Casa Cucchi

Nella pianta di Milano Bertarelli del 1903, “coll’indicazione dei piani di ampliamento e regolatori esecutivi” si può ammirare a nord della vecchia Stazione Centrale una via Vittor Pisani che, di fatto, non corrisponde più a quella attualmente esistente: più stretta, ma sopratutto inclinata, non ad angolo retto. Tra via “Boscovic” e piazza Andrea Dora – oggi Duca d’Aosta – a metà dell’isolato, si nota una piccola costruzione quadrata: quella piccola costruzione – intorno alla quale mi piacerebbe avere altre informazioni d’archivio – fu oggetto di un teorico “ampliamento” – di fatto una “aggiunta” edilizia – da parte del noto architetto Nazzareno Moretti.


Il 13 febbraio 1903 fu infatti avanzata istanza per la costruzione di una nuova casa di proprietà del sig. Marcello Cucchi, progetto dell’ing. Nazzareno Moretti. La preesistenza fu integralmente conservata – ad eccezione della facciata naturalmente – ed accostata come un corpo a sé stante nel corpo di fabbrica nuovo, che si presentava più largo e più profondo. Si creava così una curiosa configurazione, con una sagoma in pianta dalla forma asimmetrica e che non faceva nulla per nasconderlo; tuttavia tale coraggio viene meno in facciata, giacché si ricorre a qualche stratagemma per regolarizzare e rendere simmetricamente euritmico il prospetto verso via Vittor Pisani. I disegni rispecchiano in pieno lo stile nazional popolare floreale, arricchito però con figure di cigni nel fregio all’ultimo piano che la rendono decisamente particolare. Il repertorio decorativo è decisamente eclettico, le figure muliebri – sfingi greche? – alla sommità delle paraste e anche sopra il portale sembrano lievemente inquietanti…


Il progetto fu così descritto nella relazione allegata: “Casa di nuova costruzione e sopralzo di fabbricato già esistente in modo da formare completamente un grande fabbricato per uso abitazione civile composta di N. 5 piani compreso il terreno – facciata – zoccolo in pietra naturale (Urago) – i contorni di finestre, della porta e la gronda in pietra artificiale (cemento lavorato) – soffitti in cemento armato sistema (Luipold). Tetto con orditure in legname e copertura tegole marsigliesi. Pavimento parte in parquets il resto in mattonelle di cemento. Scale di bevola e parapetto in ferro. Serramenti, finestre verso la via a coulisses, verso giardino a pollice – Acqua potabile – Gas”. Ammetto che, fino alla lettura di questo breve scritto, ignoravo cosa fossero i serramenti a pollice!


Il progetto in ogni caso fu esaminato dalla Commissione igienico-edilizia il 26 febbraio successivo ed approvato con un paio particolari osservazioni di secondaria importanza. I lavori dovettero iniziare subito e di buona lena se già pochi mesi dopo, il 26 giugno, il capomastro Leoni si decise a richiedere la Prima visita al rustico, che fu eseguita il 7 luglio. Il 2 novembre 1903 tuttavia fu avanzata richiesta per un modesto ampliamento, limitato ad un paio di locali ed un passaggio, nell’unità immobiliare del piano rialzato, verso cortile, che, come si vedrà, fu oggetto di particolari problemi. Tale ampliamento fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia il 19 novembre. E’ di un certo interesse notare che la casa, sia pure dignitosa nelle forme, nelle decorazioni e nella distribuzione generosa dei locali, non fosse dotata di allaccio alla pubblica fognatura – giacché non vi era in quel tratto – e nemmeno di acqua potabile: per entrambi questi servizi essenziali si doveva ripiegare rispettivamente al pozzo nero e ad acqua di pozzo.


Il 21 dicembre fu avanzata richiesta finalmente per la Seconda visita, al civile, che fu eseguita due volte, una il 12 gennaio e l’altra il 27 febbraio 1904. Anche la Terza visita, per l’abitabilità, fu eseguita due volte, l’8 ed il 18 aprile 1904. Nella prima furono riscontrati infatti alcuni problemi relativi a quelle verande situate al piano rialzato, oggetto dell’ampliamento di cui sopra, ed in un paio di locali altrove. La querelle fu portata avanti fino alla fine del mese di agosto 1904, quando fu richiesto ennesimo Nulla osta per abitabilità in vista dell’imminente affitto delle abitazioni.


Qualche anno più tardi la sua costruzione essa fu anche destinata a struttura albeghiera: l’Albergo Esperia. Dopo la demolizione della vecchia Stazione Centrale e la conseguente rinumerazione della via, essa assunse il civico 26.

La vita terrena di Casa Cucchi, come per tutte quelle prospicienti via Vittor Pisani, non fu comunque molto lunga: un sessantennio circa, giacché fu demolita in occasione dei lavori eseguiti nei primi anni Sessanta per l’allargamento della strada e la sua rettifica.


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Casa Pini

Il 19 luglio 1903 il sig. Adolfo Pini presentò presso gli uffici comunali la richiesta di Nulla osta per opere edilizie per la realizzazione di una nuova casa in via Vittor Pisani, quella che sarebbe diventato il civico 19. Così è descritta, probabilmente dallo stesso ing. Paolo Bonzanini incaricato del progetto e della direzione lavori:

“La casa, come risulta dagli annessi tipi, si compone di un corpo doppio di fabbrica in fregio alla via Vittor Pisani, e di un corpo semplice al lato nord della carta unita al precedente. Ambedue questi corpi di fabbrica constano del piano terreno rialzato e di quattro piani superiori. La casa è servita da due scale illuminate direttamente dalla corte, da aperture a balconcini. Gli appartamenti ai diversi piani sono formati da 4 a 6 locali ad eccezione del I° piano superiore che fa due soli appartamenti uno di 9 locali e l’altro di 4. La corte ai lati nord e est è limitata dai due corpi di fabbrica suddetti, mentre ai lati sud ed ovest è limitata dai muri di cinta divisori coi giardini rispettivamente di proprietà Erba e Pirelli”.

Descrizione esauriente, che trascura però qualsiasi tipo di questione architettonica e linguistica per limitarsi a raccontare una mera edilizia di una casa d’affitto, il cui compito era quello di offrire una facciata dignitosa, nel rispetto del decoro urbano, caratteristica della città borghese a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Non che ciò costituisse un problema, anzi; Milano oggi ha sembianze di una città proprio in virtù di quel decoro, che entropicamente si dissolve poco a poco per lasciare posto al… nulla.

La cosa migliore della casa è tuttavia proprio la sua facciata, così semplicemente ignorata dal buon ingegnere: classicamente composta, misurata e serena nella consueta ripartizione euritmica tra pieni e vuoti. Chissà se dietro c’è la mano di qualche ignoto architetto o disegnatore! Oppure no, il buon Bonzanini era bravo anche in quello? La planimetria, forse perché adattata ad un lotto già circondato da costruzioni esistenti, pare decisamente meno riuscita, asimmetrica ed un poco sgraziata – tra l’altro con il corpo di fabbrica semplice nel cortile esposto praticamente a sud.

