Villa Molteni Vigano’

Ad una settimana dal Natale del 1889 Milano ed i milanesi si preparavano a due cose: alle esposizioni speciali delle strenne esposte ai Grandi Magazzini Bocconi, che, per lire Cinquanta, erano in grado di vestire da capo a piedi un gentiluomo e, per una lira in meno, la sua signora[1]; all’incombente influenza, raccomandando di non uscire nelle dannosissime umide ore notturne e mantenendo una dieta sana. Le lampade elettriche, alte quasi otto metri, solo da quattro anni illuminavano con il loro bagliore bianco e vivido una piazza Duomo priva ancora del monumento al Re Vittorio Emanuele, ma bastava allontanarsi dalla piazza per tornare a quelle a gas, basse, rossicce e tremolanti.

Negli stessi giorni del dicembre 1889 furono altresì presentati per conto della signora Adele Molteni i disegni, firmati dall’ing. Enrico Brotti[2], relativi alla costruzione di un “fabbricato sulla nuova via diagonale di San Gregorio” – in altre parole quella che sarebbe diventata successivamente via Napo Torriani, che a quel tempo era ancora una landa solo parzialmente edificata ai margini di una Milano in rapida espansione.

I disegni rappresentano un lotto di forma pentagonale, tra le attuali vie Carlo Tenca e Napo Torriani, con il piccolo fabbricato collocato a confine nel margine sud-ovest, in modo da lasciare completamente a giardino tutto il resto del terreno; ci troviamo di fronte ad una soluzione suburbana a bassa densità, che non risolve la possibilità di utilizzare la ghiotta posizione d’angolo limitandosi a gestire il rapporto con le adiacenze “da codice civile”. La sagoma della costruzione era quasi quadrata, con un ingresso modesto da via Cappellini ed una gestione distributiva dei locali assolutamente nell’ambito della consuetudine, sviluppandosi su tre piani dal seminterrato al primo, con quattro locali più servizio al piano rialzato ed uno analogo al piano primo. Naturalmente per la sua realizzazione si prevedeva l’utilizzo di murature di mattoni pieni, con muri portanti perimetrali ed uno di spina, con frequenti aperture finestrate con cornici in pietra ed un piccolo balcone. La presenza di camini e numerose canne fumarie suggerisce l’assenza di un vero impianto di riscaldamento, certamente troppo oneroso per una costruzione di dimensioni limitate come questa secondo gli standard del suo tempo.

Il progetto risulta approvato dalla Commissione igienico-edilizia già il 9 gennaio 1890, mentre il successivo 6 febbraio fu redatto il verbale di consegna dei punti fissi. Non può che stupire apprendere che già il 10 febbraio 1890 il capomastro Angelo Galimberti fece domanda per la Prima visita, al rustico, relativa alle strutture; pare davvero inverosimile che in soli quattro giorni di lavori le strutture murarie possano già essere state completate e poco probabile che siano state iniziate prima della consegna dei punti fissi; rimane pertanto la possibilità che si tratti di una consuetudine dei capomastri del tempo di chiedere rapidamente le visite previste dal Regolamento Edilizio[3] in modo da ottimizzare le tempistiche, giacché era necessario attendere obbligatoriamente degli intervalli di tempo minimi tra una e l’altra. In ogni caso, la Prima visita ebbe luogo il 22 marzo seguente – pertanto il buon capomastro Galimberti fece probabilmente bene ad anticipare i tempi – riscontrando un paio di irregolarità di poco conto[4].

La domanda per la Seconda visita, per le opere al civile, fu prontamente richiesta dall’accorto capomastro già il 24 marzo, dopo appena due giorni quella al rustico, e fu eseguita il 12 aprile 1890. Ad ogni buon conto, la domanda per la Terza ed ultima visita, necessaria per l’abitabilità, fu avanzata solamente il 29 giugno ed eseguita il giorno 11 luglio 1890, con la casa terminata ed i locali dichiarati ancora vuoti[5]. Il suo esito fu positivo e permise l’occupazione dei locali a partire dal 29 settembre, tradizionale giorno milanese dedicato ai cambi di residenza.

