà. Se la distribuzione interna dei locali non presenta particolarità rilevanti, si osserva invece come il carattere signorile della costruzione fosse determinato da finiture di un certo livello: pavimentazioni in legno, sala da bagno, con vasca e doccia, collegata direttamente con la camera da letto padronale e separata dalla toilette. Una villa non molto grande, tutto sommato, ma di una certa imponenza, alta solamente due piani ma che la torre contribuisce a rafforzare visivamente; rimane una sensazione non molto gradevole tra i volumi e le facciate, che sembrano poco armoniche tra loro – ma questo è un giudizio personale.

Il progetto fu approvato l’8 marzo e probabilmente i lavori di costruzione iniziarono immediatamente: la Prima visita, relativa ai lavori al rustico, ebbe luogo il 3 luglio seguente, mentre la Seconda, richiesta il 13 settembre, fu eseguita il 28 dello stesso mese. Tempi molto rapidi, come si può constatare; del resto una volta eseguite le opere murarie si può affermare, senza peccare troppo di approssimazione, che i lavori fossero già in dirittura d’arrivo: gli impianti erano limitati al minimo e le decorazioni esterne non particolarmente difficili da eseguire. In poco meno di un anno, al netto delle giornate di pioggia, di neve e di quelle invernali troppo rigide, costruire una villa signorile di due piani fuori terra oltre le fondazioni interrate era assolutamente la norma.

La villa rimase di proprietà del cav. Pietra sino ai primi anni Venti, quando fu venduta al cav. Ferdinando Bonatti. Tuttavia già alla fine del decennio essa fu probabilmente demolita per realizzare l’edificio tuttora esistente al civico 1 di piazza San Camillo de Lellis della Soc. An. Imm. Torriani.



Il capannone di via Carmagnola 17

Nel tentativo di rintracciare documenti ed informazioni intorno al cinematografo di via Carmagnola a Milano ho, per errore – ho scambiato il civico 19 con il 17 – trovato informazioni intorno ad un fabbricato, oggi scomparso, che aveva altra destinazione e che con la cinematografia non aveva alcun rapporto. Tuttavia pubblico qui le notizie intorno a questo piccolo fabbricato perché, nonostante tutto, si tratta comunque di una cronaca edilizia anche se diversa da quella che mi sarei atteso; beninteso, nel mio elenco di fabbricati da studiare è tuttora presente l’ex cinematografo di via Carmagnola 19!


Il 6 novembre 1926 il sig. Pietro Turati presentò istanza di opere edilizie per la costruzione di un magazzino in via Carmagnola 17, in quella porzione di terreno che oggi sarebbe situata tra via Carmagnola e via Jacopo dal Verme, piazza Archinto: “fabbricato rustico ad uso capannone m. 8,40 x 24,00 costruito con murature in laterizio e copertura con tegole piane marsigliesi con ossature formate da capriatelle in legno”. Data la modestia della costruzione il direttore delle opere coincide con l’esecutore medesimo, cioè il capomastro Ambrogio Mascheroni.

Già il 10 novembre seguente il progetto fu esaminato ed approvato senza particolari osservazioni da parte della Commissione igienico-edilizia; si trattava del resto di una costruzione molto semplice, ad un piano, che ampliava di fatto un piccolo fabbricato già esistente per una destinazione probabilmente a laboratorio o piccola attività produttiva. La Prima visita fu eseguita il 27 febbraio 1927 mentre quella relativa all’abitabilità piuttosto tardi secondo gli standard dell’epoca, il 23 dicembre sempre del 1927. L’occupazione dei locali fu concessa dall’11 gennaio 1928.

La Guida Savallo del 1925-26, pertanto di poco precedente ai lavori, indica al civico 17 di via Carmagnola l’attività di officina meccanica del sig. Giuseppe Forni, che forse si ingrandì successivamente. Nel 1939-40 invece l’attività insediata era quella dei Fratelli Bramati, che probabilmente fu l’ultima ad occupare quei locali giacché risulta anche negli anni successivi almeno fino al 1958:

La vita terrena del laboratorio ebbe termine, secondo le CTC, già prima del 1965.



Cinema Teatro Modena

La genesi del Cinema Teatro Modena, alla luce della documentazione presente presso l’Archivio Ornato Fabbriche di Milano, è piuttosto complessa: la sua ricostruzione è stata di conseguenza particolarmente laboriosa, poiché è stato necessario connettere ta loro le numerose comunicazioni intercorse tra il proprietario dell’area, il sig. Giovanni Zecca, il Comune di Milano e le varie figure professionali che hanno contribuito alla realizzazione del fabbricato.

