Gran Cinema Teatro Italia

Il 2 gennaio 1915 la Società Galli Meschia & C., società per l’esercizio di cinematografi e per il commercio “delle films”, con sede in Milano, fece richiesta al riparto IV del Comune di Milano per l’utilizzo dei locali ad uso cinematografo nel fabbricato di via San Giovanni in Conca 9 angolo stessa piazza, in quella che poco più di un anno dopo sarebbe stata battezzata come piazza Giuseppe Missori. Siamo già in piena Prima guerra mondiale, anche se il Regno d’Italia, per qualche mese, ne è ancora fuori – e probabilmente gli eventi bellici furono una delle case dei problemi finanziari da parte della Società, che non riuscì a godere pienamente del proprio bene a quanto pare.

Ma cominciamo con ordine.

I disegni, a firma dell’arch. Cesare Benni, rappresentano solamente la porzione smussata della esistente casa Nobili, con la pianta, sezione e facciata, del piano terreno del fabbricato, tra via e piazza San Giovanni in Conca. Il motivo principale della facciata è la ricca ed elaborata pensilina d’angolo in ferro a protezione degli ingressi al cinematografo, mentre la planimetria tradisce, nonostante l’abilità progettuale, la preesistenza del fabbricato riadattato allo scopo. La sala per gli spettatori sarebbe stata ricavata utilizzando una tettoia già esistente, opportunamente decorata secondo il gusto del tempo. Il resto dei lavori sarebbe consistito in un generale lavoro di riordino del piano terreno, sopprimendo scale ed anditi inutili e regolarizzando, per quanto possibile, la distribuzione interna nei limiti consentiti dalla particolare sagoma irregolare del fabbricato, confinante, come si è accennato, alla chiesa evangelica di San Giovanni in Conca. La Commissione igienico-edilizia comunque esaminò ed approvò il progetto del cinematografo il 1° aprile 1914, con una nota relativa alla regolarità della pensilina.

Il 24 aprile 1914 fu rilasciato, dopo qualche difficoltà burocratica, Nulla osta per opere edilizie relative all’adattamento di locali ad uso cinematografico nel palazzo di proprietà degli eredi Nobili, in via San Giovanni in Conca; si trattava di un bel palazzo ottocentesco, costruito durante la realizzazione di via Carlo Alberto, adiacente alla antica chiesa di San Giovanni in Conca, già mutilata e parzialmente riadattata. 

Nei primissimi giorni di gennaio del 1915 il Gran Cinema Teatro Italia ottenne infine l’abitabilità e già pochi giorni dopo esso era pronto per l’inaugurazione:

“Milano, sempre pronta alle maggiori prove di entusiasmo, di abnegazione, è chiamata ancora una volta a un’opera di patriottismo.

E’ la Dante Alighieri che lancia un appello al gran cuore di Milano e la invita a fare del bene.

Appoggiando l’ardita iniziativa di una giovane e forte Ditta, si è assicurata di consacrare l’apertura del Gran Cinema Teatro Italia, in piazza San Giovanni in Conca, con uno spettacolo inaugurale.

Domani sera, 15 corrente, alle ore 21, parlerà il professore Avancinio Avancini il quale rievocherà con parola alata “I fratelli d’Italia”.

A questa conferenza seguirà la rappresentazione cinematografica della “La Gerla di Papà Martin”, la più perfetta, la più squisita interpretazione del sommo Ermete Novelli che ha saputo profondere tesori della sua arte in questo capolavoro.

Farà seguito un’altra film [sic!] di carattere patriottico, assolutamente inedita sulla quale si mantiene il segreto volendosi che essa costituisca una gradita, inattesa sorpresa. Così il pubblico più eletto di Milano darà sotto gli auspici della Dante al Gran Cinema Teatro “Italia” il battesimo di italianità più puro, battesimo che gli sarà di felice augurio nel cammino della sua vita”.

“Il Gran Cinema Teatro Italia, di piazza S. Giovanni in Conca, inaugurato, come è noto, venerdì sera con una conferenza del prof. Avancinio Avancini a beneficio della “Dante Alighieri”, ha incontrato immediatamente il favore della cittadinanza. Nella sola giornata d’ieri, il Gran Cinema Teatro Italia è stato il ritrovo preferito di ventimila persone, le quali, oltre la signorilità e la bellezza dei locali, hanno assai ammirato le belle cinematografie costituenti il ricco e variato programma.

Oggi si ripeterà “La gerla di papà Martin”, e domani si inizierà un altro capolavoro cinematografico “Il Fornaretto di Venezia””. 

A seguito di una richiesta del Delegato Mandamentale, il 25 gennaio 1916 fu inviata, al posto dei disegni non più reperibili, una fotografia della notevole pensilina in ferro che ornava gli ingressi del Cinema Teatro: eliminato purtroppo il contesto, la foto illustra il piano terreno, da due punti di vista, del Gran Cinema Teatro Italia con una meravigliosa ed elaborata pensilina in ferro che però non corrisponde esattamente ai disegni del marzo 1914. La foto di sguincio ritrae la pensilina vista dalla piazza; le locandine mostrano il film “La Divette del Reggimento”, proiettato da giovedì 16 marzo a venerdì 17 marzo 1916, mentre la foto frontale mostra “Il Grande Veleno” e numerose persone in posa di fronte al fotografo.

Il cinema chiuse nel 1939 per le previste demolizioni che interessarono l’area del quartiere Tre Alberghi e Bottonuto.