Il villino risulta ancora esistente fino al 1930, successivamente fu demolito per lasciare il posto all’attuale fabbricato di via Lepetit 3.


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[1]La serie n. 2, per signore, prevedeva: 1 paletot, 1 manicotto, 1 berretto, 1 pajo di stivaletti, 1 fichus, 1 taglio d’abito, 3 paia di calze, 6 fazzoletti, 1 scatola di farcine ed 1 sapone; la serie n. 3, per signori, 1 paletot, 1 calzone, 1 gilet a maglia, 2 camicie, 2 mutande, 2 corpetti, 6 paja di calze, 6 fazzoletti, 1 cravatta ed 1 fornitura di bottoni. Cinquanta lire corrisponderebbero oggi a circa 230 euro.

[2]L’ing. Enrico Brotti (Milano, 1844-16.121909), noto professionista che lavorò anche presso l’Ufficio Tecnico Municipale) e l’Istituto Case Popolari.

[3]Il Regolamento Edilizio tra l’altro fu pubblicato il 22 maggio 1889, pochi mesi prima dell’istanza della signora Molteni.

[4]Può essere di un certo interesse rilevare che nel documento la costruzione risulta ancora situata “in via San Gregorio” e di proprietà del sig. Ermete Viganò, coniuge della signora Molteni. Il dr. Viganò era Delegato centrale del riparto III di sorveglianza del Comune di Milano.

[5]Anche in questo documento permangono incertezze intorno alla localizzazione del fabbricato “a nord della stazione centrale” mentre si chiarisce finalmente lo stato di matrimonio esistente tra Adele Molteni ed Ermete Viganò, che erano stati citati alternativamente come proprietari in quelli precedenti.

(Villa Molteni Viganò, via Napo Torriani 16, α 1889-91 – ✝ 1930 circa)

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Villa Pietra

Il 21 febbraio 1900 il sig. Luigi Pietra – cav. Uff., personaggio di spicco nel panorama milanese a cavallo tra la fine del XIX ed i primi lustri del XX – presentò istanza per la costruzione di una villa signorile situata tra le vie “Boscovic”, Napo Torriani e Carlo Tenca, a nord della vecchia Stazione Centrale. Il progetto risulta firmato dall’ing. Vincenzo Sarti, che, una decina di anni dopo, sarebbe stato uno degli autori, insieme all’arch. Vietti Violi, del Brefotrofio provinciale di viale Piceno. Lo stesso giorno sarebbe stato approvato, a Roma, il progetto di legge relativo alla costruzione del nuovo Palazzo delle Poste e dei Telegrafi, al termine di un percorso ultradecennale: un giorno fausto, se si vuole!

Il progetto dell’ing. Sarti, in stile neomedievale, si sarebbe collocato ai margini di un lotto di forma rettangolare, con un lato smussato in quella che sarebbe poi stata piazza De Lellis, con una alta e vistosa torre, caratterizzata da merlature e bifore secondo il gusto del tempo e contenente al suo interno la scala. Non vi sono riferimenti linguistici al “nuovo stile”, floreale o liberty; è di un certo interesse osservare come le facciate verso strada siano compiutamente neomedievali al contrario di quelle, semplificate, verso il giardino della proprietà. Se la distribuzione interna dei locali non presenta particolarità rilevanti, si osserva invece come il carattere signorile della costruzione fosse determinato da finiture di un certo livello: pavimentazioni in legno, sala da bagno, con vasca e doccia, collegata direttamente con la camera da letto padronale e separata dalla toilette. Una villa non molto grande, tutto sommato, ma di una certa imponenza, alta solamente due piani ma che la torre contribuisce a rafforzare visivamente; rimane una sensazione non molto gradevole tra i volumi e le facciate, che sembrano poco armoniche tra loro – ma questo è un giudizio personale.