Il 6 novembre 1903 l’ing. Genesio Vivarelli comunicò al Comune di Milano l’intenzione di procedere ad alcuni urgenti lavori relativamente al fabbricato di via San Gregorio 3, proprio accanto a ciò che sopravviveva del Lazzaretto, che sarebbe stato successivamente oggetto di progetto da sottoporre ad approvazione; tali lavori sarebbero stati necessari per le cattive condizioni nel quale versava il fabbricato. Non sappiamo, naturalmente, se nelle poche righe inviate dal buon ingegnere si celasse invece l’intenzione, come spesso accadeva ed accade, di trovare una giustificazione strutturale o di altro tipo – in questo caso dovuti ad infiltrazioni di acqua piovana – al fine di accelerare i lavori ed in qualche modo superare le lungaggini burocratiche.

L’istanza per la realizzazione di un fabbricato ad uso caffè-concerto, di proprietà del sig. Giovanni Zecca e che di fatto insisteva su una porzione dell’ex Lazzaretto, fu poi effettivamente presentata il 27 novembre successivo. Il progetto del caffè-concerto prevedeva la realizzazione di un salone con foyer di ingresso e retrostante palcoscenico per piccole rappresentazioni; la facciata, simmetrica, a due piani, utilizzava il repertorio stilistico classico con tre archi a tutto sesto centrali per il foyer e campate laterali con finestre. Il giudizio della Commissione igienico-edilizia del 17 dicembre 1903 si limitò ad ordinare la soppressione dei pozzi perdenti e la realizzazione degli scarichi in fognatura stradale, non sollevando particolari obiezioni intorno al resto.

I lavori di demolizione dovevano essere già iniziati da qualche giorno se già il 4 gennaio 1904 il Comune ordinò, a seguito di un reclamo della vicina scuola comunale di via Casati angolo via Tadino e di altri, di provvedere immediatamente a rinforzare il muro di cinta a confine e prevedere un posto di sorveglianza attivo per evitare qualsiasi tipo di pericolo; fu forse per questo motivo che si sollevò la mancata consegna del progetto di fognatura in sostituzione dei pozzi perdenti per sospendere i lavori il successivo 19 gennaio. L’ing. Vivarelli immediatamente si prodigò per integrare il progetto come ordinato; è tuttavia interessante osservare che nelle comunicazioni intercorse alla fine del mese di gennaio 1904 il “caffè-concerto” è sostituito da una nuova descrizione “teatro d’estate”, con contestuale sostituzione del capomastro Carlo Maggi – forse, ma è solamente una congettura beninteso – a causa proprio dei lavori non propriamente eseguiti “a regola d’arte” fino a quel momento

Il nuovo capomastro Ambrogio Arnaboldi avanzò richiesta di Prima visita per il solo palcoscenico, relativamente alle opere in rustico, già il 25 aprile 1904: era evidente una certa fretta da parte dello Zecca, che probabilmente intendeva aprire il suo locale già per l’estate dello stesso anno. Le visite suppletive furono più d’una a cagione, a mio parere, proprio della fretta con cui erano costrette a lavorare le maestranze, ma gli esiti, come poteva essere prevedibile, non erano soddisfacenti. I documenti conservati presso l’Archivio Ornato Fabbriche evidenziano, nella massa delle comunicazioni e degli Atti, una certa confusione anche progettuale nell’esecuzione delle opere: ad esempio il 2 maggio 1904 fu comunicato al Comune l’intenzione di erigere un muro di cinta provvisorio in attesa del completamento della facciata definitiva verso via San Gregorio – evidentemente per utilizzare, visto l’approssimarsi della stagione estiva, il palcoscenico per il teatro all’aperto – nonostante non fosse ancora stato ottenuto il parere obbligatorio della Commissione di Vigilanza sui Teatri.

La conseguenza di questo atteggiamento fu quello di indispettire l’autorità comunale, che immediatamente ordinò di dotare il palcoscenico delle latrine regolamentari e del relativo carico e scarico delle acque come dai vigenti regolamenti di igiene del tempo; si instaurò insomma quel processo di diffidenza, ben noto a tutti i professionisti del settore, da parte degli uffici comunali verso gli esecutori delle opere edilizie, in quanto si leggeva, probabilmente a ragione, un tentativo di scavalcare la propria autorità. Il risultato fu la richiesta, da parte dello Zecca, di sanatoria delle opere edilizie in legno “provvisorie” fino a quel momento eseguite: si accettava evidentemente il “male minore” in vista della stagione teatrale estiva ormai alle porte.

