Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi 

Piazza Tommaseo post 1902 ante 1911.

Premessa

Chi dovesse capitare, passeggiando senza meta – che è il modo migliore per conoscere la città di Milano – in piazza Tommaseo rimarrebbe probabilmente stupito nell’individuare, più o meno immediatamente, un fabbricato recente – sul quale preferisco sorvolare… – rispetto ad un insieme omogeneo stilisticamente: lo scritto che segue intende rintracciare naturalmente ciò che vi era prima, un basso edificio a due piani…

* * *

Il sig. Alfredo Zoppi era titolare di una fabbrica di catene d’oro e braccialetti in genere in via Spadari 1 angolo via Torino; secondo l’Archivio della Camera di Commercio di Milano, la sua attività risaliva almeno al 1892, anche se risulta una interruzione ed una ricostituzione: è possibile che sino al 1897, insieme al sig. Del Torre, avesse un laboratorio in via Spadari 1 e successivamente, da solo, in via Petrarca 26, di fatto in piazza Niccolò Tommaseo. Via Spadari infatti fu oggetto di interesse da parte degli urbanisti proprio tra la fine del XIX secolo e l’nizio del XX: il lato destro, civici pari, fu infatti demolito nell’ambito dei lavori di allargamento di via Orefici e della realizzazione di piazza Cordusio, avvenuti nel corso di qualche anno a partire dal 1887, che permisero la distruzione completa dell’isolato compreso tra le vie Spadari, Ratti, Armorari ed Orefici e la sua riconfigurazione; il lato sinistro, civici dispari, gli sopravvisse per qualche tempo ma le demolizioni iniziarono nel 1901 e si conclusero dopo qualche anno. È pertanto probabile che Alfredo Zoppi ed il suo laboratorio, in via Spadari 1, angolo via Torino, fossero stati costretti a spostarsi dai fabbricati per i quali era previsto esproprio e demolizione e ad individuare un’area dove collocare la propria attività.

Le fortune forse arrisero allo Zoppi se, invece di scegliere di continuare a lavorare in centro, in un fabbricato non di sua proprietà, scelse infine l’azzardo di costruire ex novo uno stabilimento con annessa abitazione civile in quella che nel 1900 era praticamente estrema periferia, nei nuovi quartieri di recentissima fabbricazione dopo il Castello Sforzesco. Quando il 23 febbraio 1900 egli richiese i punti fissi per la sua futura costruzione, non aveva ancora presentato la richiesta edilizia; via Petrarca terminava in piazza Tommaseo che era ancora lungi dall’essere completamente edificata. Il tracciamento fu pertanto piuttosto agevole, dato che si trattava semplicemente di congiungere con una linea retta gli zoccoli degli unici due fabbricati esistenti in quel tratto di via Petrarca, ovvero via Mascheroni 18 e via Petrarca 20.

La richiesta di nulla osta per la costruzione di una “piccola casa  ad uso abitazione con unito lavorerio per oreficeria, corte e giardinetto” del sig. Alfredo Zoppi fu protocollata il 27 aprile seguente, progetto dell’ing. Giacomo Santamaria e capomastro Augusto Zucoli. I disegni presentati illustrano una costruzione  a due soli piani, graziosa e garbata, che cela la destinazione industriale senza rivelare alcunchè, accattivante per l’asimmetria piacevolmente mossa della facciata. La distribuzione dei locali dell’abitazione è ordinaria, medante due ingressi ed un vano scala, mentre ancora più semplice è il retrostante stabilimento, ad una sola campata, che occupa metà del lotto. Una cartolina pubblicitaria mostra la casa e lo stabilimento in alcuni disegni celebrativi, ma complessivamente veritieri, isolato tra via Petrarca e piazza Tommaseo – come effettivamente le mappe del tempo mostrano realmente.

Il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, con qualche nota,  il 10 maggio 1900 e i lavori procedettero con la consueta rapidità del tempo, tanto che già l’11 agosto il capomastro Zucoli richiese la prima visita al rustico, che fu effettivamente eseguita il 28 agosto, in cui tuttavia si rilevarono alcune opere ancora da terminare. Il mese seguente fu richiesta la seconda visita al civile, che fu eseguita infatti il 27 settembre 1900, nella quale si sottolinea però che la facciata non era ancora stata completata; un esito negativo naturalmente comportava una ulteriore visita – suppletiva – con ulteriori spese da parte della committenza. La seconda visita, questa volta terminata la facciata, fu richiesta pertanto il mese seguente, il 20 ottobre; non si comprende pertanto la ragione per richiedere tempestivamente visite da parte degli ingegneri comunali pur nella consapevolezza dello stato reale dei lavori. Questo comportamento medesimo si ripeterà l’anno seguente, per ulteriori visite eseguite a causa di alcune varianti, come vedremo.