In ogni caso, la Commissione igienico-edilizia esaminò i disegni il 30 luglio 1903 e li approvò senza alcun problema. Via Vittor Pisani all’epoca era ancora non del tutto edificata; per questa ragione tra il 3 ed il 4 agosto successivo furono consegnati i punti fissi e redatto il consueto verbale: “La linea frontale degli zoccoli di detta costruzione dovrà corrispondere alla retta congiungente le massime sporgenze degli zoccoli delle case laterali, l’una in via Vittor Pisani N. 17, l’altra avente accesso in piazza Andrea Doria N. 1”.

I lavori probabilmente iniziarono nello stesso mese di agosto, se già il 12 dicembre fu fatta richiesta della Prima visita, relativa alle opere in rustico; visita che, beninteso, fu poi effettivamente eseguita un mese dopo, il 14 gennaio 1904, riscontrando però ancora la non completezza dei lavori. Una seconda visita suppletiva, questa volta definitiva, fu pertanto eseguita il 15 febbraio successivo. Si riscontra insomma una abitudine che doveva essere piuttosto diffusa a quel tempo: per accelerare i tempi burocratici, probabilmente si richiedevano le visite con un certo anticipo anche se le opere non erano del tutto o non erano proprio terminate.

La Seconda visita, relativa alle opere al civile, fu invece richiesta il 23 giugno ed eseguita il 20 luglio 1904; mentre la Terza visita, per l’abitabilità, fu richiesta il 18 agosto ed eseguita il 6 ottobre 1904. Poco più di un anno di tempo di lavori è un tempo tutto sommato non brevissimo secondo gli standard dell’epoca, in considerazione del livello “medio” della casa in costruzione.

La vita terrena di Casa Pini terminò i primi anni Sessanta, con la realizzazione della “nuova” via Vittor Pisani: circa sessant’anni, piuttosto poco per una costruzione. In ogni caso essa fu giudicata meritevole di essere inserita tra le facciate più interessanti di Milano nella raccolta “Le costruzioni moderne in Italia”, alla tavola 42 – benché risulti il solo nome dell’ing. Adolfo Pini quale progettista e non si menzioni invece l’ing. Paolo Bonzanini che pure firmò i disegni. E’ probabile che il proprietario ingegnere avesse pertanto comunque svolto un certo ruolo, per così dire, progettuale, affiancandosi o, chissà, forse anche sostituendosi talvolta, al buon Bonzanini.


Il civico 19 si riconosce in questa foto dell’aprile 1961, appena sotto le parole “ragazzi anche” dello striscione. (Archivio Storico Fondazione Fiera Milano).

Casa per impiegati della Società Umanitaria

Articolo tratto da “LE CASE POPOLARI E LE CITTÀ-GIARDINO”, anno I, Fasc. 9, s.d. ma 1910.

https://archive.org/details/case_popolari_citta_giardino_n09/page/218/mode/2up

“La benemerita Società Umanitaria dopo avere provveduto alla costruzione di case popolari igieniche ed a buon mercato, volle pure dare una abitazione igienica, sana ed a un prezzo equo ai propri impiegati.

A questo scopo ne affidò alla Soc. Cooperativa ‘“ La Casa,, la costruzione in un terreno di sua proprietà in via M. Fanti di due fabbricati per raccoglierli tutti in una sola casa ed in immediata vicinanza cogli uffici in cui essi prestano servizi.

Questa casa che è già abitata dagli Impiegati della Società Umanitaria, si compone di due corpi di fabbrica isolati, con luce di finestre, e porte da tutti i lati. Questi due fabbricati, distanti fra loro

m. 12,50, sono collegati a mezzogiorno da due corpetti di allacciamento limitati al piano terreno e destinati a contenere l’ingresso e la portineria. Entrambi i fabbricati sono composti di quattro piani compreso il terreno, più un quinto piano limitato alla parte centrale, e la parte non occupata dall’ultimo piano è sistemata a terrazzi praticabili con doppia pavimentazione.

I soffitti sono eseguiti con poutrelles di mm 140 distanti da asse ad asse 1 mt. con tavelloni di spessore cm. 7 ‘/, e relativi copriferri, con riempi- mento di detriti di scorie di carbone. | soffitti invece dei locali di servizio, balconi e ripiani di scala sono in cemento armato a semplice soletta.

Ogni corpo contiene 60 locali circa tra grandi e piccoli ed è suddiviso in alloggi da due a sette locali ciascuno.

Ogni alloggio è munito di latrina inglese, di gabinetto da bagno con vasca in ghisa porcellanata e lavabo di maiolica bianca.

I pavimenti sono in tavelle di larice asfaltate a spina pesce, in piastrelle di cemento a finto mosaico, in piastrelle di cemento intarsiate ed in piastrelle comuni, applicati in proporzioni quasi uguali.

Le facciate sono di cemento martellinato a finta pietra in stile semplice non disgiunto da una certa eleganza. La casa è munita dell’impianto centrale a termosifone ed i locali, ad eccezione delle cucine, sono tutti riscaldati”.

Nel numero di marzo 1915 della rivista mensile “Città di Milano : bollettino municipale mensile di cronaca amministrativa e di statistica” è pubblicata una interessante fotografia di piazza Umanitaria. Si nota a sinistra un fabbricato in costruzione – l’attuale civico 2, tuttora esistente – mentre a destra un edificio a due corpi collegati tra loro, con bovindi, l’ormai scomparso civico 1. Quest’ultimo era di proprietà della Società Umanitaria ed è descritto in una pubblicazione del 1929, da cui è tratta la foto sottostante, ancora come una “casa per impiegati”: mi piace questa architettura misurata, composta, articolata su tutti i fronti e mi spiace che non esista più.

Il censimento urbanistico del 1946 indica infatti che il fabbricato come sinistrato per il 25%, motivo sufficiente, a quanto pare, per demolirlo completamente qualche anno più tardi.

Nonostante le mie ricerche presso l’Ornato Fabbriche di Milano, non ho rintracciato il suo fascicolo edilizio, con ogni probabilità andato perduto.


Fattoria Volontè

Fa un po’ impressione prendere in mano le pagine ingiallite conservate presso l’Archivio Ornato Fabbriche di Milano, datate nella prima metà del maggio 1916, pochi giorni prima della terribile offensiva dell’esercito imperiale e regio austriaco nota col nome di “Frühjahrsoffensive” o più spesso come “Strafexpedition”, e leggere le “ingiunzioni” che la municipalità inviava al signor Luigi Volontè, abitante in viale Lombardia al civico 55, intorno a questioni inerenti una semplice recinzione. Mentre in quelle settimane l’ufficio tecnico comunale inviava rapporti e decreti, sugli altopiani tra Veneto e Trentino sarebbero morti decine di migliaia di uomini come se niente fosse – e gli ingegneri inviavano note e commenti su come realizzare una recinzione di proprietà ai sensi del regolamento edilizio!
Qualche attenuante, tuttavia, possiamo provare a rintracciarla: fin dal 1911, infatti, la questione della cancellata si era posta in tutta la sua importanza agli occhi severi del Commissari edilizi, come vedremo in seguito; pertanto l’annoso strascico si protrasse, suo malgrado, fino a guerra inoltrata più o meno indipendentemente dalla volontà degli attori in gioco, come mera conseguenza di un peccato originale.
Un peccato originale che ebbe inizio il 25 aprile del 1911, con la richiesta di Nulla osta per opere edilizie, e contestuale verbale di consegna dei punti fissi, per la costruzione di una villa ad uso “abitazione e lavorerio tipografia” all’angolo di viale Lombardia con quella che all’epoca era l’area destinata alla ferrovia, dalle parti dell’Acquabella. Il sig. Luigi Volontè, abitante in via Rivoltana 32 – oggi sarebbe via Giovanni da Milano – proprietario del lotto, incaricò l’ing. Eugenio Crespi di realizzare un progetto piuttosto particolare, in stile neoromanico e curiosamente piuttosto povero di decorazioni, moderatamente articolato ma non privo di un certo fascino. La zona a quel tempo doveva essere praticamente campagna: esistono delle fotografie della famiglia del sig. Volontè intorno al 1906, nelle campagne immediatamente adiacenti a via Rivoltana e dintorni che mostrano una pianura piatta con rade costruzioni qua e là.