Così un rapporto comunale del 10 luglio:

“Si rende noto che Zecca Giovanni nell’erigendo teatro in via S. Gregorio N.3 ha fatto costruire una facciata in legno che non risulta approvata dagli atti 17155/903 Rip. 9 marzo 1904. Infatti venne emessa licenza pel solo palcoscenico e camerini (che poi la Comm. di Vigilanza sui Teatri pare non ritenga regolamentari). In frego poi alle case N. 15 e N. 17 C.so Buenos Ayres senza permesso né dell’autorità Comunale né de’ frontisti fa sopralzare i muri di confine portandoli da circa m. 2,50 a circa . 4,50”.

La risposta del successivo 16 luglio, se così si può chiamare, del capomastro Arnaboldi, a nome ovviamente della proprietà, fu, a modo suo, disarmante ed indicativa:

“Il sottoscritto Capomastro per incarico del Sig. Giovanni Zecca, proprietario dello stabile sito in questa Città al C. N. 3 di Via s. Gregorio; fa domanda a codesta Onorevole Giunta per il Permesso d’occupare detto stabile, per uso di Caffè-Giardino Teatro“.

La soluzione architettonica trovata per corrispondere alle richieste dell’ufficio comunale fu allegata ad una risposta successiva: due latrine presso la facciata provvisoria cieca in legno e tanti saluti. Alla fine del mese di agosto fu comunque elevata regolare contravvenzione al sig. Zecca per occupazione abusiva del fabbricato ad uso teatro all’aperto, che aveva occupato senza permesso – ma vi è da dire che da parte loro gli uffici comunali non avevano risposto alle varie comunicazioni dell’intraprendente impresario – che da parte sua vantava, pare, una concessione provvisoria di un mese da parte della Questura.

L’apertura estiva del teatro permise forse allo Zecca di rientrare, almeno in parte, delle spese sostenute; il 27 settembre 1904 comunicò al Comune la sua intenzione di ultimare la costruzione del “Teatro Giardino d’Italia” – così denomina il salone. A questo punto tuttavia, come per le migliori sceneggiature – e devo dire che le vicende di questo teatro meriterebbero davvero una ricostruzione cinematografica! – accade appunto un coup de théâtre:

“Milano 10 ottobre 1904. Onorevole Giunta Municipale di Milano

Il sottoscritto ingegnere autore del progetto del Nuovo Cafè-Concerto di Via S. Gregorio N. 3, costruito per conto del Sig. Giovanni Zecca, dopo avere esperito tutte le vie amichevoli e conciliatorie con il proprietario, è venuto nella determinazione di ritirare la firma del progetto in parola e quindi declinerà ogni e qualsivoglia responsabilità di tutto ciò che si è f atto che si sta facendo nella aitata costruzione e ciò per i seguenti motivi:

1° Il Sig. Giovanni Zecca non ha mai usato con l’ingegnere direttore del lavoro quei riguardi che provengono dalla di Lui responsabilità ed ha voluto fare e disfare come meglio gli tornava di guisa che si sono apportate delle varianti madornali al progetto (…)”. E così via su questo tono. Dopo una settimana si sarebbe notificato allo Zecca altra costruzione abusiva all’interno del lotto, giusto per “inquadrare” la questione – sopralzo che raddoppiava i camerini degli artisti come richiesto dalla Commissione di Vigilanza sui Teatri. L’ing. Genesio Vivarelli fu poi sostituito dopo qualche giorno dall’ing. Enrico Provasi, che avrebbe protocollato una variante al progetto originario.

Al di là della simpatia che possiamo provare nei confronti di un professionista costretto a rinunciare all’incarico, bisogna ammettere che il secondo progetto di quello che al tempo era ancora chiamato “Caffè Giardino d’Italia” pare più bello, affascinante nelle sue linee sinuose, aggiornate secondo l’Art Nouveau, sia pure all’interno di un impianto simmetrico ormai ereditato e probabilmente non modificabile oltre un certo limite economico: grandi aperture vetrate e arricchite con serramenti moderatamente curvi prendono il posto dei grevi archi a tutto sesto originari, il tutto completato da due torri laterali con alti pennoni, probabilmente allo scopo di attirare l’attenzione. En passant, il progetto intendeva anche ottemperare alle richieste della Commissione di Vigilanza sui Teatri e risolvere le questioni degli abusi che ad essa erano collegati.