Il 23 gennaio 1901 fu concessa la collocazione del mobilio nei locali al piano terreno ad uso lavorerio, per il quale il 10 marzo 1901 fu richiesta la visita sanitaria per abitabilità entro il 25 marzo. Tuttavia la presenza di un ripostiglio presso un cavedio, in fondo al cortile, rese necessaria la richiesta di ulteriori visite tecniche per il collaudo, ritardando pertanto i lavori di qualche mese: senza entrare in dettagli, è sufficiente evidenziare che ancora nell’ottobre 1901 fu richiesta la copertura del cavedio mediante apposita tettoia, ulteriore variante che allungò ulteriormente i tempi di realizzazione della casa e dello stabilimento. Nel maggio 1901 la mancata pavimentazione del cortile rese vana la terza visita, quella sanitaria necessaria per l’abitabilità, con tanto di ingiunzione da parte del Comune di termnare i lavori entro la fine del mese seguente.

Le visite sanitarie furono più d’una e si conclusero il 15 novembre 1901, data che possiamo ragionevolmente prendere come fine lavori definitiva del complesso. Una vicenda travagliata e piuttosto lunga per una costruzione di dimensioni limitate e dalla difficoltà tecnica relativa; naturalmente un certo ruolo può essere stato svolto dalla fretta per insediarsi nel nuovo fabbricato, data la demolizione in corso di quello di via Spadari. Per questo motivo le visite al civile e quelle sanitarie furono molteplici ed anche parziali, ma evidentemente lo Zoppi doveva avere una certa fretta per ragioni contingenti che possiamo ben comprendere.

Dopo solamente dieci anni, la piccola costruzione fu oggetto di lavori di sopralzo che sono interessanti in quanto avrebbero posto il problema di mantenere una certa aderenza stilistica – questione facilmente risolvibile – in parziale conflitto con nuovi regolamenti edilizi.  Il 24 luglio 1911 fu infatti protocollata la richiesta per il sopralzo della abitazione, con spostamento della scala e demolizione dello stabilimento del cortile al fine di realizzare un giardino: una trasformazione importante, da collegarsi con ogni probabilità alla cessazione dell’attività dello Zoppi. 

I disegni allegati sono molto curati nei dettagli, nella volontà, forse della stessa commttenza, di rispettare le linee stilistiche della casa: infatti fu esattamente ripreso il motivo, piuttosto caratteristico, del particolare tetto con timpano dal sapore tipicamente “chalet”.  Naturalmente fu necessario modificare le aperture e gli ingressi, data la necessità di aggiungere una scala, ma il nuovo progetto è assolutamente mimetico rispetto a quello originario. Con la demolizione dello stabilimento retrostante fu possibile aggiungere un piccolo portico.

Il progetto ottenne il parere favorevole della Commissione igienico-edilizia già il 2 agosto seguente; tuttavia i lavori di demolizione e ricostruzione non erano certo di poco conto, tanto che la Prima visita, al rustico, fu richiesta dal capomastro Antonio Santini solamente il 23 dicembre 1911 ed eseguita il 15 febbraio 1912. La Seconda visita, per il nuovo piano secondo al civile,  fu richiesta il 6 maggio ed eseguita il 23; i problemi riguardo il piano sottotetto emersero durante la visita per l’abitabilità del 14 ottobre 1912: se in generale non vi furono problemi per i nuovi locali al piano secondo, qualche problema fu rilevato per il locale sottotetto: fu pertanto rilasciata una licenza di occupazione parziale dei locali ad eccezione del sottotetto non regolamentare; successivamente alla visita si constatò che esso era privo di domanda di occupazione e “scoperto di licenza il locale sottotetto perché non regolamentare per altezza e non adatto all’uso di dormitorio. Si chiede appunto al Delegato del Mand. 4° se detto locale è occupato e per quale uso”. Prontamente il Delegato si recò a verificare la destinazone d’uso del locale sottotetto, annotando che effettivamente esso era utilizzato come “dormitorio” per la domestica. 

La questione è di un certo interesse perché l’abitabilità dei locali sottostanti il particolare tetto a timpano originario era evidentemente possibile con il Regolamento Edilizio del 22 maggio 1889, ma decisamente no con quello successivo. La volontà di mantenere lo stile originario, apprezzabile dal punto di vista del linguaggio architettonico, si rivelò controproducente a livello eminentemente pratico. Una sezione della piccola camera della domestica del sig. Zoppi fu allegata al fascicolo, ma è priva di data e non vi sono spiegazioni di sorta: rimane pertanto il dubbio che detto locale, effettivamente angusto – ma con una vista mirabile verso l’intera piazza Tommaseo! – fosse rimasto de facto privo di regolare abitabilità e d conseguenza abusivo. 