Forse per questo carattere decisamente suburbano la costruzione sarebbe stata poi nota col nome di “Fattoria Volontè”, con vendita di prodotti agricoli e latte – anche se non prodotti in loco naturalmente; una cartolina pubblicitaria degli anni Venti magnifica oltre ogni limite dignitoso le bellezze del luogo e dei suoi prodotti, ed è di un certo interesse la nota, buttata lì con noncuranza, intorno alle misteriose e lontane origini trecentesche della costruzione – boutade priva di riscontro storico naturalmente, anche se non è impossibile che il casuale ritrovamento di qualche mattone abbia fatto scattare il bonario inganno a scopo pubblicitario.
Il progetto dell’ing. Eugenio Crespi fu esaminato una prima volta dalla Commissione Edilizia il 24 maggio 1911, senza particolari osservazioni di sorta ed il Nulla Osta rilasciato il 17 giugno seguente. Il 29 luglio 1911 il capomastro Tornaghi fece già domanda relativa alla Prima visita, quella al rustico, indicando anche il progetto della nuova cancellata che era stata prevista; e qui ha inizio un lungo braccio di ferro, che sarebbe durato anni, tra la Commissione edilizia, che respinse senza mezzi termini l’estetica di tale recinzione, con la proprietà Volontè.


La visita al rustico fu infine eseguita il 22 novembre 1911 e si dovette attendere piuttosto a lungo, per gli standard dell’epoca, per la seconda visita, al civile, che fu richiesta il 12 giugno 1912 ed eseguita addirittura il 5 settembre; si nota decisamente uno slittamento dei tempi di esecuzione delle opere, forse dovuto, sulla base di qualche nota a margine nei documenti relativi alle tasse daziarie, a qualche ritardo nei pagamenti. A sostegno di questa tesi vi è infatti la terza visita, che fu richiesta due giorni dopo aver terminato la seconda.
Alcune fotografie fortunosamente conservate e circolate in rete mostrano la casa probabilmente poco tempo dopo il suo completamento, intorno al 1912 o 1913, priva ancora della recinzione definitiva che, come detto, fu oggetto di una lunga diatriba burocratica con gli uffici comunali. Il linguaggio è eclettico ma con moderazione: non si trovano le caratteristiche pastiche euforiche rintracciabili altrove, in una sorta di furore compositivo privo di misura: al contrario, il tentativo qui è assolutamente moderato, quieto, sereno.
La “fattoria” fece bella mostra di sé per un tempo tutto sommato limitato, poco meno di un trentennio, sostituita dal fabbricato di via Giuditta Sidoli 23 della Soc. An. Imm. Aidyl.


Il crollo in viale dei Mille civico 5

Da “Il Mattino Illustrato”

“Il disastro è accaduto precisamente alle 17.45, in viale dei Mille, 5, dove per conto della Cooperativa edilizia “Casa Mia” che ha sede in via Fratelli Bronzetti 5, sorgono due caseggiati gemelli, di quattro piani, in mezzo ai quali si apre una breve strada ancora senza nome, che mette in via Giulio Uberti. I due caseggiati presentano, nell’angolo in cui si fronteggiano verso viale dei Mille, una torretta: uno di essi è già ultimato e in parte abitato, benché ancora vi lavorino operai specializzati nell’interno; dell’altro, sempre circondato da uno steccato, aderge soltanto finora lo scheletro delle armature in cemento armato e da poco vi era stata computa la copertura del tetto”1.

Chi sa se qualche residente nell’elegante casa, ben tenuta e dal rassicurante sapore borghese, conosce la preistoria del luogo in cui vive. L’esatta descrizione ancora oggi si confà alla configurazione dei due fabbricati d’angolo, civici 5 e 7, che simmetricamente immettono come propilei nella breve via del Ruzzante – anche se i piani sono cinque e a prima vista non si direbbero realizzati in calcestruzzo armato: tant’è. Il civico 7 doveva pertanto essere quello parzialmente abitato, mentre nel civico 5, a sinistra dal viale guardando nella “breve via senza nome” accadde la disgrazia. La ricostruzione dei fatti condussero invero ad una spiegazione semplice: poco prima di chiudere il cantiere, alle 18 del 2 ottobre 1924, un gruppo di operai terminava l’operazione di disarmo di una soletta nella torretta d’angolo in costruzione; il duplice boato che ne seguì lasciò alla vista ciò che rimaneva della torretta, giacché gran parte era crollata. L’innaturale silenzio che ne seguì lasciò la speranza che non vi fossero caduti. Ma ben presto si udirono i primi lamenti e rapida fu l’azione di soccorso, che purtroppo enumerò dodici feriti, qualcuno non molto grave, ed un moribondo, l’operaio Cesare Bonfiglio fu Antonio, di anni 37, di Niguarda, ammogliato e con una bambina. L’approssimarsi del termine della giornata lavorativa, con alcuni lavoranti che presumibilmente erano andati a casa prima o scappati a seguito della disgrazia, impediva di verificare esattamente che nessun altro fosse ancora ferito o caduto sotto le macerie, anche se la sensazione era piuttosto negativa a riguardo. Tre muratori ed un garzone infatti non rincasarono durante la notte, alimentando così timori e paure. Il rimpallo di responsabilità tra le autorità comunali e quelle giudiziarie ritardarono la ripresa dei lavori di soccorso con conseguente sgombero delle macerie, giacché da un lato si considerava importante indagare con attenzione le ragioni del crollo, dall’altro evitare che anche il resto della struttura collassasse a seguito dei danneggiamenti riportati.

Il giorno 4 ottobre fu ritrovato il corpo di uno dei tre muratori, Pietro Malguzzi, trentuno anni, di Dresano (Melegnano), sposato da poco e con un bimbo di pochi mesi che non avrebbe mai conosciuto il padre. Il giorno seguente fu ritrovato il corpo di Dante Saletti, ventotto anni, di Pieve San Giacomo (Cremona), ma residente a Milano, sposato e con due figli, portando così a tre il numero delle vittime. Il terzo muratore scomparso, Giuseppe Antoniuzzi, di diciassette anni, abitante a Paullo, fu più fortunato e si fece inaspettatamente vivo per riscotere il “quindicinale”, quando ormai tutti lo ritenevano sotto le macerie da giorni: sfuggito per miracolo alla morte, semplicemente si era recato a casa ed era ritornato a Milano il giorno successivo la disgrazia, ma gli fu impedito l’accesso al cantiere dalla vigilanza. Non sospettando di essere nel novero delle possibili vittime era tornato a casa sua. Non fu così fortunato il giovane garzone Giovanni Beccarini, quindicenne di Cerro al Lambro, ritrovato nella notte del 5 ottobre. La lista dei caduti si allungò ulteriormente con la morte di uno dei feriti in condizioni disperate, Vittorio Orlando.