(Gran Cinema Teatro Italia, Via San Giovanni in Conca 9 – α 1914 / ✝︎ 1938)


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Il mercato rionale di piazzale Lagosta

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il mercato di piazzale Lagosta – al tempo chiamato ancora viale Zara – fu l’ultimo dei cinque ad essere inaugurato il 21 dicembre 1930. Esso era grande 960 mq, di cui coperta 670 mq, per un totale di 13 campate di metri 8 x 4 in grado di ospitare 56 banchi di vendita. La lastra A 7609 conservata al Civico Archivio Fotografico illustra il mercato di viale Zara poco dopo la sua inaugurazione.

La vita terrena del mercato terminò nell’agosto 1943, distrutto dalle incursioni aeree; esso rientrò nel programma di ricostruzione avviato nel gennaio 1944, ma non è chiaro se fu oggetto effettivo di lavori oppure no. In ogni caso, esso fu ricostruito – ma in mattoni – nel dopoguerra ed inaugurato nuovamente il 30 marzo 1946.


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Il mercato rionale di viale dei Mille

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il 20 dicembre 1930, penultimo fra i cinque, fu inaugurato alla presenza di varie autorità il mercato di viale dei Mille, progettato per il quartiere Monforte; le lastre, conservate al Civico Archivio Fotografico, A 7610 e A 7619 mostrano proprio il mercato poco tempo dopo la sua inaugurazione: la superficie del mercato recintato era pari a 1.000 mq, di cui coperta 700, per un totale di 15 campate e 64 banchi di vendita; la dimensione delle campate fu di metri 7 x 4.

Il mercato di viale dei Mille fu distrutto – insieme a quasi tutti gli altri – durante le incursioni aeree del 1943; le opere di ricostruzione, avviate nel gennaio 1944, in totale o quasi assenza di materiali ferrosi, furono di fatto limitate ad un mero perimetro per delimitare i banchi di vendita.


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Il mercato rionale del Verziere vecchio

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Naturalmente il Verziere era tradizionalmente luogo di mercato da molto tempo, con bancarelle più o meno regolamentate; nel 1930 semplicemente si decise di aggiungere a quelle esistenti una piccola struttura – soli 350 mq, di cui coperte 250, per 5 campate di dimensioni 6,20 x 4 metri, per un totale di 22 banchi di vendita. Esso fu inaugurato – leggasi semplicemente “aperto” – il 17 dicembre 1930:

“Alla presenza del podestà duca Marcello Visconti di Modrone e con il concorso di numerosa folla, si è inaugurato ieri mattina [17 dicembre 1930] il Mercato rionale al Verziere vecchio; con il podestà si trovavano i due vice-podestà, il segretario generale, il comm. Mataloni, vice-preside della Provincia e fiduciario del Gruppo rionale “Sciesa”, e numerosi funzionari del Comune”.

 (L’inaugurazione del nuovo Mercato al vecchio Verziere nel “Corriere della Sera” del 18 dicembre 1930)

Come era prevedibile, il mercato rionale del Verziere fu subito giudicato largamente insufficiente per i bisogni del popoloso quartiere; come è noto, il problema fu poi risolto rendendolo… meno popoloso, demolendo dopo qualche anno tutto il lato dei civici pari. A parziale giustificazione si può osservare che esso non era destinato alla vendita dei prodotti ortofrutticoli, lasciati alle bancarelle ambulanti tradizionalmente presenti nella via. 
La fotografia di Vincenzo Aragozzini, lastra A 7618 del Civico Archivio Fotografico, mostra ancora una volta il fascino di una via dignitosa e popolare ad un tempo, la cui distruzione è una ulteriore medaglia al disonore per coloro che hanno poi realizzato cio’ che ne ha preso il posto.


Il mercato al “Verziere vecchio” non ebbe vita lunga: fu infatti demolito già nel febbraio del 1935.


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Il mercato di porta Garibaldi

Fino all’autunno del 1930 la città di Milano poteva vantare solamente quattro mercati rionali, con prezzi controllati dal Comune: quello di piazzale Cantore, quello di piazza Wagner, quello di piazza Crespi – oggi Gramsci – ed infine viale Abruzzi; un po’ pochini a dire il vero. Per questo motivo il 22 novembre 1930, a Palazzo Marino, alla presenza del podestà, si tenne una riunione a cui parteciparono l’ing. capo del comune Baselli, l’ing. A. Cecchi – progettista dei mercati rionali – e l’avv. Salvatores, responsabile dell’Annona, nella quale si decise di costruire in sole tre settimane qualcosa come cinque mercati rionali. L’idea era quella di permettere ad ogni rione di poter usufruire di almeno un mercato alla distanza massima di un chilometro e mezzo dalle proprie abitazioni, da costruire in aree già di proprietà comunale sia per evitare ulteriori costi, sia per abbreviare i tempi.

Naturalmente questo avrebbe comportato la realizzazione di strutture molto semplici, in legno, con tettoie e banchi di vendita sempre di legno, ma rivestiti di zinco, senza alcuna pretesa di bellezza e di eleganza, ma solo di praticità ed economia, che fossero facili da costruire ed anche da decostruire nel caso: tuttavia, bisogna ammetterlo, il risultato finale fu dignitoso e a modo suo anche bello, pur nei limiti ristretti nei quali si era deciso di operare ed esulando dalle motivazioni politiche di tale scelta – il rigoroso controllo dei prezzi dei generi di prima necessità e di largo consumo. L’architettura ripetibile secondo un “tipo” generalizzato di mercato sarebbe stata inoltre accompagnata da due divise, distinte tra donne e uomini, relative agli operatori di vendita.