Palazzina Zoppi sopravvisse al suo primo proprietario, alla Seconda guerra mondiale ma fu demolita intorno agli anni Cinquanta.

(Casa e lavorerio di Alfredo Zoppi, via Francesco Petrarca 26 28, 𝛂 1900-01 / 1911-12 – ✝︎ 1955 circa)



Pubblicità

L’Enopolio Sociale dell’Unione Cooperativa

Precronaca Edilizia 

“Questa sera alle 21, al Teatro dei Filodrammatici, si radunarono in assemblea generale straordinaria i soci dell’Unione Cooperativa. Era all’ordine del giorno un assai importante argomento: la proposta di autorizzare il Consiglio direttivo alla compera d’un terreno e costruzione d’uno stabile ad uso cantine, laboratori e magazzino di deposito. L’ultimo numero del Nostro Giornale dell’Unione Cooperativa pubblica sul progettato impianto dell’enopolio sociale una diffusa e diligente relazione del consigliere relatore rag. Felice Puricelli, dalla quale apprendiamo: che l’area prescelta, fra le molte esaminate, è sul corso Sempione, angolo via Cagnola (mq. 5120 a L. 24 il mq.). Tale area, tutto compreso, costerebbe lire 129,204; l’importo delle costruzioni è preventivato in L. 360,000; la spesa complessiva adunque in L. 489,204.

(…).

Si respinsero le sospensive; si respinsero le limitazioni che si volevano imporre; e si votò il progetto quale fu presentato, dichiarando piena fiducia al Consiglio.

L’ordine del giorno fu votato da circa 300 soci; gli oppositori furono 3″[1].

 “La costruzione del grandioso enopolio che l’Unione Cooperativa farà erigere sull’area di 5000 m.q., da essa acquistata fuori dell’Arco Sempione, fu affidata, in seguito all’esito del concorso, all’architetto Ulisse Stacchini ed all’ing. Guido De Capitani. Per fissare le ultime modalità del progetto l’architetto Stacchini ed il rag. Puricelli, consigliere dell’Unione, partirono per un viaggio che comprenderà Vienna, Presburgo, Budapest, Stuhlweissenburg, Marburg e Trieste, ove visiteranno le  grandiose cantine colà esistenti”[2].

“Oggi, sabato, l’Unione Cooperativa inaugura il suo nuovo Enopolio, in corso Sempione, 4, invitando i soci a visitarlo, dalle 20.30 alle 22. Domani vi avrà libero ingresso anche il pubblico, dalle 14 alle 18 e dalle 20.30 alle ore 23”[3].

* * *

Provo un certo sentimento di gioia a scrivere qualcosa intorno allo scomparso Enopolio dell’Unione Cooperativa dell’architetto Ulisse Stacchini a Milano. Perché quel genere di fabbricati mi mette di buonumore, sissignore! Mentre, con dantesca simmetria, altri mi mettono depressione e malumore. Alle immagini, già note, che ho rintracciato negli archivi italiani e stranieri ne aggiungo oggi un’altra, della mia Collezione Personale, nel senso che posseggo proprio la fotografia cartacea ed è l’unica ch’io conosca che ritragga interamente e non di sguincio la facciata del fabbricato, risalente probabilmente proprio all’inverno del 1902 a giudicare dalle alberature spoglie. Come si nota, la costruzione non era ancora stata completata, mancando – come si vedrà – una ala intera.

“Da pochi giorni Milano ha una curiosità di più, vale a dire il grandioso Enopolio costruito dalla “Unione Cooperativa” a breve distanza dall’Arco del Sempione. Il nome dice chiaramente l’uso a cui serve il bellissimo edificio. Trattasi di uno stabilimento per la fabbricazione ed il deposito dei vini. Fin qui le cantine della Società stessa erano nei sotterranei del castello Sforzesco, in attesa di poter costruire uno speciale fabbricato. Adesso l’Enopolio è un fatto compiuto, ed il pubblico accorre in folla a visitarlo. La parte più interessante è rappresentata naturalmente dalle cantine sotterranee, anzi dalla cantina, perchè essa può considerarsi come un solo ambiente,  i muri dei piani sovrastanti essendo sopportati da sottili pilastri che non intercettano la vista nè la luce filtrante attraverso gli “occhi” trasparenti nei pavimenti delle sale superiori. Questa cantina mostruosa misura la superficie di 2350 mq. e vi potrebbe manovrare una compagnia di soldati. In varie file sono disposte le botti: da quelle capaci di pochi ettolitri a certe altre così vaste da ospitare un festino. Ma poichè i vasi di legno non basterebbero – quantunque complessivamente essi abbiano la capacità di due milioni di litri – si costruirono parecchi enormi locali con le pareti interne, il pavimento e la volta rivestiti di piastrelle di vetro ben cementate e tutti colmi di vino. Uno di recipienti in muratura e vetro contiene da solo il vino sufficiente per un decennio di dieci numerose famiglie, vale a dire 129273 litri ! ! In assieme i recipienti di tal natura accolgono quasi 17000 ettolitri.