Nel mentre i due periti incaricati, ing, Mazzocchi e ing. Danusso, pur senza ufficialmente pronunciarsi, sembravano propensi a ritenere che le motivazioni del crollo fossero da ricercare nel prematuro disarmo della soletta della torretta.

1 “Un crollo edilizio in viale dei Mille. Un operaio morto e undici feriti” nel “Corriere della Sera” del 3 ottobre 1924. Nei giorni successivi furono pubblicati articoli che aggiornavano lo stato delle ricerche, fino ai funerali del 7 ottobre.



Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi 

Piazza Tommaseo post 1902 ante 1911.

Premessa

Chi dovesse capitare, passeggiando senza meta – che è il modo migliore per conoscere la città di Milano – in piazza Tommaseo rimarrebbe probabilmente stupito nell’individuare, più o meno immediatamente, un fabbricato recente – sul quale preferisco sorvolare… – rispetto ad un insieme omogeneo stilisticamente: lo scritto che segue intende rintracciare naturalmente ciò che vi era prima, un basso edificio a due piani…

* * *

Il sig. Alfredo Zoppi era titolare di una fabbrica di catene d’oro e braccialetti in genere in via Spadari 1 angolo via Torino; secondo l’Archivio della Camera di Commercio di Milano, la sua attività risaliva almeno al 1892, anche se risulta una interruzione ed una ricostituzione: è possibile che sino al 1897, insieme al sig. Del Torre, avesse un laboratorio in via Spadari 1 e successivamente, da solo, in via Petrarca 26, di fatto in piazza Niccolò Tommaseo. Via Spadari infatti fu oggetto di interesse da parte degli urbanisti proprio tra la fine del XIX secolo e l’nizio del XX: il lato destro, civici pari, fu infatti demolito nell’ambito dei lavori di allargamento di via Orefici e della realizzazione di piazza Cordusio, avvenuti nel corso di qualche anno a partire dal 1887, che permisero la distruzione completa dell’isolato compreso tra le vie Spadari, Ratti, Armorari ed Orefici e la sua riconfigurazione; il lato sinistro, civici dispari, gli sopravvisse per qualche tempo ma le demolizioni iniziarono nel 1901 e si conclusero dopo qualche anno. È pertanto probabile che Alfredo Zoppi ed il suo laboratorio, in via Spadari 1, angolo via Torino, fossero stati costretti a spostarsi dai fabbricati per i quali era previsto esproprio e demolizione e ad individuare un’area dove collocare la propria attività.

Le fortune forse arrisero allo Zoppi se, invece di scegliere di continuare a lavorare in centro, in un fabbricato non di sua proprietà, scelse infine l’azzardo di costruire ex novo uno stabilimento con annessa abitazione civile in quella che nel 1900 era praticamente estrema periferia, nei nuovi quartieri di recentissima fabbricazione dopo il Castello Sforzesco. Quando il 23 febbraio 1900 egli richiese i punti fissi per la sua futura costruzione, non aveva ancora presentato la richiesta edilizia; via Petrarca terminava in piazza Tommaseo che era ancora lungi dall’essere completamente edificata. Il tracciamento fu pertanto piuttosto agevole, dato che si trattava semplicemente di congiungere con una linea retta gli zoccoli degli unici due fabbricati esistenti in quel tratto di via Petrarca, ovvero via Mascheroni 18 e via Petrarca 20.

La richiesta di nulla osta per la costruzione di una “piccola casa  ad uso abitazione con unito lavorerio per oreficeria, corte e giardinetto” del sig. Alfredo Zoppi fu protocollata il 27 aprile seguente, progetto dell’ing. Giacomo Santamaria e capomastro Augusto Zucoli. I disegni presentati illustrano una costruzione  a due soli piani, graziosa e garbata, che cela la destinazione industriale senza rivelare alcunchè, accattivante per l’asimmetria piacevolmente mossa della facciata. La distribuzione dei locali dell’abitazione è ordinaria, medante due ingressi ed un vano scala, mentre ancora più semplice è il retrostante stabilimento, ad una sola campata, che occupa metà del lotto. Una cartolina pubblicitaria mostra la casa e lo stabilimento in alcuni disegni celebrativi, ma complessivamente veritieri, isolato tra via Petrarca e piazza Tommaseo – come effettivamente le mappe del tempo mostrano realmente.

Il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, con qualche nota,  il 10 maggio 1900 e i lavori procedettero con la consueta rapidità del tempo, tanto che già l’11 agosto il capomastro Zucoli richiese la prima visita al rustico, che fu effettivamente eseguita il 28 agosto, in cui tuttavia si rilevarono alcune opere ancora da terminare. Il mese seguente fu richiesta la seconda visita al civile, che fu eseguita infatti il 27 settembre 1900, nella quale si sottolinea però che la facciata non era ancora stata completata; un esito negativo naturalmente comportava una ulteriore visita – suppletiva – con ulteriori spese da parte della committenza. La seconda visita, questa volta terminata la facciata, fu richiesta pertanto il mese seguente, il 20 ottobre; non si comprende pertanto la ragione per richiedere tempestivamente visite da parte degli ingegneri comunali pur nella consapevolezza dello stato reale dei lavori. Questo comportamento medesimo si ripeterà l’anno seguente, per ulteriori visite eseguite a causa di alcune varianti, come vedremo.

Il 23 gennaio 1901 fu concessa la collocazione del mobilio nei locali al piano terreno ad uso lavorerio, per il quale il 10 marzo 1901 fu richiesta la visita sanitaria per abitabilità entro il 25 marzo. Tuttavia la presenza di un ripostiglio presso un cavedio, in fondo al cortile, rese necessaria la richiesta di ulteriori visite tecniche per il collaudo, ritardando pertanto i lavori di qualche mese: senza entrare in dettagli, è sufficiente evidenziare che ancora nell’ottobre 1901 fu richiesta la copertura del cavedio mediante apposita tettoia, ulteriore variante che allungò ulteriormente i tempi di realizzazione della casa e dello stabilimento. Nel maggio 1901 la mancata pavimentazione del cortile rese vana la terza visita, quella sanitaria necessaria per l’abitabilità, con tanto di ingiunzione da parte del Comune di termnare i lavori entro la fine del mese seguente.

Le visite sanitarie furono più d’una e si conclusero il 15 novembre 1901, data che possiamo ragionevolmente prendere come fine lavori definitiva del complesso. Una vicenda travagliata e piuttosto lunga per una costruzione di dimensioni limitate e dalla difficoltà tecnica relativa; naturalmente un certo ruolo può essere stato svolto dalla fretta per insediarsi nel nuovo fabbricato, data la demolizione in corso di quello di via Spadari. Per questo motivo le visite al civile e quelle sanitarie furono molteplici ed anche parziali, ma evidentemente lo Zoppi doveva avere una certa fretta per ragioni contingenti che possiamo ben comprendere.