Il progetto fu approvato l’8 marzo e probabilmente i lavori di costruzione iniziarono immediatamente: la Prima visita, relativa ai lavori al rustico, ebbe luogo il 3 luglio seguente, mentre la Seconda, richiesta il 13 settembre, fu eseguita il 28 dello stesso mese. Tempi molto rapidi, come si può constatare; del resto una volta eseguite le opere murarie si può affermare, senza peccare troppo di approssimazione, che i lavori fossero già in dirittura d’arrivo: gli impianti erano limitati al minimo e le decorazioni esterne non particolarmente difficili da eseguire. In poco meno di un anno, al netto delle giornate di pioggia, di neve e di quelle invernali troppo rigide, costruire una villa signorile di due piani fuori terra oltre le fondazioni interrate era assolutamente la norma.

La villa rimase di proprietà del cav. Pietra sino ai primi anni Venti, quando fu venduta al cav. Ferdinando Bonatti. Tuttavia già alla fine del decennio essa fu probabilmente demolita per realizzare l’edificio tuttora esistente al civico 1 di piazza San Camillo de Lellis della Soc. An. Imm. Torriani.



Villa Franzi

Il 7 gennaio 1901 la Commissione igienico-edilizia approvò, con un rilievo di poco conto, il progetto di una villa da costruirsi tra via Cappellini e Boscovich, nel terreno di proprietà di Felice Franzi, che aveva un grande stabilimento per la produzione di valigie proprio accanto. Il progetto fu affidato al noto duo di architetti Angelo Savoldi e Giovanni Battista Borsani e la costruzione al capomastro Leonardo Leoni. L’affermato sodalizio di architetti garantiva certamente un progetto adeguato allo standard richiesto dalla committenza: non è un caso se i disegni e le fotografie del villino furono poi pubblicati in libri e riviste del tempo; Savoldi e Bersani appartenevano però ad una corrente architettonica piuttosto lontana dalle ultime novità della moda, dall’Art Nouveau come dallo Stile Floreale: il progetto del villino Franzi mostra infatti una costruzione solida, semplice, dal sapore umbertino, con un apparato decorativo ricco ed a tratti massiccio – come quel timpano curvo – senza tuttavia diventare mai greve. L’articolazione volumetrica piuttosto limitata non richiese del resto una particolare fantasia nella distribuzione degli ambienti, che si sviluppano dal seminterrato al piano primo.

In ogni caso la costruzione del villino, secondo i documenti del fascicolo edilizio, fu anch’essa priva di particolari problemi. Il 19 febbraio 1901 vi fu una richiesta di integrazioni intorno alla rete interna di fognatura, ma la prima visita al rustico, richiesta il 30 luglio 1901, fu eseguita il 13 agosto; il 17 agosto 1901 fu già richiesta di Seconda visita ed eseguita il 28 dello stesso mese: tempi stranamente ravvicinati e con ogni probabilità non regolamentari: infatti nel verbale è indicato che la facciata risulta ancora non completata. Si dovette attendere sino al 3 gennaio 1902 per richiedere altra Seconda visita al civile, ed al 25 febbraio 1902 per la richiesta di visita per abitabilità. La Terza visita, relativa all’abitabilità, fu richiesta infine il 3 marzo 1902.

La casa fu probabilmente danneggiata durante la Seconda guerra mondiale: la CTC del 1946 evidenzia infatti la villa con linea tratteggiata. Nel giro di pochi anni essa fu con ogni probabilità del tutto demolita e dimenticata.