Il mercato di porta Garibaldi – al tempo piazza Tommaso di Savoia, oggi piazza XXV Aprile – fu il primo del quintetto ad essere inaugurato sabato 13 dicembre 1930. Esso era distinto in due padiglioni grandi in totale 780 mq, di cui coperta 530 mq, per un totale di 9 campate di metri 8 x 4 in grado di ospitare 44 (altre fonti indicano, probabilmente errando, 45) banchi di vendita. Le lastre A 7615 e A 7617, conservate al Civico Archivio Fotografico illustrano il mercato di porta Garibaldi affollato poco dopo la sua inaugurazione.

Le incursioni aeree dell’agosto 1943 distrussero il mercato di porta Garibaldi.



I lavatoi pubblici – Il lavatoio di via Porro Lambertenghi

«La lavandaia chiassosa e canterina, tipo da scena dialettale o da bozzetto pittorico del vecchio stampo favrettiaino, tende sempre più a scomparire dal moderno quadro di costume: figura superata dal progresso e cancellata dalle lavanderie e vapore, dove tutto si fa a macchina in un silenzioso opaco roteare e schiumare di marmittoni fumanti, e la scarmigliata e florida donna a braccia nude è sostituita dall’adusto e severo meccanico in “tuta” turchina.

Quella figura sopravvive o trionfa tuttavia nella campagna, suo regno naturale, dove l’acqua libera trascorre; e a filo dell’erbosa riva, sul greto del fiume o del torrente, ancora si vede, — e si sente, — la donna che sfrega e strizza i panni e picchia e canta. Ma raro è incontrarla nelle città, se un canale non le attraversi; rarissimo a Milano che ha messo il coperchio anche al Naviglio. Chi voglia vederne qualcuna deve portarsi al largo, nelle zone periferiche, o meglio capitarci a caso chè forse d’andarci apposta non mette conto per cosi poco, quando non s’abbiano nell’anima un po’ d’amore e un tantino di nostalgia per le antiche usanze che se ne vanno.

Per esempio, di là dalla Darsena, lungo l’Alzaia del Naviglio Grande, accade di vederne ai piedi delle scalette che incidono l’argine, curve sulle piccole pedane piantate di traverso contro il pelo dell’acqua, scaglionate via via, macchie di colore sullo sfondo grigio, lavandaie che scandiscono il ritmo del lavoro a forza di tonfi, svegliando echi sonori tra le sponde di pietra, le spallette di cemento e i ponti di ferro.

Ma un posticino più curioso è in via Cavalcanti, di là dalla Stazione, eppure in una plaga che l’attività edilizia ha conquistato da un pezzo. Singolare anacronismo, vi si staglia un’oasi decisamente campagnuola. dove sono ancora in piedi, in un malinconico isolamento, certe umili cascine con l’ortaglia intorno, e un fosso vi serpeggia, con una passerella di travi che ha procurato al luogo il nome di Ponticello. È il Fontanile di Santa Corona, che viene dalla Martesana e appare e scompare a tratti sotto le strade e le case, fin che si perde del tutto nei misteri del sottosuolo. Ma là passa allo scoperto e gli hanno imposto un tributo cogliendolo al varco con un lavatoio. È una povera tettoia, con gli spioventi di sgangherata lamiera e con tramezzi sospesi a pezzi di corda per dividere lo spazio in compartimenti, ai quali corrispondono le lastre di pietra collocate di sghembo presso il ciglio dell’acqua. Scorre il rivo, chiaro frusciarne come una lucida seta che s’increspi; le donne del vicinato scendono sulla proda a lavare la biancheria, e ridono, motteggiano, scudisciando lo scivolo a gran colpi di lenzuoli attorcigliati; gli uomini si soffermano a guardare dall’opposto lido, e certo a qualcuno vien voglia d’appendere sullo sbatacchiante accompagnamento il filo canoro d’un galante stornello.

***

Si può giurare che quel lavatoio rustico non abbia fornito al Municipio il modello per la dozzina di pubblici lavatoi distribuiti nella città, neanche per i più vecchi, di Santa Croce e dell’ex-Macello, e tanto meno per gli altri, chè tutti si presentano con solide costruzioni in muratura, e magari con un piano sovrapposto, per l’abitazione del custode.

Tale il lavatoio di via Cherubini, fuori di porla Magenta. Un gran porticato, con una parete a finestroni e l’altra aperta sul cortile che serve da stenditoio. In mezzo, un’ampia e lunga vasca di cemento con settantadue riparli su due file e altrettanti rubinetti per l’acqua fredda. In giro, tavole a graticola, cavalletti a rotelle, sbarre, mastelli e secchie. Di solito non c’è ressa, ma al lunedì e al martedì qualche volta si fa la coda. Cioè la fanno queste brave donne che vengono qui a lavare la roba di casa, o le lavandaie di mestiere che vengono a lavare quella degli altri. Venti centesimi d’ingresso a testa, e dentro.