Dopo solamente dieci anni, la piccola costruzione fu oggetto di lavori di sopralzo che sono interessanti in quanto avrebbero posto il problema di mantenere una certa aderenza stilistica – questione facilmente risolvibile – in parziale conflitto con nuovi regolamenti edilizi.  Il 24 luglio 1911 fu infatti protocollata la richiesta per il sopralzo della abitazione, con spostamento della scala e demolizione dello stabilimento del cortile al fine di realizzare un giardino: una trasformazione importante, da collegarsi con ogni probabilità alla cessazione dell’attività dello Zoppi. 

I disegni allegati sono molto curati nei dettagli, nella volontà, forse della stessa commttenza, di rispettare le linee stilistiche della casa: infatti fu esattamente ripreso il motivo, piuttosto caratteristico, del particolare tetto con timpano dal sapore tipicamente “chalet”.  Naturalmente fu necessario modificare le aperture e gli ingressi, data la necessità di aggiungere una scala, ma il nuovo progetto è assolutamente mimetico rispetto a quello originario. Con la demolizione dello stabilimento retrostante fu possibile aggiungere un piccolo portico.

Il progetto ottenne il parere favorevole della Commissione igienico-edilizia già il 2 agosto seguente; tuttavia i lavori di demolizione e ricostruzione non erano certo di poco conto, tanto che la Prima visita, al rustico, fu richiesta dal capomastro Antonio Santini solamente il 23 dicembre 1911 ed eseguita il 15 febbraio 1912. La Seconda visita, per il nuovo piano secondo al civile,  fu richiesta il 6 maggio ed eseguita il 23; i problemi riguardo il piano sottotetto emersero durante la visita per l’abitabilità del 14 ottobre 1912: se in generale non vi furono problemi per i nuovi locali al piano secondo, qualche problema fu rilevato per il locale sottotetto: fu pertanto rilasciata una licenza di occupazione parziale dei locali ad eccezione del sottotetto non regolamentare; successivamente alla visita si constatò che esso era privo di domanda di occupazione e “scoperto di licenza il locale sottotetto perché non regolamentare per altezza e non adatto all’uso di dormitorio. Si chiede appunto al Delegato del Mand. 4° se detto locale è occupato e per quale uso”. Prontamente il Delegato si recò a verificare la destinazone d’uso del locale sottotetto, annotando che effettivamente esso era utilizzato come “dormitorio” per la domestica. 

La questione è di un certo interesse perché l’abitabilità dei locali sottostanti il particolare tetto a timpano originario era evidentemente possibile con il Regolamento Edilizio del 22 maggio 1889, ma decisamente no con quello successivo. La volontà di mantenere lo stile originario, apprezzabile dal punto di vista del linguaggio architettonico, si rivelò controproducente a livello eminentemente pratico. Una sezione della piccola camera della domestica del sig. Zoppi fu allegata al fascicolo, ma è priva di data e non vi sono spiegazioni di sorta: rimane pertanto il dubbio che detto locale, effettivamente angusto – ma con una vista mirabile verso l’intera piazza Tommaseo! – fosse rimasto de facto privo di regolare abitabilità e d conseguenza abusivo. 

Palazzina Zoppi sopravvisse al suo primo proprietario, alla Seconda guerra mondiale ma fu demolita intorno agli anni Cinquanta.

(Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi, via Francesco Petrarca 26 28, 𝛂 1900-01 / 1911-12 – ✝︎ 1955 circa)



Casa Carena

“La prima villa – sorta quando ancora vi era intorno deserto e solitudine, quando ancora il costruire in quelle località era reputato cosa pazza da quei buoni ambrosiani che non avrebbero mai voluto staccarsi dalla Madonnina del Domm – è quella del conte Carena costruita dall’Ing Salici. È molto semplice come decorazione esterna, regolare come pianta. Un tipo di costruzione molto pratico senza le eccessive pretese di voler trovare qualche cosa di originale o di eminentemente artistico, ma pure equilibrato nella massa d assieme. I dettagli invece hanno a nostro avviso un carattere troppo conforme a quello di certe pubblicazioni tedesche che pur troppo corrono per le mani di molti ingegneri e di molti architetti (…).

Tornando al villino Carena, prendiamo occasione per un’altra osservazione di carattere generale che riguarda le costruzioni di servizio. In questo, come in quasi tutti gli villini che occupano un area poco estesa, non ci piace assolutamente la disposizione di piccole costruzioni isolate e disseminate qua e là ad uso di porteria o di scuderia. Esse finiscono a falsare le giuste proporzioni della costruzione principale e sono assolutamente troppo ingombranti in un piccolo giardinetto di pochi metri quadrati”.

Non sfugga la pubblicazione di un articolo intorno ai villini di via Venti Settembre proprio il giorno 20 settembre 1894 – quando ancora il “villino” – che a me pare più una vera e propria casa – non era ancora tecnicamente abitabile: la licenza di abitabilità infatti sarebbe stata attiva a partire dal 29 settembre, tradizionale data milanese dedicata ai traslochi; poi – è vero – la critica severa di “Individuus”  è decisamente condivisibile: perché non concentrare tutte le funzioni di una casa o villa in un solo fabbricato?

Il 25 aprile 1893 fu presentata, a nome del conte Camillo Carena Castiglioni, la richiesta di costruzione di una casa in via Venti Settembre, progetto dell’ing. Luigi Salici, capomastro Michele Galli. Già due giorni dopo, il 27, il progetto risulta approvato dalla Commissione igienico-edilizia mentre il 29 aprile seguente, nel “deserto e solitudine” appena al di là del Castello, ebbe luogo la consegna dei punti fissi tra l’ing. Salici e l’ing. comunale: tempi rapidissimi anche per gli standard dell’epoca – a meno di sospettare un certo “riguardo” verso l’esponente dell’antica nobiltà.

Nella domanda il progetto è così descritto:

“Corpo di fabbricato centrale con sotterraneo in parte ad uso cucina, in parte ad uso cantina, e deposito di combustibile, e con tre piani ad uso di abitazione.

Corpo di fabbricato composto di sotterraneo, piano terreno per portineria, e primo piano per abitazione del portinajo.

Corpo di fabbrica con scuderia e superiore fienile, rimessa e superiori camere per le persone di servizio.

Parapetto con cancellata per chiudimento della proprietà”.

Descrizione piuttosto secca, che non descrive la distribuzione dei locali né l’apparato decorativo, del resto molto parco. Questo suo carattere chiuso e schivo mise Casa Carena in secondo piano rispetto alle più vivaci ed esuberanti costruzioni che saranno costruite nella via di lì a poco, stilisticamente più eclettiche ed oggetto di studi ed articoli da parte delle varie riviste specializzate del tempo. Tale caratteristica entra un poco in conflitto con la sua posizione esposta, all’incrocio tra via Monti e via XX Settembre; se fosse stata altrove chissà…

In ogni caso i lavori dovettero procedere piuttosto celermente dato che il 5 settembre 1893 fu eseguita la Prima visita al rustico, definitiva. La Seconda visita al civile ebbe luogo invece il 26 febbraio dell’anno seguente, anche se il 2 aprile fu eseguita la Seconda visita suppletiva.