(Villa Franzi, Via Alfredo Cappellini 13 (poi 15) – α 1901-1902 – ✝︎ )



Villa Comola

Una cartolina Bromofoto dei primi anni Cinquanta raffigura il lato orientale di piazza Napoli e l’imbocco di via Giorgio Washington: un confronto con la configurazione attuale fa immediatamente emergere la scomparsa di un paio di piccoli villini, situati proprio al centro, tra le case più alte ed uno stabilimento anch’esso non più esistente: la più graziosa di essere era proprio villa Comola.

Il 27 agosto 1925 fu avanzata da Severino Comola, che già aveva uno stabilimento per la lavorazione dei legnami in piazza Napoli 15, domanda di nulla osta relativa alla costruzione di una casa – in realtà una villa vera e propria – nel lotto di piazza Napoli 13; il progettista sarebbe stato il geom. Giuseppe Moja e l’esecutore dei lavori l’ing. Angelo Denti: non è del tutto chiaro se si trattasse meramente di uno scambio fatto per errore o per altro motivo. In ogni caso, la risposta del Comune alla domanda di prima visita al rustico fu chiaramente negativa: nonostante l’approvazione del progetto da parte della Commissiione igienico-edilizia, avvenuta il 7 ottobre 1925, la domanda fu respinta a casa dell’impossibilità, da parte del geom. Moja, di firmare il progetto. La querelle intorno al genere di costruzioni ammissibili da parte di tecnici non laureati è, come ben noto, annosa e di complessa risoluzione: rimane il fatto che, semplicemente, provvedette poi alle firme formali l’ing. Denti, del resto già presente nella domanda iniziale.

Alla luce di questo problema formale la richiesta di prima visita al rustico delle opere, avanzata il 7 novembre 1925, fu conseguentemente forse eseguita il successivo 24 novembre – ma nel fascicolo non c’è traccia del verbale – ma in ogni caso con la notazione dell’irregolarità. Le tavole di progetto sono tuttavia a firma anche dell’ing. Angelo Denti, oltre che dell’impresa, e rappresentano un villino dal sapore curiosamente liberty: un “ritardo” linguistico che potrebbe dipendere da un ruolo preponderante da parte dell’impresa esecutrice dei lavori rispetto al professionista progettista. Ma si tratta solamente di una congettura, naturalmente. 

I disegni mostrano un villino con ingresso dal giardino interno, due piani fuori terra ed uno interrato, con una articolazione volumetrica limitata ed una distribuzione dei locali piuttosto semplice e tradizionale. L’insieme è tuttavia gradevole, l’apparato decorativo sembra forse un poco eccessivo sulla carta, ma alcune fotografie e cartoline testimoniano un effetto piuttosto piacevole. 

La questione della firma del capomastro fu risolta con la Seconda visita, al civile, richiesta il 26 aprile 1926, semplicemente a firma dell’ing. Angelo Denti, che del resto figurava, come detto, anche nelle tavole di progetto. Pertanto l’iter burocratico non avrebbe avuto pù particolari problemi fino alla fine: il 20 ottobre 1926 fu richiesta di terza visita per abitabilità – ma grazie alle note inserite sappiamo che i locali risultavano abitati già a partire dal precedente 24 giugno. L’occupazione dei locali fu ufficiale fu comunque concessa solamente a partire dall’8 febbraio 1927.

La villa, al civico 13 di piazza Napoli, fece bella mostra di sè per un periodo di tempo relativamente breve, probabilmente demolita verso la fine degli anni Cinquanta.

(Villa Comola, piazza Napoli 13 𝛂 1925-27 / ✝︎ 1960 circa)


Villa Guggi

Villa Guggi, via Giorgio Washington 11.

Milano 7 Aprile 1909

            Onorevole Giunta Municipale di Milano

                       Il sottoscritto Ing. Carlo Chierichetti, nell’interesse e per incarico del Sig. Giuseppe Guggi, si pregia allegare alla presente un tipo in scala 1:100 nel quale sono indicate con tinta rossa le opere che intendensi eseguire a variante del progetto rassegnato a questa Autorità il 7-8-1908 N. 93864 PG ed approvato con voto 16 Settembre 1908 dalla Commissione Igienico-edilizia. Il prospetto – quale è rappresentato in proiezione verticale nei tipi – non viene per nulla ad essere mutato. Oppone la propria firma alla presente anche il Capom. Vittorio Noseda assuntore del lavoro – avente domicilio in Milano via Moscova 70.