I problemi con l’amministrazione comunale non sarebbero tuttavia cessati col cambio di ingegnere:

“Il Sig. Giovanni Zecca, proprietario del teatro “Gustavo Modena” al n. 3 Via S. Gregorio ha aperto al pubblico i suoi locali con una serie di rappresentazioni che ebbero principio il giorno 24 dicembre (…)”. L’assenza della licenza di occupazione non impedì al disinvolto Zecca di fare secondo il suo comodo – ma il 3 febbraio 1905 fu pertanto elevato verbale di contravvenzione. La questione si sarebbe trascinata per molti mesi, con scambio di comunicazioni e rapporti che, diciamo la verità, risultano non particolarmente interessanti per le cronache edilizie.

Decisamente più rilevante – purtroppo – si sarebbe rivelata invece la comunicazione del 13 giugno 1905:

“Il Sig. Zecca Giovanni, Proprietario del Teatro in via San Gregorio N. 3, avendo deciso di introdurre alcune varianti del modo di decorazione della facciata del Teatro stesso in contrasto di quanto era indicato nel Progetto di cui al N. 96883 di Protocollo Generale del decorso anno 1904, regolarmente approvato, presenta in duplo, a mezzo del sottoscritto, il nuovo Tipo di Facciata per la relativa approvazione, avvertendo che nulla fu mutato nelle linee costruttive, eccetto che, nei locali sopralzantisi sul piano del terrazzo fu sostituito, all’impalcatura di cemento armato, il tetto a falde inclinate con tegole marsigliesi (…)”.

Forse poco era cambiato dal punto di vista costruttivo, ma molto da quello estetico ed architettonico; l’originale progetto dell’ing. Provasi non sarebbe forse stato un capolavoro da indicare nei Baedeker cittadini, ma la versione probabilmente finale risulta di una banalità sconcertante. Peccato.

Per le vicende successive rinvio al noto sito di Giuseppe Rausa.



I gabinetti sotterranei di piazza Duomo (1932)

Scale di accesso ai gabinetti sotterranei di piazza Duomo – D 1150 – Civico Archivio Fotografico – Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco – Piazza Castello – Milano (MI)

Le cronache riportano che nel febbraio del 1932 una delle urgenze più, come dire, impellenti, era quella di dotare piazza del Duomo e dintorni di servizi igienici. Naturalmente non era pensabile di collocare dei vespasiani – anche perché l’intenzione delle autorità municipali era di fornire un servizio anche per la metà femminile della popolazione. Per questa ragione il progetto prevedeva la realizzazione di gabinetti sotterranei, mediante scale separate per l’utenza maschile e per quella femminile, ed una serie di apparecchi “modernissimi”. Il servizio era inteso a pagamento, con una parte totalmente gratuita. 

La grande nevicata caduta tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio ritardò i lavori per realizzare il progetto dei gabinetti. Questo ritardo permise a taluni – per inciso le autorità arcivescovili – di sollevare alcune obiezioni intorno all’opportunità di collocarli in piazza Camposanto, suggerendo ad un tempo di costruirli nell’aiuola rettangolare lasciata a verde tra il monumento al re e palazzo Carminati, dove già erano alcuni, ma insufficienti, servizi igienici. 

Pertanto il 1° aprile 1932 il podestà decide di sposare quest’ultima collocazione. Rispetto ai vecchi sotterranei si scelse di evitare la realizzazioni di “chioschi” di ingresso come per quelli non più esistenti – chioschi che nel 1901 avevano anche lo scopo di fornire un riparo ai tranvieri del Carosello – ma di costruire solamente due scale di accesso verso il piano interrato, una per la popolazione femminile e l’altra per quella maschile. Il progetto prevedeva non solo la realizzazione di gabinetti, ma anche di servizi accessori come lustrascarpe, deposito di pacchi ed ombrelli, vendita di oggetti di toeletta e così via.

Incidentalmente, si propose anche di realizzare un insieme di passaggi sotterranei in modo da collegare via Orefici e via Dante con Piazza Duomo; progetto che, come è noto, fu infine messo a punto solamente nel 1949. 

Le opere appaltati nel mese di febbraio 1932 – pertanto nella prima sede in piazza Camposanto – furono appaltati alla ditta Ing. E. Carini per 180.000 lire, pari a circa 380 mila euro odierni. I lavori iniziarono la prima settimana del mese di agosto 1932 e terminarono i primi giorni del novembre seguente; tuttavia si dovette attendere il successivo appalto per la gestione dei gabinetti prima di aprirli definitivamente al pubblico.