In questa stagione il lavatoio spalanca il portone alle otto del mattino e rimane aperto poco meno di nove ore. Un via vai quasi continuo. Eccole, alla spicciolata o a gruppi, ile lavandaie coi fagotti in capo o sotto braccio. Tutte vecchie. Una sfilata di capelli bianchi. Magre talune, risecchite e rugose come nonnette : altre prosperose e gagliarde, ben piantate sui fianchi e con le spalle atletiche. Nell’assemblea delle teste canute fa spicco una giovane bionda e graziosetta. con un’aria da signorina. Fra gli abiti modesti risana il suo soprabito felpato, che sembra una reminiscenza di pelliccia. In mezzo alle calze ruvide, alle ciabatte e agli zoccoli, si staccano le sue calze rosee e le scarpettine col tacchetto. E’ disinvolta e bada ai fatti suoi, tranquilla e sicura; e le altre non ne fanno caso. Badano anch’esse ai fatti loro, alle prese col sapone e con la » candigina » e soprattutto con l’acqua gelida che fa freddo solo a guardarla, in questa giornata rigida e pungente. Dev’essere proprio il loro elemento, poiché queste creature anfibie vi diguazzano Indifferenti con lo mani e le braccia, resistendo con l’abitudine, reagendo con l’incessante moto, cosicché eccole in breve rubiconde e ridenti. Se mai il freddo lo sentono dopo, quando stan ferme, quando s’affacciano a strologare il cielo con la speranza che spunti il sole, quando vanno a prelevare qualche secchio di acqua calda. — trenta centesimi ogni quindici litri. — o quando portano la roba lavata all’idroestrattore: quaranta centesimi ogni tre minuti, misurati con la veneranda precisione della clessidra.

“Vietato cantare, schiamazzare, esprimersi turpemente, litigare o, comunque, turbare l’ordine”: questo impone il regolamento, e lo si osserva: ma non comanda il silenzio e queste brave donne pur lavorando chiacchierano a tutto andare, ché del resto è questo il loro salotto; ma la vera conversazione si intavola a mezzogiorno, quando le lavandaie s’adunano a crocchi per la sobria colazione condita da robusto appetito e di motti pepati. Lasciate fare a loro. Lo scilinguagnolo ben sciolto ce l’hanno tutte e più di tutte l’aveva quella povera Brigida ch’è morta l’anno scorso ed era l’anima allegra del lavatoio. Se poi qualche volta il diapason delle voci s’accentua, se le parole eccedono la misura, se il cicaleccio diventa tumulto e il battibecco baruffo, basta che intervenga col suo mònito il custode o che si mostri con la sua prestigiosa divisa il vigile. Ma in fondo è naturale che con tanto freddo ci sia la tendenza a riscaldarsi.

***

La cosa dovrebbe riuscir più facile in quel lavatolo che da cinque anni è sorto in via Stromboli, sul fianco della piazza Vesuvio, se ai vulcanici nomi si adeguasse la temperatura normale. È il più bello, il più vasto, il più moderno edificio del genere che si conti a Milano. D’architettura semplice, di struttura razionale, non ha che il piano terreno, sul quale il tetto si stende come un gran terrazzo a cui si accede dalla scala interna, cioè dal salone che piglia quasi per intero tutto lo spazio e s’allarga bianco chiaro e luminoso, rischiarato dai finestrata che brillano tutto intorno e dai lucernario che accende in alto un solco di chiarore sull’asse centrale. Le vasche s’allineano in sei doppie file su due ranghi e offrono centosessanta posti, più che sufficienti ai bisogni ordinari del quartiere. ‘

Infatti, ecco al lavoro non più d’una ventina di donne. Anche qui tra le vecchie, quasi a confermar la regola, splende il fresco sorriso d’una giovane bionda, sulla cui figura fiammeggia un corpetto rosso. È’ la nota squillante della compagnia. I.a nota gioconda ce la mette una vecchina che sembra un grano di pepe, la Geronima, araldo muliebre dell’allegria. Ordine e buonumore, tale l’impronta di questo e degli altri lavatoi della città, convegno di uno strano mondo femminino, loquace ma non pettegolo, bizzarro ma giudizioso e indubbiamente dotato d’un prezioso senso: quello della pulizia.

È il regno delle donne, ma, titubante,- come spaesato, vi s’arrischia talora qualche maschio, qualche vagabondo che va a lavarsi quatto quatto le sue robe, togliendosele di dosso, zitto e guardingo, una alla volta, e aspettando poi che si rasciughino al sole quando c’è. Ridono volentieri, le donne al lavatoio, ma figurarsi allora !»

(“Donne al lavatoio” nel Corriere della Sera del 28 febbraio 1933)

Il lavatoio di via Porro Lambertenghi

Quattro lastre in vetro conservate presso il Civico Archivio Fotografico, opera del fotografo Vincenzo Aragozzini, rappresentano il Lavatoio pubblico di via Porro Lambertenghi 20 – nel dopoguerra divenne poi 18 – nel quartiere Isola, senza  indicazioni precise intorno alla possibile datazione se non un generico “prima metà XX secolo”. E’ tuttavia possibile ipotizzare una forbice temporale più ristretta alla luce delle informazioni disponibili in giornali e riviste del tempo.