                       Colla maggiore osservanza,

                                                          Ing. Carlo Chierichetti.

                                                          Noseda Vittorio Capomastro

                                                          Guggi Giuseppe

L’istanza edilizia terminava l’iter procedurale che faceva capo ad una licenza rilasciata per realizzare un muro di cinta[1] al fine di chiudere un “appezzamento di terreno” di proprietà del signor Guggi in via Washington, che a quel tempo era ancora in gran parte inedificata, per il quale era in costruzione un piccolo villino:

“Trattasi di Palazzina a tre piani (compreso il terreno) da costruirsi sopra una parte dell’appezzamento di terreno di proprietà del sig. Giuseppe Guggi sito in via Washington.

Sotterrano coperto a volte di mattoni e impalcature da soffitto parte in ferro e parte n legno. Tetto comune.

Lo stabile è dotato di rete per la distrbiuzione di acqua potabile e di fognatura”.

La Commissione igienico-edilizia, con data 19 agosto 1908, espresse parere positivo solo parzialmente, approvando la distribuzione planimetrica ma rilevando la necessità di mantenere maggiore sobrietà per quanto riguardava l’alzato. I disegni tuttavia non sono conservati nel fascicolo edilizio, pertanto non è possibile effettuare un confronto con quelli poi approvati nel mese di settembre, le cui piante mostrano in effetti una disposizione planimetrica quasi simmetrica, con un fabbricato di forma quadrangolare diviso dai muri portanti di mattoni pieni in tre parti, di cui quella centrale più larga; gli ingressi erano due, nelle ali laterali, mediante due scalinate poco profonde. Il disegno del prospetto principale verso via Washington, approvato finalmente dall Commissione igienico-edilizia, non rispetta tuttavia tale simmetria planimetrica, con la realizzazione solo parziale dell’ala destra in modo da realizzare un terrazzo. I disegni di dettaglio evidenziano elaborate ringhiere in ferro, sagomate secondo il gusto liberty del tempo – unica concessione, se si vuole, alla modernità imperante, giacché le decorazioni in cemento sono molto sobrie effettivamente. Una piccola dependance, destinata a portineria, sarebbe invece stata realizzata a confine con la proprietà adiacente l’attuale civico 9 di via Washington.

Il 1° ottobre 1908 il capomastro richiese la Prima visita, avendo regolarmente terminato, in tempi relativamente ristretti, la costruzione al rustico del villino. La visita fu eseguita tuttavia solamente il 14 novembre successivo, senza particolari note da rilevare. Qualche problema invece si riscontrò con la Seconda visita, quella relativa alle opere al civile, eseguita il 26 maggio 1909 in quanto le opere relative al muro di cinta ed alla portineria di ingresso non erano ancora terminate. Questo piccolo intoppo rallentò l’iter procedurale della costruzione di qualche settimana: la Seconda visita suppletiva fu infatti eseguita il 3 settembre successivo, dopo aver risolto la questione relativa al muro di cinta.

Il villino, ormai classificato come “abitazione signorile”, fu oggetto della Teza visita, quella sanitaria, in data 30.08.1910, con la quale si concedeva finalmente l’abitabilità ai locali – del resto occupati – ad eccezione della portineria.