L’ampliamento del Cinema Imperiale

Il 16 maggio 1925 fu presentata istanza di nulla osta per opere edilizie relativamente all’ampliamento di “fabbricato ad uso salone cinematografico con sala di divertimento”, evidentemente già esistente, in corso XXII Marzo 14, proprietari i signori Armida Boi in Baffigo ed i fratelli Enrico ed Armando Boi, direttore delle opere ing. arch. Arnaldo Di Lenna e capomastro Stefano Lomazzi – che poi per motivi ignoti avrebbe rimesso l’incarico.

Questa è la descrizione letterale:

“Ampliamento dell’esistente fabbricato a struttura di muratura comune. Impalcature da solaio, le principali a poutrelles e hourdis, le minori, a solette in cemento armato, struttura tetto a capriatelle in legno e copertura ad eternit. Serramenti a piano terreno verso strada in ferro, internamente ed a primo piano in legno. Pavimento parte a parquet e in parte a piastrelle di cemento. Facciata decorata in parte a pietra artificiale ed parte ad intonaco comune e pittura a fresco”.

Il primo progetto, che dovette comunque essere sottoposto all’esame della Commissione di Vigilanza sui Teatri prima di poter essere esaminato dalla Commissione igienico-edilizia, fu tuttavia firmato anche dall’arch. Romano Ciambonini, come appare evidente dalle tavole conservate presso l’Archivio Ornato Fabbriche. Il piccolo fabbricato, a due piani, dal sapore rinascimentale francese, avrebbe potuto essere una stazione ferroviaria di una piccola città di provincia, con grandi aperture per gestire le folle ed il loro smistamento: rispetto ad altri progetti analoghi esso nella sua prima versione rinuncia a quegli elementi chiassosi di richiamo che, in fondo, contribuivano a rendere i cinematografi gradevoli come tipologie simili a quelle dei padiglioni espositivi o da Luna Park; l’unica concessione da questo punto di vista sono le due piccole torrette simmetriche, suppongo meramente decorative, ai lati degli ingressi principali a coronamento del cornicione del tetto. In pianta il colore rosso per indicare le nuove strutture in costruzione evidenziano la preesistenze planimetria molto semplice del capannone originario, con ogni probabilità limitato al solo piano terreno.

La seconda versione, a firma questa volta dell’ing. arch. Di Lenna accentua il carattere francofilo, sia pure mediato con serliane e balaustre, ma nel complesso migliora l’impressione generale anche grazie al coronamento del cornicione, il quale vede eliminate le due torrette originarie e sostituite da quattro semplici sfere; inoltre si allargano le aperture laterali, concedendo un respiro più ampio al prospetto nel suo insieme. Nelle tavole si esplicita la destinazione d’uso del fabbricato, non solo limitata a quella di salone cinematografico ma anche di tabarin: le piante evidenziano un foyer di ingresso, verso la sala cinematografica; sulla destra la scala di accesso al piano primo, più grande della prima versione, con vari salottini di accoglienza, che avrebbe introdotto al salone da ballo vero e proprio, di dimensioni tutto sommato limitate.

Questa seconda versione fu approvata dalla Commissione igienico-edilizia il 7 novembre 1925 senza particolari osservazioni; questa versione fu poi integrata da un altro progetto di variante con alcune limitate modifiche di poco conto nel gennaio del 1927.

Il 9 febbraio 1926 fu richiesta la Prima visita per le opere al rustico, il cui verbale non è conservato nel fascicolo dell’Archivio Ornato Fabbriche ma eseguita presumibilmente dopo qualche settimana. La Seconda visita per le opere al civile, sorprendentemente, fu richiesta molto tempo dopo, contemporaneamente alla Terza visita relativa all’abitabilità, il 14 gennaio 1927 ed eseguita stranamente il giorno successivo. Qualche tempo dopo furono elevate alcune contravvenzioni per uso abusivo di locali quale abitazione – probabilmente del custode – che tuttavia rivestono un interesse limitato ai nostri occhi.

L’abitabilità fu infine concessa il 6 settembre 1928. Per gli ulteriori sviluppi del Cinema Imperiale rimando al noto sito di Giuseppe Rausa.



La posa della prima pietra del Corpus Domini di Milano

 “Il 2 novembre, l’Arcivescovo benedirà solennemente la prima pietra della chiesa monumentale del Corpus Domini, la cui costruzioni fu resa possibile dal Padre Beccaro dei Carmelitani.

Autore del disegno della nuova chiesa è il conte Marchetti di Montestrutto, al quale venne pure affidato il disegno dell’urna di Sant’Ambrogio.

I maggiori sottoscrittori della chiesa del Corpus Domini avranno diritto a certi vasetti di cristallo, che verranno posti coi loro nomi sotto il Pilone dell’Altar maggiore”.