I lavori furono appaltati nel gennaio del 1931 alla Ditta dell’ing. Eugenio Carini, specializzata in costruzioni di cemento armato, esecutore ad esempio della rimessa di viale Campania, per un importo lavori pari a 500.000 lire. La struttura risulta già in costruzione nel marzo del 1931 ed inaugurata, insieme ad altre, durante le consuete celebrazioni della Marcia su Roma intorno al 28 ottobre dello stesso anno; il suo scopo era quello di “sostituire con un impianto razionale e moderno il vecchio lavatoio di Piazza Garibaldi. Esso è composto di 168 posti indipendenti di lavaggio, di due idroestrattori centrifughi, e di un impianto termico per la produzione di acqua calda. Il salone del lavatoio occupa una superficie di circa 800 mq, ed è coperto da una terrazza piana che serve da campo di stendaggio”. L’inaugurazione in ogni caso non coincise con l’apertura al pubblico, che avvenne solamente l’8 dicembre del 1931, contestualmente alla chiusura del vecchio lavatoio di Porta Garibaldi.

Il lavatoio era un luogo di aggregazione popolare nel suo significato più doloroso ed autentico, che è stato ben sintetizzato da un breve ma significativo scritto: “Davanti a casa mia c’era il lavatoio pubblico, esattamente dove ora sorge la chiesa metodista di via Porro Lambertenghi. Spesso già al pomeriggio alcune lavandaie erano in stato etilico a rischio: il cattivo vino e la cattiva grappa serviva loro a sopportare la vita infame che facevano, le mani deformate e l’assenza di qualsiasi futuro: solo panni e panni e panni da lavare”. Un ritratto da Assommoir che naturalmente non possiamo rimpiangere nostalgicamente.




Il mercato rionale di piazzale Cantore

La rivalutazione della Lira tra la fine del 1926 ed i primi mesi del 1927 costrinse il governo ad attuare alcune misure atte a ridurre i prezzi per venire incontro alla deflazione salariale. All’interno d questo programma, il Comune di Milano, insieme ai vari attori del mercato alimentare, come l’Azienda consorziale dei consumi, innanzitutto fissò i nuovi prezzi di generi alimentari, ma, cosa più rilevante per noi, progettò un ampio programma di costruzione di mercati rionali per una spesa preventivata di ben due milioni di lire, duecentomila delle quali da spendersi nel 1927. L’amministrazione aveva già individuato negli anni precedenti le seguenti zone:

  • Rondò Loreto all’imbocco di viale Abruzzi;
  • Via Benedetto Marcello;
  • Ex dazio Garibaldi;
  • Incrocio tra via Garigliano e via Volturno;
  • Piazza Lega Lombarda;
  • Largo Procaccini;
  • Piazzale Piemonte;
  • Piazzale generale Cantore;
  • Piazzale XXIV maggio;
  • Largo all’imbocco di via Mantova.

Si trattava in genere di zone di proprietà già comunale, per evitare spese extra, dove di solito convergevano i contadini o mercanti per svolgere piccole vendite al dettaglio. I progetti prevedevano comunque la realizzazione di semplici tettoie con banchi per generi alimentari, eventualmente integrate con una piccola cella frigorifera: niente di più. 

Il secondo mercato fu costruito, dopo quello di viale Abruzzi, nell’area un tempo occupata dalla canottieri Olona in piazzale Cantore, secondo le medesime modalità tipologiche e costruttive ma evitando i problemi emersi nel progetto “pilota”:

“I lavori sono in corso e dovranno essere ultimati per il prossimo dicembre.

La tettoia del nuovo mercato sarà più ampia di quella di viale Abruzzi e avrà pensiline più sporgenti e meno alte così da riparare meglio i compratori, inoltre non avrà carattere industriale, ma elegante aspetto architettonico. Tutti i banchi di vendita saranno costruiti dal Comune, parte in marmo e parte in pietra artificiale lucidata (…). Al centro una fontana darà una nota intonata all’ambiente. Il mercato sarà recinto da una cancellata (…). 

L’area coperta del nuovo mercato supera i 700 metri quadrati”.

Il mercato di piazzale Cantore fu effettivamente inaugurato il 7 dicembre 1927, alla presenza del podestà Belloni, dall’ing. Cecchi, progettista, e dal cav. Radico. Le sue misure effettive erano le seguenti: dieci metri di larghezza e trenta metri di lunghezza, anche se la sua superficie coperta era effettivamente di 700 mq. Tuttavia le belle lastre conservate presso il Civico Archivio Fotografico di Milano non mostrano, a dire il vero, una struttura architettonica particolarmente bella; si tratta di una struttura ancora industriale ma indubbiamente non per questo meno interessante, anzi.

Fu danneggiato durante le incursioni Alleate nell’agosto 1943 e probabilmente non ricostruito; nelle immediate adiacenze fu anzi costruita – forse in parte riutilizzando alcune strutture – la Mensa Collettiva n. 5.


La posa della prima pietra del Corpus Domini di Milano

 “Il 2 novembre, l’Arcivescovo benedirà solennemente la prima pietra della chiesa monumentale del Corpus Domini, la cui costruzioni fu resa possibile dal Padre Beccaro dei Carmelitani.

Autore del disegno della nuova chiesa è il conte Marchetti di Montestrutto, al quale venne pure affidato il disegno dell’urna di Sant’Ambrogio.

I maggiori sottoscrittori della chiesa del Corpus Domini avranno diritto a certi vasetti di cristallo, che verranno posti coi loro nomi sotto il Pilone dell’Altar maggiore”.

(“La prima pietra della chiesa del Corpus Domini” nel Corriere della Sera del 13-14 ottobre 1897)

“Il padre Beccaro, provinciale dei Carmelitani scalzi, promosse, tempo fa, la costruzione della chiesa provvisoria di legno del Corpus Domini, a porta Sempione. Ora, a fianco di questa chiesa egli ha ideato di farne sorgere un’altra, grandiosa e monumentale; e le pratiche sono già a buon punto.