Ad ogn buon conto il 29 giugno 1894 l’ing. Luigi Salici inviò una comunicazione alla Giunta comunale alcune modifiche delle facciate interne ed esterne ancora senza esame da parte della Commissione igienico edilizia, che comunque approvò la variante il 12 luglio successivo. Il confronto tra i prospetti verso il piccolo giardino, dove si erano concentrati la maggior parte delle modifiche, evidenzia un intervento generale di riordino dei vari elementi costituivi la facciata. che nel complesso perde un poco della grevità originaria, sia pure nel quadro di un rigore comunque mantenuto.

Casa Carena fu demolita per la realizzazione di Casa Geronazzo, opera realizzata intorno al 1962 dall’arch. Luigi Caccia Dominioni.

(Casa Carena, Via Vincenzo Monti 35 e via XX Settembre 4 – α 1893/1894 – ✝︎ 1960 circa)



Casa Bazzoni

Il 17 dicembre 1913 il dr. ing. Gaetano Bazzoni fece richiesta di Nulla Osta per la realizzazione di un nuovo fabbricato di civile abitazione e negozi al piano terreno in corso Buenos Aires 76 – o, come si scriveva al tempo, “Ayres” – in quella che oggi è piazza Argentina angolo via Stradivari. Direttore delle opere era l’ing. Lorenzo Buzzoni, mentre il capomastro era Mario Bialetti[2].

La Commissione igienico-edilizia esaminò il progetto nelle date del 7 e 21 gennaio 1914, rilevando in entrambe le sessioni elementi sufficienti per valutarlo negativamente;  fu necessario attendere la sessione del 4 febbraio per ottenere un giudizio finalmente favorevole. Le facciate, verso corso Buenos Aires e verso via Stradivari, presentano un disegno ricco di dettagli e decisamente affascinante: un eclettismo medievale moderato di ispirazione neoromanico, con architravi, davanzali ed elementi decorativi di cemento inseriti in un paramento murario di mattoni faccia a vista in modo da creare un vivace cromatismo. Sporti, bovindi e torrette non mancano pur risultando misurati nel complesso; le piante, al contrario, sono assolutamente tradizionali, con un cortile decentrato che distribuisce tre vani scala e la consueta teoria di locali in base alle campate ed al muro di spina baricentrico. Verso le strade erano previsti dei corpi di fabbrica doppi, mentre verso le particelle adiacenti vi erano dei corpi di fabbrica semplici e più bassi. Nella sua versione originaria del 1913 era inoltre previsto un ultimo piano “alla francese”, con una mansarda non molto diffusa ancora nella Milano di quel tempo.

Il 18 febbraio 1914 fu rilasciato al richiedente sig. Bazzoni il Nulla Osta relativo alle opere edilizie richieste. Con i tempi rapidi caratteristici dell’epoca, grazie ad un grande numero di lavoratori e ad un livello impiantistico e tecnologico piuttosto basso, già il 9 luglio dello stesso anno il capomastro Bialetti fece richiesta per la Prima visita al rustico – visita che tuttavia fu eseguita piuttosto tardi, solamente il 2 ottobre seguente.

Fu in questa occasione che si rilevò che il piano delle mansarde non era stato realizzato come da progetto approvato:

“Essendosi constatato d’ufficio in occasione della visita al rustico, che nello stabile in corso di costruzione sito al n. 76 di Corso Buenos Ayres, di proprietà della S.V., è stato arbitrariamente sostituito al piano di mansarde un piano in arretramento;

richiamato il disposto degli arti. I ed 8 Reg°. edilizio, si invita la S.V. a voler produrre, entro giorni quindici dalla consegna della presente, il tipo della variante come sopra introdotta, con diffida dei provvedimenti di legge in caso di inadempienza”.

Così il 7 dicembre 1914 si comunicava all’ing. Bazzoni la necessità di fornire i disegni aggiornati, alla luce della variante sostanziale non denunciata che riguardava proprio le mansarde dell’ultimo piano.

La Seconda visita al civile fu richiesta il 5 gennaio 1915 ed eseguita il 3 marzo successivo, senza particolari problematiche. La Terza visita, relativa all’abitabilità, fu eseguita – come sovente accadeva – in più fasi; la prima di queste riguardò, come era prevedibile, le botteghe a piano terreno, in modo da poterle rapidamente affittare anche durante i lavori di finitura in corso ai piani superiori.

Una Seconda visita parziale per l’abitabilità ed eseguita il 2 giugno 1915 ed un’altra sempre parziale il 17 novembre 1915; si può ipotizzare che tali richieste frammentate per il rilascio dell’abitabilità a lavori non del tutto conclusi furono causate dal bisogno, da parte del proprietario – forse anche a causa della guerra in corso – di rientrare delle spese sostenute. L’ultima visita  – che rileva ancora un gran numero di locali sfitti – fu eseguita il 15 maggio 1916.

Le sue vicende terrene si conclusero nell’autunno del 1963, quando, nonostante qualche protesta da parte dei giornali, fu demolito per lasciare il posto a – ça va sans dire – il consueto capolavoro di architettura moderna:

“In piazza Argentina si sta demolendo il palazzine d’angolo con via Stradivari, lo smantellamento è già andato innanzi nella parte alta. Per quanto ingabbiato dai ponteggi, l’edificio è visibile ancora. E’ uno dei tipi e non più numerosi eesempi di architettura che fiorì ai primi del secolo sulla scia del Coppedè, che ne fu per così dire il caposcuola. Nel materiale, mattone e pietra a vista, richiama la tradizione lombarda, un certo fasto romantico tradisce il sussiego dell’alta borghesia, e l’insieme, con torre e merlature, si fregia di elementi medievaleggianti”.[1] A parte la nota bizzarra intorno al Coppedè – buttato lì per orientare forse il lettore non particolarmente esperto di cose di architettura – l’articolo recrimina sull’imminente scomparsa di una testimonianza interessante.

(Casa Bazzoni, corso Buenos Aires 76 – α 1914-15 – ✝ 1963)


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[1]Si chiama Autodistruzione” nel “Corriere della Sera” del 27 ottobre 1963.

Case Galetti, Allegri-Volpi e Cesaris

A destra la casa ormai terminata.

L’area fabbricabile compresa tra le vie Aurelio Saffi e Giovanni Boccaccio, angolo con quella che sarebbe diventata piazza Giovine Italia, fu oggetto di  diversi progetti e costruzione a partire dal 1902 e negli anni seguenti, con varie fasi che videro anche ripensamenti, varianti e cambi di proprietà; il fascicolo conservato presso l’Archivio storico di Milano infatti riporta sia i documenti relativi all’ex civico 24, sia quelli dell’ex civico 26, perché di fatto il cantiere fu pressoché lo stesso, con qualche mese di differenza, e non è sempre agevole individuare i documenti appartenenti ora all’uno ora all’altro progetto.