(“La prima pietra della chiesa del Corpus Domini” nel Corriere della Sera del 13-14 ottobre 1897)

“Il padre Beccaro, provinciale dei Carmelitani scalzi, promosse, tempo fa, la costruzione della chiesa provvisoria di legno del Corpus Domini, a porta Sempione. Ora, a fianco di questa chiesa egli ha ideato di farne sorgere un’altra, grandiosa e monumentale; e le pratiche sono già a buon punto.

L’area, di 2660 m.q. è già stata regolarmente ceduta, a mezzo di un compromesso, dalla Fondiaria di Milano. Il padre Beccaro si adopera ora a raccogliere dai fedeli oblazioni per poter raggranellare la somma necessaria all’estinzione totale del debito.

La nuova chiesa è dedicata a Gesù in Sacramento non solo, ma anche ai defunti, pei quali servirà di luogo di suffragio: d’onde la data del 2 novembre scelta per la cerimonia della prima pietra.

Tale cerimonia ebbe luogo ieri alle 15.30, nel recinto dell’area suddetta, entro il quale erano stati eretti palchi ornati di piante e fiori per gli invitati. Facevano servizio agli ingressi alcuni vigili urbani ed agenti di P.S. Un posto di pompieri era stato provvidamente collocato – visto l’agglomerato di tante persone presso una grande chiesa di legno – nel recinto stesso.

L’arcivescovo Ferrari, che doveva celebrare la funzione della posa della prima pietra, arrivò poco prima delle 16, vestito degli abiti pontificali, e sottoscrisse la pergamena commemorativa elegantemente miniata, la quale, insieme a quattro medaglioni d’argento recanti l’effigie del Papa, di Re Umberto, di S. Ambrogio e dell’attuale arcivescovo, venne poi chiusa ermeticamente in un astuccio di piombo che venne calato e murato presso la prima pietra.

Quindi, fra le preci di rito dei sacerdoti che lo attorniavano, il cardinale prese la magnifica cazzuola cesellata, in bronzo dorato, rimescolò la calcina che gli avevano portata dinanzi, e cementò la grossa pietra.

Questa pietra a forma di cubo, pesa circa 30 quintali. E’ di granito di Saltrio, e porta scolpite sui lati le seguenti iscrizioni:

II Novembre MDCCCXCVII del pontificato – di Leone P.P. XIII. A. XX – e di S. E. il Cardinale Andrea Carlo Ferrari anno III.

A Gesù in Sacramento – Tributo dei Carmelitani scalzi – E di tutti i devoti della SS. Eucarestia.

Del Generalato di M.P. Bernardino di S. Teresa – Carmelitano scalzo A. III.

O Gesù in Sacramento – Abbiate pietà di noi – E dei nostri cari defunti.

Terminata la posa della prima pietra, l’arcivescovo col suo seguito, fece il giro delle fondamenta benedicendole, e salì quindi sul palco apposito, ove pronunciò uno dei suoi soliti discorsi, deplorando tra l’altro la scarsezza delle chiese nei nuovi quartieri di Milano e rimarcando l’importanza della funzione che stava per finire.

Seguirono alcuni canti e e la cerimonia terminò verso le 17.30.

Fu notato che non era presente alcuna rappresentanza nè del prefetto nè del sindaco”.

(“La prima pietra del nuovo tempio monumentale del Corpus Domini” nel Corriere della Sera del 3 novembre 1897) 


Di questa cerimonia abbiamo per fortuna una fotografia! Altre due riguardano apparentemente cerimonie successive.

Ma, come per altre occasioni, meglio conservare gelosamente questa fotografia in un archivio, impediamo di diffonderla, mettiamo in atto ciò che raccomandava Sofocle! Per questo motivo I Sapienti rilasciano unicamente copie francobolliche di eventi notevoli come questo, affinché noi umilmente si possa rimanere nel rigagnolo – ma contemplando le stelle, naturalmente!

Sarà stato l’abito pontificale o chissà cosa altro – fatto sta che la dicitura dell’ente conservatore è la seguente:

“Papa Leone XIII alla Cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione della Chiesa del Corpus Domini” 

Le cronache tuttavia riportano la presenza, come abbiamo visto, dell’Arcivescovo Ferrari e non del Papa. Del resto l’altissima qualità delle immagini permette di distinguere chiaramente le fattezze dei personaggi…

Le fotografie fanno parte del fondo Beccarini del Gabinetto Fotografico Nazionale, e sono state scattate pertanto il 2 novembre 1897.