L’area, di 2660 m.q. è già stata regolarmente ceduta, a mezzo di un compromesso, dalla Fondiaria di Milano. Il padre Beccaro si adopera ora a raccogliere dai fedeli oblazioni per poter raggranellare la somma necessaria all’estinzione totale del debito.

La nuova chiesa è dedicata a Gesù in Sacramento non solo, ma anche ai defunti, pei quali servirà di luogo di suffragio: d’onde la data del 2 novembre scelta per la cerimonia della prima pietra.

Tale cerimonia ebbe luogo ieri alle 15.30, nel recinto dell’area suddetta, entro il quale erano stati eretti palchi ornati di piante e fiori per gli invitati. Facevano servizio agli ingressi alcuni vigili urbani ed agenti di P.S. Un posto di pompieri era stato provvidamente collocato – visto l’agglomerato di tante persone presso una grande chiesa di legno – nel recinto stesso.

L’arcivescovo Ferrari, che doveva celebrare la funzione della posa della prima pietra, arrivò poco prima delle 16, vestito degli abiti pontificali, e sottoscrisse la pergamena commemorativa elegantemente miniata, la quale, insieme a quattro medaglioni d’argento recanti l’effigie del Papa, di Re Umberto, di S. Ambrogio e dell’attuale arcivescovo, venne poi chiusa ermeticamente in un astuccio di piombo che venne calato e murato presso la prima pietra.

Quindi, fra le preci di rito dei sacerdoti che lo attorniavano, il cardinale prese la magnifica cazzuola cesellata, in bronzo dorato, rimescolò la calcina che gli avevano portata dinanzi, e cementò la grossa pietra.

Questa pietra a forma di cubo, pesa circa 30 quintali. E’ di granito di Saltrio, e porta scolpite sui lati le seguenti iscrizioni:

II Novembre MDCCCXCVII del pontificato – di Leone P.P. XIII. A. XX – e di S. E. il Cardinale Andrea Carlo Ferrari anno III.

A Gesù in Sacramento – Tributo dei Carmelitani scalzi – E di tutti i devoti della SS. Eucarestia.

Del Generalato di M.P. Bernardino di S. Teresa – Carmelitano scalzo A. III.

O Gesù in Sacramento – Abbiate pietà di noi – E dei nostri cari defunti.

Terminata la posa della prima pietra, l’arcivescovo col suo seguito, fece il giro delle fondamenta benedicendole, e salì quindi sul palco apposito, ove pronunciò uno dei suoi soliti discorsi, deplorando tra l’altro la scarsezza delle chiese nei nuovi quartieri di Milano e rimarcando l’importanza della funzione che stava per finire.

Seguirono alcuni canti e e la cerimonia terminò verso le 17.30.

Fu notato che non era presente alcuna rappresentanza nè del prefetto nè del sindaco”.

(“La prima pietra del nuovo tempio monumentale del Corpus Domini” nel Corriere della Sera del 3 novembre 1897) 


Di questa cerimonia abbiamo per fortuna una fotografia! Altre due riguardano apparentemente cerimonie successive.

Ma, come per altre occasioni, meglio conservare gelosamente questa fotografia in un archivio, impediamo di diffonderla, mettiamo in atto ciò che raccomandava Sofocle! Per questo motivo I Sapienti rilasciano unicamente copie francobolliche di eventi notevoli come questo, affinché noi umilmente si possa rimanere nel rigagnolo – ma contemplando le stelle, naturalmente!

Sarà stato l’abito pontificale o chissà cosa altro – fatto sta che la dicitura dell’ente conservatore è la seguente:

“Papa Leone XIII alla Cerimonia della posa della prima pietra per la costruzione della Chiesa del Corpus Domini” 

Le cronache tuttavia riportano la presenza, come abbiamo visto, dell’Arcivescovo Ferrari e non del Papa. Del resto l’altissima qualità delle immagini permette di distinguere chiaramente le fattezze dei personaggi…

Le fotografie fanno parte del fondo Beccarini del Gabinetto Fotografico Nazionale, e sono state scattate pertanto il 2 novembre 1897.

Il Circo Equestre ed il Cinema Eldorado

“Un nuovo teatro – il teatro circo “Eldorado” – sarà aperto al pubblico a giorni nel rione di P. Garibaldi e precisamente all’angolo che le vie Statuto e Moscova fanno col corso Garibaldi. Il teatro, di cui è proprietaria una società anonima, gerente della quale è l’ing. Facchinetti, che già fu direttore del teatro Verdi[1], è modesto, ma molto probabilmente non mancherà di avere una certa affluenza di popolino e per il rione in cui sorge e per la qualità degli spettacoli che vi verranno dati. Intenzione della società proprietaria è infatti quella di presentare al nostro pubblico dei circhi equestri ben sapendo come al pubblico dei teatri popolari sieno graditi tali spettacoli. Il teatro che manca di palco scenico e che quindi appare costruito esclusivamente per spettacoli da circo, è di dimensioni e di architettura modeste; nessuna pretesa artistica si ebbe infatti nel costruirlo: esso si compone di una sala non molto ampia nella quale potranno prendere posto poco più di un migliaio di persone ed alla quale si potrà accedere da tre parti: dal corso Garibaldi, da via Moscova e dalla via Statuto.