È interessante osservare come il laborioso procedimento previsto dal Regolamento Edilizio, che prevedeva due visite tecniche ed una, l’ultima, sanitaria, prima di poter rilasciare l’abitabilità dei locali, conservasse una certa discrezionalità: il 23 febbraio 1910 fu infatti notificata al sig. Guggi l’ingiunzione di alcune opere da eseguirsi “nel perentorio termine di giorni 15” e consistenti nella  richiesta di pavimentare “in acciottolato la parte del suolo del cortile corrispondente al sottogrondio dei fabbricati per una larghezza di m. 2”. Sorprendentemente tale ingiunzione fu respinta dall’ing. Chierichetti con una lunga risposta che merita di essere riportata integralmente:

“                      Milano 10 marzo 1911

On. Giunta Municipale d Milano

                       Il sottoscritto Ing. Carlo Chierichetti avente domicilio in Milano via D. Crespi n. 2 in rappresentanza e per incarico del sig. Giuseppe Guggi, proprietario della Casa in Milano via Washington n. 11, in relazione alla Ingiunzione Sanitaria 1101416/5812 del 1909 Rip. IX notificata il 25/2 c. a. fa osservare che la ubicazione della Palazzina, nel centro dell’area destinata tutta e sistemata a giardino, è tale da sconsigliare in modo assoluto la ingiunta pavimentazione lungo il perimetro del fabbricato per una zona di metri due di larghezza – ciò corrisponderebbe a sopprimere i due fianchi del giardino ed a togliere ogni ragone al progetto di Villino – si fa osservare che con speciale intonaco e provvedimenti all’uopo furono resi impossibili gli infiltramenti di umidità attraverso i muri del fabbricato, ottenendosi pure un pronto scolo delle acque, provvedimenti che furono suggeriti dalla destinazione signorile del Villino, esclusivamente occupato dal proprietario Sig. Guggi e che mirano ad ottenere gli scopi dell’art. 47 del Regolamento di Igiene. Si nutre pertanto fiducia che questa On. Gunta, una volta accertata lo stato delle cose, non vorrà insistere nela ingiunzione surriferita.

            Con osservanza,

                                   dev. Ing. Carlo Chierichetti”.

Non è dato sapere, per ora, chi infine ebbe l’ultima parola: il Comune o l’ing. Chierichetti?

(Villa Guggi, via Giorgio Washington 11 – α 1908-09 – ✝ 1943)




[1]Lettera del sig. Guggi datata 7 luglio 1908. Il disegno allegato delimitava solo una parte del lotto di proprietà, con un rettangolo di dimensioni 40,00 m di profondità per 24,00 di larghezza verso via Washington.

Villa Ferretti

Il casuale ritrovamento di una foto-cartolina raffigurante questa villa, localizzata a Milano ma priva dell’indirizzo esatto, mi portò ad una gustosa ricerca che, per fortuna, si concluse felicemente e mi spinse ad indagare intorno alle sue scarne vicende.

La domanda di nulla-osta per la costruzione di un nuovo fabbricato ad uso abitazione, situato tra via Benedetto Marcello e via “Boscovic”, risale al 9 maggio 1921, proprietario il sig. Antonio Ferretti[1] e Direttore dei Lavori l’ing. Attiilio Gelpi. Questa è la succinta descrizione riportata nella domanda conservata in Archivio Ornato Fabbriche:

““Palazzina a due piani fuori terra con torretta con unita porteria e garage. Le murature saranno in mattoni. I soffitti con orditure miste di ferro e materiale in cotto oppure in cemento armato. La scala principale sarà in marmo; la scala di servizio in beola. Nel complesso la costruzione sarà eseguita colle buone regole dell’arte”.