I Lavatoi Pubblici

«La lavandaia chiassosa e canterina, tipo da scena dialettale o da bozzetto pittorico del vecchio stampo favrettiaino, tende sempre più a scomparire dal moderno quadro di costume: figura superata dal progresso e cancellata dalle lavanderie e vapore, dove tutto si fa a macchina in un silenzioso opaco roteare e schiumare di marmittoni fumanti, e la scarmigliata e florida donna a braccia nude è sostituita dall’adusto e severo meccanico in “tuta” turchina.

Quella figura sopravvive o trionfa tuttavia nella campagna, suo regno naturale, dove l’acqua libera trascorre; e a filo dell’erbosa riva, sul greto del fiume o del torrente, ancora si vede, — e si sente, — la donna che sfrega e strizza i panni e picchia e canta. Ma raro è incontrarla nelle città, se un canale non le attraversi; rarissimo a Milano che ha messo il coperchio anche al Naviglio. Chi voglia vederne qualcuna deve portarsi al largo, nelle zone periferiche, o meglio capitarci a caso chè forse d’andarci apposta non mette conto per cosi poco, quando non s’abbiano nell’anima un po’ d’amore e un tantino di nostalgia per le antiche usanze che se ne vanno.

Per esempio, di là dalla Darsena, lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, accade di vederne ai piedi delle scalette che incidono l’argine, curve sulle piccole pedane piantate di traverso contro il pelo dell’acqua, scaglionate via via, macchie di colore sullo sfondo grigio, lavandaie che scandiscono il ritmo del lavoro a forza di tonfi, svegliando echi sonori tra le sponde di pietra, le spallette di cemento e i ponti di ferro.

Ma un posticino più curioso è in via Cavalcanti, di là dalla Stazione, eppure in una plaga che l’attività edilizia ha conquistato da un pezzo. Singolare anacronismo, vi si staglia un’oasi decisamente campagnuola. dove sono ancora in piedi, in un malinconico isolamento, certe umili cascine con l’ortaglia intorno, e un fosso vi serpeggia, con una passerella di travi che ha procurato al luogo il nome di Ponticello. È il Fontanile di Santa Corona, che viene dalla Martesana e appare e scompare a tratti sotto le strade e le case, fin che si perde del tutto nei misteri del sottosuolo. Ma là passa allo scoperto e gli hanno imposto un tributo cogliendolo al varco con un lavatoio. È una povera tettoia, con gli spioventi di sgangherata lamiera e con tramezzi sospesi a pezzi di corda per dividere lo spazio in compartimenti, ai quali corrispondono le lastre di pietra collocate di sghembo presso il ciglio dell’acqua. Scorre il rivo, chiaro frusciarne come una lucida seta che s’increspi; le donne del vicinato scendono sulla proda a lavare la biancheria, e ridono, motteggiano, scudisciando lo scivolo a gran colpi di lenzuoli attorcigliati; gli uomini si soffermano a guardare dall’opposto lido, e certo a qualcuno vien voglia d’appendere sullo sbatacchiante accompagnamento il filo canoro d’un galante stornello.

***

Si può giurare che quel lavatoio rustico non abbia fornito al Municipio il modello per la dozzina di pubblici lavatoi distribuiti nella città, neanche per i più vecchi, di Santa Croce e dell’ex-Macello, e tanto meno per gli altri, chè tutti si presentano con solide costruzioni in muratura, e magari con un piano sovrapposto, per l’abitazione del custode.

Tale il lavatoio di via Cherubini, fuori di porla Magenta. Un gran porticato, con una parete a finestroni e l’altra aperta sul cortile che serve da stenditoio. In mezzo, un’ampia e lunga vasca di cemento con settantadue riparli su due file e altrettanti rubinetti per l’acqua fredda. In giro, tavole a graticola, cavalletti a rotelle, sbarre, mastelli e secchie. Di solito non c’è ressa, ma al lunedì e al martedì qualche volta si fa la coda. Cioè la fanno queste brave donne che vengono qui a lavare la roba di casa, o le lavandaie di mestiere che vengono a lavare quella degli altri. Venti centesimi d’ingresso a testa, e dentro.