Il fabbricato è costrutto in muratura, sostenuta da un’armatura in legno; pure in legno è il soffitto e la gradinata pel pubblico. Dietro il teatro, e precisamente sotto la gradinata, hanno posto dieci boxes che durante gli spettacoli saranno occupate dai cavalli i quali, per legge, non possono avere la scuderia nel teatro stesso, e dieci camerini per gli artisti. Camerini e boxes hanno uscite a parte le quali permettono al personale di sgombrare sollecitamente e senza confusione in caso di incendio.

Il teatro Eldorado verrà aperto al pubblico il giorno 27 corrente col circo equestre Manetti”[2].

In realtà il circo Eldorado fu inaugurato il 30 settembre, alle ore 14.30, con un consistente successo di pubblico come previsto[3].

Le sue vicende ebbero inizio il 20 gennaio 1905 quando Riccardo Facchinetti, in qualità di locatario, progettista ed esecutore delle opere stesse, presentò una istanza per opere edilizie per un fabbricato ad uso circo equestre all’angolo delle vie Statuto e Moscova, in un terreno in realtà di proprietà comunale, che descrive con le seguenti parole:

“Fabbricato ad uso Circo equestre in Milano a costruirsi sull’angolo delle vie Statuto e Moscova su terreno di proprietà municipale per conto dell’affittuario Signor Riccardo Facchinetti abitante in Milano in Via Borgonuovo N. 2.

Direttore ed esecutore delle opere sarà il predetto Facchinetti Riccardo Ing.

Fabbricato ad uso Circo equestre a costruirsi sopra terreno del municipio di Milano. L’affitto del terreno venne stabilito per cinque anni a partire dal 1° Gennaio 1905 e potrà essere risolto da parte del Municipio dopo tre anni, malgrado ciò la costruzione sarà eseguita secondo gli impegni già presi col Comune e secondo le norme dei Regolamenti edilizio e d’igiene e del Regolamento prefettizio sulla vigilanza dei teatri. Le opere a farsi riguardano la parte muraria di chiusura del terreno e dei locali atrio, ingressi, caffè e locali servizio e quella carpenteria pel tetto centrale di forma ottagonale, dei tetti perimetrali, dell’anfiteatro a gradinate e lavori diversi come appare dai disegni

Data la speciale destinazione dell’edificio in modo che può essere compiuto ed aperto al pubblico nello spazio di due o tre mesi si prega di voler regolare le visite tecniche in modo che la cosiddetta licenza di uso o di abitabilità coincida con l’apertura al pubblico di tale fabbricato come venne finora comunemente praticato con altri locali costruiti a tetro.

Si fa inoltre speciale domanda, perché la tassa daziaria, trattandosi di fabbricato provvisorio e di durata breve, forse di soli tre anni, secondo la facoltà riservatasi dal Municipio, sia ridotta e limitata al primo versamento del 30 p% come saldo dell’intera tassa daziaria stessa.

            Colla massima stima e considerazione

                       Dev.o Facchinetti Riccardo Ing.”.

Una costruzione apertamente e dichiaratamente provvisoria pertanto, da realizzarsi con strutture lignee e probabilmente con poche o nessuna parete intonacata se, in deroga al Regolamento edilizio, si chiedeva espressamente di abbreviare i tempi previsti tra una visita e l’altra, normalmente dovuti alla realizzazione ed alla asciugatura delle partizioni intonacate. I disegni della prima versione, del 20 gennaio 1905, mostrano un fabbricato dalla forma di un trapezio irregolare, quasi un triangolo, alto un solo piano ad eccetto del volume ottagonale centrale. Si trattava di una struttura che richiamava più o meno esplicitamente quelle in corso di realizzazione per l’Esposizione Universale proprio in quei mesi: fabbricati in legno, con rivestimenti in stucchi in modo da renderli appariscenti e fungere da richiamo come nei Luna Park. Il disegno – in assenza di fotografie per ora – mostra tuttavia un fabbricato tutt’altro che sgradevole alla vista anche se forse non bello in senso artistico, con la lunga teoria di finestre ad arco incorniciate per tutto lo sviluppo del perimetro.

La Commissione igienico-edilizia esaminò il progetto nella seduta del 22 marzo 1905 e concluse che la destinazione a circo equestre lo equiparava ai teatri veri e propri e che pertanto fosse necessario il giudizio da parte della Commissione di vigilanza – contrariamente a quanto sperava il Facchinetti. Tra l’altro qualche difficoltà sorse già con la prima visita al rustico delle strutture

La seconda versione, datata 12 luglio sempre del 1905, riguarda  invece la possibilità di convertire il circo in un “teatro-salone” per proiezioni cinematografiche: il volume ottagonale originario sarebbe stato sostituito da uno di forma quasi rettangolare in modo da ottenere un palcoscenico. Esternamente però si riscontra un impoverimento generale, con una struttura a vista con modeste decorazioni reiterate; pare evidente la volontà di sfruttare l’onda dell’Esposizione Universale – del resto il parco era ed è a poca distanza – sia pure per un tempo limitato.

Tuttavia il destino volle altrimenti: il 19 luglio seguente fu notificato al Facchinetti la “reiezione disegni di fabbrica” in quanto la Commissione igienico-edilizia “non ha creduto di esaminare il progetto, rilevando come su di esso si sia già espressa negativamente l’on. Comm. per le licenze dei teatri”. Tutto finito dunque?

No.