Il Primo Progetto (2 gennaio 1902 – 29 maggio 1903)

Il 2 gennaio 1902 fu approvato dalla Commissione Igienico-Edilizia il progetto di un fabbricato di proprietà Teresina Citterio Galetti sito in via  Giovanni Boccaccio; il 2 marzo seguente il capomastro Albino Galetti – coniuge della signora Teresina Citterio – richiese nulla osta per la costruzione di una altra casa all’angolo tra le vie Boccaccio e Saffi, progetto ing. Antonio Palazzoli:

“a) Fabbricato in angolo fra la via Boccaccio e la via Saffi di 5 piani compreso il terreno rialzato la cui disposizione di diversi appartamenti è uniforme come appare dalle piante allegati. La corte principale per l’erigendo fabbricato è contigua ad altra corte annessa ad un fabbricato già approvato dall’Onor. Commiss.ne Municip.le  e ad altra, annessa ad un area fabbricabile prospettante la via Saffi. Dette tre corti, che effettivamente formano una corte sola sono da convenzione suddivise, per servitù reciproca di “altius non tollendi”, da muri di confine non superanti l’altezza di m. 4,00.

b) Fabbricato prospiciente la via Boccaccio di 5 piani compreso il terreno rialzato con disposizione degli appartamenti uniforme in tutti i piani come appare dalle piante allegate. Detto caseggiato è adiacente ad altro di stessa proprietà e già approvato dall’On. Commiss.ne Municipale.

La Commissione Igienico-Edilizia esaminò il progetto del fabbricato d’angolo tra via Saffi e Boccaccio, di proprietà del capomastro Galetti, in data 27 marzo 1902; i disegni allegati alla richiesta mostrano un fabbricato dal sapore decisamente ottocentesco, con un massiccio basamento a bugnato per i primi due piani fuori terra e regolari finestrature con cornici classiche regolarmente distribuite su tutta la facciata. La porzione di facciata prospiciente verso piazza Giovine Italia non è oggetto di particolare considerazione, nonostante l’appetibilità della posizione, evidentemente trascurata dal progettista; si noti tra l’altro che questa versione non presenta negozi e botteghe al piano terreno. In questa fase, relativa alla prima parte del 1902, il terreno adiacente a quello del Galetti risulta ancora di proprietà della signora Teresina Citterio-Galetti – moglie dello stesso capomastro – ma limitatamente alla porzione verso via Boccaccio, civici 24 e 22[1].

Il 4 settembre 1902 il capomastro Galetti richiese variante al progetto di facciata del fabbricato d’angolo; i disegni allegati, senza data, mostrano un prospetto che lascia il numero ed il rapporto tra le aperture e le superfici opache – evidentemente già realizzate – modificando l’apparato decorativo ed aggiungendo una “torretta” tra piazza Giovine Italia e via Boccaccio – e forse anche con via Saffi pertanto – e sovralzando di un piano una porzione del corpo di fabbrica verso la piazza. Ma il giudizio della Commissione, datato al successivo 9 aprile 1903, non fu benevolo:

“Al Signor cm. Albino Galetti abitante in via Leopardi 1.

La Commissione edilizia alla quale venne presentato il progetto di costruzione in via Boccaccio n°…  che era allegato all’istanza di V.S. , pervenuta a questo ufficio il 26 marzo in atti ai numeri suindicati avverte che il carattere architettonico proposto per la nuova facciata mal si addice ad un edificio a cinque piani senza ampi spazi di riposo fra i vani di finestra, sicché il progetto presentato, benché contenga dettagli diligentemente delineati, appare nel complesso inorganico e squilibrato. La Commissione reputa sotto ogni riguardo preferibile alla nuova facciata quella rassegnata col progetto approvato il 23 marzo u.s. ed è perciò indotta a concludere in senso negativo”.

Non è davvero biasimevole un giudizio così duro: il disegno della variante appare sovraccarico, pesante, greve: l’apparato decorativo, lungi dall’essere aggiornato stilisticamente con le tendenze più recenti, recupera ancora elementi eclettici ma senza risultare gradevole, anzi tutt’altro.

Probabilmente a causa della bocciatura presso la Commissione, ma forse per altre che non risultano dalle carte, questo progetto, almeno per quanto riguarda le facciate, non fu comunque realizzato per volontà dei proprietari Galetti ed Allegri-Volpi, che decisero di ampliare il progetto con un piccolo lotto di terreno verso via Saffi di proprietà di Camillo Cesaris e di stipulare una convenzione tra vicini proprietari in modo da sfruttare al meglio le aree fabbricabili utilizzando un unico cortile poligonale convenientemente diviso. Le piante del solo edificio civico 26, quello d’angolo, mostrano infatti le difficoltà distributive che una forma particolare come quella imponeva ai progettisti, costretti a collocare servizi privi o quasi di illuminazione verso il piccolo cortile trapezoidale; per questo motivo era necessario accordarsi con i vicini per evitare aumenti di altezze e muri di cinta non troppo elevati.

Il 29 maggio 1903, in conseguenza di una tale decisione, una comunicazione congiunta da parte dei proprietari esprime la volontà di abbandonare definitivamente i progetti approvati e di richiedere pertanto una nuova autorizzazione edilizia.


Il Secondo Progetto (29 maggio 1903)

Il 25 maggio 1903 fu presentata richiesta presso l’ufficio tecnico del Comune di Milano, da parte della signora Giuseppina Allegri-Volpi e Camillo Cesaris, per la costruzione di una casa in via Saffi e via Giovanni Boccaccio, con la specifica che non si trattava della casa d’angolo: si trattava infatti di un lotto che affacciava su entrambe le nuove vie e che permetteva pertanto la realizzazione di due corpi di fabbrica distinti con due facciate. Il progetto sostituiva quello già presentato, ed approvato, l’anno precedente a nome Galetti.

La descrizione del progetto dell’ing. Luigi Macchi riporta quanto segue:

“Caseggiato ad uso abitazione civile costituito da 3 distinti corpi di fabbrica, uno prospiciente la via Boccaccio, uno verso corte ed il terzo verso la via Saffi. I detti corpi di fabbrica sono costituiti d 5 piani cadauno compreso il piano terreno”. Il progetto – preceduto da una convenzione tra i proprietari Allegri-Volpi e Cesaris ed il Comune, regolarmente stipulata dal notaio Alfonso Banfi, che si concluse solamente il 29 novembre 1910 – risulta approvato dalla Commissione Igienico-Edilizia in data 18 giugno 1903, relativamente alla parte verso via Boccaccio e via Saffi: i disegni relativi alle facciate verso strada in scala 1:10 sono di notevole bellezza, con dettagli caratteristici dello stile floreale, profusione di decori in cemento ed in ferro; quelle del corpo di fabbrica interno erano naturalmente più semplici, benché planimetricamente fossero collegati e di fatto parte di un unico fabbricato.

Il 29 agosto 1903, coerentemente con la comunicazione precedente, fu richiesto nulla-osta relativamente alla costruzione d’angolo tra via Boccaccio e via Saffi – il cui stato, ricordiamo, era certamente già ad un buon punto – di proprietà della signora Teresina Citterio Galetti, moglie di Albino Galetti.

Il 30 dicembre 1903 il capomastro Galetti comunicò al Comune la sua intenzione di modificare il progetto già approvato[2]:

“Il sottoscritto presenta a Cod. On. Giunta Municipale un progetto di facciata della erigenda casa di sua proprietà in angolo alle vie Boccaccio e Saffi colla piazza Giovine Italia, che intenderebbe sostituire al tipo di facciata già approvato sotto la data 27 marzo 1902 e come alla relativa tassa per approvazione disegni pagata il 21 aprile dello stesso anno Ordinanza municipale N. 17709/902.

Unisce alla presente, oltre il tipo d’assieme in scala di 1/100, un dettaglio di campata nella scala di 1/20.

In attesa di voto favorevole, colla massima e considerazione si segna devotis.mo capomastro Albino Galetti”.