In questa stagione il lavatoio spalanca il portone alle otto del mattino e rimane aperto poco meno di nove ore. Un via vai quasi continuo. Eccole, alla spicciolata o a gruppi, ile lavandaie coi fagotti in capo o sotto braccio. Tutte vecchie. Una sfilata di capelli bianchi. Magre talune, risecchite e rugose come nonnette : altre prosperose e gagliarde, ben piantate sui fianchi e con le spalle atletiche. Nell’assemblea delle teste canute fa spicco una giovane bionda e graziosetta. con un’aria da signorina. Fra gli abiti modesti risana il suo soprabito felpato, che sembra una reminiscenza di pelliccia. In mezzo alle calze ruvide, alle ciabatte e agli zoccoli, si staccano le sue calze rosee e le scarpettine col tacchetto. E’ disinvolta e bada ai fatti suoi, tranquilla e sicura; e le altre non ne fanno caso. Badano anch’esse ai fatti loro, alle prese col sapone e con la » candigina » e soprattutto con l’acqua gelida che fa freddo solo a guardarla, in questa giornata rigida e pungente. Dev’essere proprio il loro elemento, poiché queste creature anfibie vi diguazzano Indifferenti con lo mani e le braccia, resistendo con l’abitudine, reagendo con l’incessante moto, cosicché eccole in breve rubiconde e ridenti. Se mai il freddo lo sentono dopo, quando stan ferme, quando s’affacciano a strologare il cielo con la speranza che spunti il sole, quando vanno a prelevare qualche secchio di acqua calda. — trenta centesimi ogni quindici litri. — o quando portano la roba lavata all’idroestrattore: quaranta centesimi ogni tre minuti, misurati con la veneranda precisione della clessidra.

“Vietato cantare, schiamazzare, esprimersi turpemente, litigare o, comunque, turbare l’ordine”: questo impone il regolamento, e lo si osserva: ma non comanda il silenzio e queste brave donne pur lavorando chiacchierano a tutto andare, ché del resto è questo il loro salotto; ma la vera conversazione si intavola a mezzogiorno, quando le lavandaie s’adunano a crocchi per la sobria colazione condita da robusto appetito e di motti pepati. Lasciate fare a loro. Lo scilinguagnolo ben sciolto ce l’hanno tutte e più di tutte l’aveva quella povera Brigida ch’è morta l’anno scorso ed era l’anima allegra del lavatoio. Se poi qualche volta il diapason delle voci s’accentua, se le parole eccedono la misura, se il cicaleccio diventa tumulto e il battibecco baruffo, basta che intervenga col suo mònito il custode o che si mostri con la sua prestigiosa divisa il vigile. Ma in fondo è naturale che con tanto freddo ci sia la tendenza a riscaldarsi.

***

La cosa dovrebbe riuscir più facile in quel lavatolo che da cinque anni è sorto in via Stromboli, sul fianco della piazza Vesuvio, se ai vulcanici nomi si adeguasse la temperatura normale. È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere. ‘

Infatti, ecco al lavoro non più d’una ventina di donne. Anche qui tra le vecchie, quasi a confermar la regola, splende il fresco sorriso d’una giovane bionda, sulla cui figura fiammeggia un corpetto rosso. È’ la nota squillante della compagnia. I.a nota gioconda ce la mette una vecchina che sembra un grano di pepe, la Geronima, araldo muliebre dell’allegria. Ordine e buonumore, tale l’impronta di questo e degli altri lavatoi della città, convegno di uno strano mondo femminino, loquace ma non pettegolo, bizzarro ma giudizioso e indubbiamente dotato d’un prezioso senso: quello della pulizia.

È il regno delle donne, ma, titubante,- come spaesato, vi s’arrischia talora qualche maschio, qualche vagabondo che va a lavarsi quatto quatto le sue robe, togliendosele di dosso, zitto e guardingo, una alla volta, e aspettando poi che si rasciughino al sole quando c’è. Ridono volentieri, le donne al lavatoio, ma figurarsi allora !»

(“Donne al lavatoio” nel Corriere della Sera del 28 febbraio 1933)

Il lavatoio pubblico di via Stromboli

Il lavatoio comunemente noto come quello di “piazza Vesuvio”, che in realtà si trovava in via Stromboli, comunque nei pressi, fu inaugurato, come da prassi del tempo fascista, in occasione delle celebrazioni della Marcia su Roma il 30 ottobre 1927. Il suo progetto risaliva almeno alla primavera del 1926 e prevedeva “oltre le opere murarie, l’impianto di caldaie per presa e sollevamento dell’acqua, apparecchi distributori dell’acqua, apparecchi sanitari ed elettrici”. Così viene descritto da un anonimo ma valente articolista del Corriere della Sera: “È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere.”.

La struttura è stata fotografata da Vincenzo Aragozzini, con ogni probabilità poco dopo la fine dei lavori e prima della sua inaugurazione, nell’ottobre del 1927.