Perché il pratico Facchinetti subito dopo aver ricevuto la notifica dichiarò alla Giunta Municipale di rinunciare al progetto del 12 luglio e di tornare a quello originario a circo equestre, già approvato dalla Commissione Edilizia e da quella di Vigilanza sui Teatri, con la sola “rispettosa istanza, perché sia approvata la modificazione di forma del tetto, cioè da guisa rettangolare invece di ottagonale e del muro perimetrale fronteggiante le vie Moscova, Statuto e Garibaldi per quanto appare dal secondo progetto presentato” – tetto che, con ogni probabilità, doveva già essere stato eseguito…

In data 7 settembre 1905 – a lavori presumibilmente molto avanzati, risolti i problemi con il vicino ed ottenuto il parere positivo della Commissione di vigilanza sui teatri – fu rilasciata finalmente la Concessione edilizia n. 3637: per questo motivo l’ing. Facchinetti, il 23 settembre 1905 – pochi giorni dopo l’articolo pubblicato sul Corriere – si affrettò a richiedere al comune la visita di abitabilità.

La costruzione pertanto al di là delle difficoltà burocratiche dovette proseguire senza interruzioni se la Seconda visita definitiva al civile fu eseguita il 18 ottobre 1905, pertanto successivamente alla inaugurazione del circo stesso! Bei tempi!

La visita di abitabilità fu eseguita molto più tardi e molto dopo l’inaugurazione, il 9 febbraio 1907 – cosa che evidentemente non impedì l’utilizzo della struttura come circo equestre. Nella descrizione del documento si descrivono le varie destinazioni d’uso dei locali e si riporta espressamente un “palcoscenico” – particolare degno di nota in quanto successivamente l’Eldorado  divenne un cinematografo; fino 31 dicembre 1907 esso risulta ancora un circo equestre, ma alla data del 7 febbraio 1909 esso risulta finalmente adibito a Cinematografo.

La sua esistenza probabilmente si concluse col termine dell’affitto; l’8 maggio 1920 un altro teatro, ma solamente estivo, riaprì con lo stesso nome di Eldorado, ma in piazza Missori angolo corso Italia.


ADDENDUM 26.11.10

Nel marzo 1915 si ha notizia della demolizione di un “Capannone per uso Cinematografo tra la via Statuto e via Moscova, di proprietà rag. Carlo Bonomi”.


(Circo equestre e Cinema Eldorado, via Moscova ang. via Statuto, α 1905 – ✝ 1910 circa)


[1]Nel fascicolo conservato presso l’Archivio Ornato Fabbriche c’è una breve comunicazione del Comm. Edoardo Banfi del 28.09.1905 nel quale si ricorda “il povero Ing. Facchinetti” padre di sette figli e “il suo fallimento e la perdita d’ogni suo avere al Verdi” che “aspetta di aprire il suo nuovo teatrino Corso Garibaldi” in quanto “aspetta l’approvazione Municipale”. Una “spinta” che forse ebbe qualche conseguenza

[2]“Un nuovo teatro” nel Corriere della Sera del 19 settembre 1905

[3]Corriere della Sea del 30 settembre 1905.

Il mercato rionale di viale Abruzzi

La rivalutazione della Lira tra la fine del 1926 ed i primi mesi del 1927 costrinse il governo ad attuare alcune misure atte a ridurre i prezzi per venire incontro alla deflazione salariale. All’interno di questo programma, il Comune di Milano, insieme ai vari attori del mercato alimentare, come l’Azienda consorziale dei consumi, innanzitutto fissò i nuovi prezzi di generi alimentari, ma, cosa più rilevante per noi, progettò un ampio programma di costruzione di mercati rionali per una spesa preventivata di ben due milioni di lire, duecentomila delle quali da spendersi nel 1927. L’amministrazione aveva già individuato negli anni precedenti le seguenti zone:

  • Rondò Loreto all’imbocco di viale Abruzzi;
  • Via Benedetto Marcello;
  • Ex dazio Garibaldi;
  • Incrocio tra via Garigliano e via Volturno;
  • Piazza Lega Lombarda;
  • Largo Procaccini;
  • Piazzale Piemonte;
  • Piazzale generale Cantore;
  • Piazzale XXIV maggio;
  • Largo all’imbocco di via Mantova.

Si trattava in genere di zone di proprietà già comunale, per evitare spese extra, dove di solito convergevano i contadini o mercanti per svolgere piccole vendite al dettaglio. I progetti prevedevano comunque la realizzazione di semplici tettoie con banchi per generi alimentari, eventualmente integrate con una piccola cella frigorifera: niente di più. Il posteggio era concesso al prezzo simbolico di una lira al mese in cambio di prezzi controllati appunto dal Comune.

Il primo mercato ad essere costruito, dichiaratamente di carattere sperimentale, fu effettivamente quello di viale Abruzzi, aperto verso le sette del mattino di mercoledì 17 agosto 1927. Nonostante il “successo” presso la popolazione, la struttura fu oggetto di critiche da parte degli utenti, esposti alle intemperie e così via, che furono corrette nei progetti seguenti. In pratica esso consisteva in una tettoia a protezione di un semplice pavimento lavabile, sotto il quale erano posizionati i banchi di vendita; non era prevista alcuna possibilità di conservare in loco le mercanzie, che dovevano essere ritirate al termine della mattinata – verso le ore 13, in modo da incoraggiare ulteriormente l’abbassamento dei prezzi.

Il mercato fu distrutto dalle incursioni aeree Alleate dell’agosto 1943 e ricostruito sommariamente già nella primavera del 1944.