Tutto sommato adunque la nuova cantina sorta a Milano è capace presentemente di 3.667.195 litri di vino. Diciamo presentemente, perché un’ala dell’Enopolio non anche è costruita. Come se ciò non bastasse, una parte della cantina è destinata a contenere 200.000 bottiglie ben tappate, mentre altri depositi di bottiglie vi sono nel piano sovrastante. In questo stesso piano, che elevasi di poco dal suolo, è degna di visita la tinaia: un locale lungo 60 metri e largo 11 ove si vedono allineate delle mostruose tinozze per la fermentazione. Accanto a tali tinozze l’uomo sembra un moscerino. Vi sono inoltre pigiatrci, pompe, ciclopici torchi idraulici. Inutile aggiungere che il vino spillato passa nelle cantine sottostanti a mezzo di tubi, automaticamente; che vi sono speciali aperture per lasciar esalare l’acido carbonico della fermentazione, ecc.

Ciò infatti che accresce la meraviglia nel visitatore dell’Enopolio è che tutto viene eseguito a macchina grazie ad una dinamo elettrica, che tutto è calcolato e studiato per il più rapido e più igienico lavoro, per la distribuzione della luce e dell’aria; che la luce elettrica ed i caloriferi sono diffusi ovunque, ecc.

Il centro del piano terreno è occupato da un superbo salone dell’altezza dell’intero edificio (due piani). Coperto com’è di cristalli e sovrastando alla cantina, esso le dà il grado di luce occorrente e la ripara dagli agenti atmosferici, ciò che è indispensabile per la conservazione del vino. Il salone viene anche decorato perchè possa servire ad adunanze, ad esposizioni parziali, ecc.

Architetto del grandioso Enopolio – che ha all’esterno eleganza di linee e di decorazioni – fu l’ing. U. Straccani”[4].

Straccani, già!

Il 30 marzo 1900 fu presentata istanza per la realizzazione di un “magazzino” in corso Sempione per la Società Unione Cooperativa. La descrizione non rende giustizia a quello che è di fatto concepito come un vero e proprio palazzo, con facciata grandiosa ed imponente, con tanto di torrette decorative e con un apparato decorativo di tutto rispetto. I disegni rappresentano interamente il fabbricato, in scala 1:100, pertanto su fogli molto grandi, ricchi di dettagli e quotati completamente.

La Commissione igienico-edilizia approvò il progetto il 5 aprile successivo. La costruzione procedette molto rapidamente, le varie visite al rustico ed al civile furono eseguite tra il 1901 ed il 1902 – più d’una furono necessarie – e nella primavera del 1903, ad inaugurazione ormai avvenuta, fu eseguita quella relativa all’abitabilità.

La costruzione fece bella mostra di sé almeno fino al secondo dopoguerra, quando fu demolito. Questa pagina della sua storia deve ancora essere ricercata negli archivi dell’Edilizia Privata…

(Enopolio Sociale dell’Unione Cooperativa, corso Sempione 2-4 – α 1900-03 – ✝ 1950 circa?)


[googlemaps https://www.google.com/maps/embed?pb=!4v1640846374580!6m8!1m7!1sH_nN1wKT9V_pE-tY8KWp2w!2m2!1d45.47645374748386!2d9.171407845253198!3f16.570954943642132!4f4.941861266090939!5f1.1924812503605782&w=600&h=450]


[1]Le cantine dell’Unione Cooperativa. Un progetto di 500.000 lire nel “Corriere della Sera” del 23 giugno 1899

[2]L’enopolio della Cooperativa nel “Corriere della Sera” del 3 ottobre 1899.

[3]Un grandioso enopolio nel “Corriere della Sera” del 10 gennaio 1903.

[4]“Una nuova cantina colossale” nella Domenica del Corriere n. 5 del 1 febbraio 1903-