Come appare evidente il capomastro Galetti era di fatto il deus ex machina dell’intera faccenda: proprietario, progettista de facto ed esecutore dei lavori; l’ing. Macchi, direttore dei lavori ed autore nominale del progetto, probabilmente si limitò ad aggiornare stilisticamente le varie facciate, uniformandole in un linguaggio coerente anche se mantenendo le varie distinzioni tra i lotti.

Il 15 novembre 1903 il capomastro Galetti richiese la Prima visita, relativa al completamento delle opere al rustico, per le case di via Boccaccio e Saffi, “che da pochi giorni sono arrivate al tetto”; tre giorni più tardi, il 18, anche per il proprio palazzo d’angolo. La prima casa fu oggetto di vista il 25 novembre, la seconda il 9 dicembre 1903.

Il 26 giugno 1904 fu richiesta, sempre dal Galetti, richiesta di visita per le opere al civile, la cosidetta Seconda visita; a quanto pare ne furono eseguite due, l’ultima il 9 dicembre 1904. Curiosamente il 30 novembre 1904, forse per accelerare i tempi, fu richiesta dallo stesso Galetti la terza visita relativa all’abitabilità. Senza data è invece la analoga richiesta della signora Giuseppina Allegri-Volpi, relativamente al fabbricato verso via Boccaccio, nuovo civico 24, così come quello di Camillo Cesaris, proprietario di quello verso via Saffi, nuovo civico 17.

La Terza visita fu eseguita in più giorni, per le diverse parti dei fabbricati, ed anche le licenze d’abitabilità furono più d’una, emesse nel corso del 1905[3]. Il rilascio dell’abitabilità era subordinato al pagamento delle tasse daziarie, pertanto il ritardo di questi comportava naturalmente uno slittamento dei tempi. In ogni caso si può ragionevolmente affermare che i fabbricati compresi tra via Boccaccio e Saffi furono completati ed abitati nel corso del 1905.

(Case Galetti, Allegri-Volpi e Cesaris, via Giovanni Boccaccio 24 e 26, via Aurelio Saffi 17 – α 1902-05 – ✝ 1943)




[1]Il civico 22, rappresentato nei disegni, risulta tuttavia cancellato a matita.

[2]Si potrebbe avanzare la congettura che tale decisione fosse motivata dal cambio di proprietà.

[3]Per la casa di via Boccaccio 26 ad esempio fu concessa l’abitabilità  il 14 febbraio 1905 a condizione di alcuni lavori relativi alle latrine delle botteghe al piano terreno. Tali lavori furono terminati e comunicati al Comune il 1° dicembre 1905.

La Casa di Cura per Impiegate

Piazza Giulio Cesare a Milano, 1929 (Argo Agenzia Fotografica, Archivio Storico Fondazione Fiera Milano)

Il 1° agosto 1919 fu aperta al pubblico, ma con un numero limitato di letti, la Casa di Cura per Impiegate e Commesse, in via Buonarroti civico 50, all’angolo con piazzale Giulio Cesare. Per il mantenimento era richiesto solamente il pagamento quotidiano di una retta di lire 10 per tre mesi, senza alcun tipo di lucro, conformemente agli scopi filantropici dell’istituzione. L’obiettivo era infatti fornire assistenza alle “signorine” bisognose di riposo e cura ma non in grado di provvedere a quella che semplicemente oggi diremmo una “vacanza di riposo” al mare o in montagna. Ma la retta elevatissima naturalmente escludeva la possibilità che le impiegate potessero pagare solamente con il proprio stipendio, pertanto, di fatto, essa era spesso pagato dalle proprie famiglie di estrazione borghese.

Malattie che presumiamo pertanto rimanere nell’ambito degli esaurimenti nervosi, nello stress o per quelle “malattie femminili” non meglio specificate che con pudicizia si accennava nelle descrizioni del tempo. Non propriamente una clinica, pertanto, ma opportunamente una “casa di cura” come effettivamente si presentava. 

La struttura era stata inaugurata il 22 giugno 1919, alle ore 10, per iniziativa della signora Carla De Micheli e di un comitato presieduto dalla contessa Carla Visconti di Modrone e da personale medico. L’area scelta, in fondo a via Buonarroti, confermava la vocazione del quartiere, considerato salubre e tranquillo nel 1919, già ricco di presenze come la Casa di riposo per Musicisti Giuseppe Verdi. Il pagamento della retta probabilmente escludeva la gran massa della popolazione femminile non molto agiata, appartenente alle classi più povere – ma queste, come si sa, non abbisognano di alcuna cura per lo stress ed in ogni caso “possono andare in ospedale” – già, non è ben chiaro perché le “impiegate e commesse” invece non possano… Anzi, è chiarissimo ma non si poteva scrivere chiaramente: il motivo era che l’ospedale richiedeva un “certificato di nullatenenza” per poter accogliere le ragazze, le quali, in virtù della loro condizione borghese, non potevano certo richiedere.

In ogni caso la risonanza per la nuova iniziativa benefica fu decisamente ampia, probabilmente perché la Milano del tempo, appena uscita dalla guerra, abbisognava di un certo tipo di fratellanza almeno a livello emozionale dopo tanti sacrifici: non guardiamo pertanto troppo il dito – solo un poco – e ammiriamo la bella architettura di questa costruzione tipicamente floreale, con la sua brava torretta, convertita da abitazione borghese – già villa Bordoni – a Casa di Cura. L’Archivio Ornato Fabbriche non dispone della documentazione inerente la sua costruzione, ma solamente di quella relativa al sopralzo del basso fabbricato adiacente che ospitava i servizi, datata 21 luglio 1920:

“Sopralzo di una parte del fabbricato per i servizi onde ricavarne 4 locali per dormitorio. Innalzamento di una parte del tetto esistente. Costruzione di muri di cotto, soffitti in parte di legno con sottostante plafone, in parte in cemento armato con sottostante plafone ed interposta camera d’aria. Pavimenti in piastrelle di cemento per locali, in asfalto pel terrazzo. Serramenti in legno composti di griglie e vetri. Modifica a quattro aperture ora circolari nella parte superiore già esistente per aumentarne l’area. Tutti i contorni nuove finestre in vivo. Decorazione”.

Ricevuto parere favorevole da parte della Commissione Igienico-Edilizia il 4 agosto 1920, il nulla-osta relativo alle opere descritte fu concesso il 2 settembre; qualche settimana più tardi, il 12 ottobre, fu concesso il secondo per una ulteriore variante.

Il progetto dell’ing. Carminati è coerente con la descrizione di cui sopra: un intervento volto ad ampliare e sopralzare il piccolo fabbricato dei servizi, in modo da incrementare il numero delle camere disponibili, in un primo tempo di quattro, poi di altre quattro per un totale di otto, con un linguaggio identico a quello del complesso – del resto è molto probabile che l’ingegnere si fosse occupato anche della realizzazione del primo progetto. La Seconda visita, al civile, fu eseguita il 1° aprile 1921, mentre la Terza visita avvenne il 15 luglio successivo, data dalla quale di fatto si occuparono i nuovi locali.

L’edificio risulta probabilmente molto danneggiato dopo la Seconda Guerra Mondiale nella CTC del 1946 e successivamente demolito.

(Casa di Cura per impiegate, via Buonarroti 50, α 1914 circa – ✝ 1950 circa)