La descrizione non rende giustizia ad un progetto che pare coerente con le ambizioni di un giovane industriale in ascesa, che evidentemente intendeva realizzare una casa degna del proprio nome. L’ingresso principale sarebbe avvenuto verso via Benedetto Marcello, attraverso un cancello asimmetrico che distribuiva a destra la palazzina principale ed a sinistra, appoggiata al fabbricato adiacente, la dependance, collegate da un portico. L’ingresso pedonale, in asse con il portico, conduce permette di accedere al piano rialzato o, in alternativa, immediatamente al piano superiore attraverso la scala padronale, dalla forma curvilinea. La distribuzione planimetrica del piano è piuttosto elaborata, in modo da collocare i servizi verso il piccolo cortile sul retro, e le camere principali verso via Benedetto Marcello e via Boscovich. Una seconda scala ,di servizio, permette di accedere anche al piano sotterraneo ed alle stanze del piano primo; la struttura portante della palazzina, evidentemente in muratura di mattoni pieni, non permette particolari variazioni planimetriche e  pertanto l’unico  tema di un certo interesse è rivestito dall’asse longitudinale che riporta al portico di ingresso con il collegamento alla dependance. Si tratta comunque di una costruzione ampia, dotata di numerose camere variamente distribuite e dotate di servizi igienici. L’assenza di un vero e proprio giardino costringe la palazzina a rivolgere i propri elementi scenografici unicamente verso le strade, attraverso il portico curvilineo al piano rialzato ma sopratutto attraverso la tradizionale torretta coperta, che negli anni Venti risultava una testimonianza non propriamente moderna.

La villa nel suo insieme è articolata volumetricamente, organizza intorno alla torretta ed al portico i vari elementi che la compongono, senza una particolare varietà e con una ordinata compostezza adeguata allo status richiesto dalla committenza. Le decorazioni sono estratte dal repertorio classico, con radi elementi eclettici non particolarmente vistosi. Nel complesso un insieme piacevole, serio ed appropriato per l’immagine che un capitano d’industria, futuro cavaliere e commendatore, voleva dare di sé nella Milano del primo dopoguerra.

Il progetto fu approvato dalla Commissione Igienico-Edilizia il 1° giugno, a condizione che fossero modificate le mensole con “animali” – curioso tocco esotico – e l’altezza del fregio al piano primo.  Il nulla-osta fu rilasciato il 5 luglio 1921.

La Prima visita, relativa al completamento delle opere al rustico, fu richiesta il 5 settembre 1921 dal Ferretti e probabilmente eseguita dopo qualche settimana. La Seconda visita, relativa al completamento delle opere al civile, fu richiesta sempre dal Ferretti il 22 giugno 1922 ed eseguita il 22 agosto dello stesso anno; in questa visita si rilevarono un paio di difformità rispetto al progetto originario, quali il garage ed una latrina, oltre ad alcune opere ancora non terminate.

Il 27 settembre 1923 lo stesso proprietario fece domanda di visita per l’abitabilità; il verbale positivo del 6 novembre 1923 permise il rilascio del nulla-osta di occupazione dei locali – comunque retroattivo a partire dal 29 settembre precedente.

Anche se esula dagli scopi di questo scritto, pochi anni dopo la conclusione dei lavori, la villa fu oggetto di una… visita particolare da parte di ignoti ladri, che nella tarda serata del 10 marzo 1928 penetrarono al suo interno nonostante la presenza della famiglia, prelevando denaro e valori per un totale di poco più di L. 75.000[2].

(Villa Ferretti, via Benedetto Marcello 16)




[1]Antonio Ferretti, figura di spicco nel panorama industriale italiana dalla fine della Prima Guerra mondiale, nacque a Gavardo, in provincia di Brescia, il 16 novembre 1889. Una breve biografia si può rintracciare qui: https://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-carlo-ferretti_(Dizionario-Biografico).

Negli anni Trenta commendator di San Gregorio Magno, Antonio Ferretti era presidente della “I.N.C.I.S.A”, Industria Nazionale Compensati, Impiallacciature, Segati ed Affini, con stabilimento e produzione a Lissone, sede legale via Tazzoli 4 a Milano. Cavaliere del Lavoro dal 28 ottobre 1936, ricopriva cariche anche della Soc. An. Scotti & C. di Monza ed in altre società. Morì improvvisamente a Milano il 4 novembre 1955.

[2]Pari a poco meno di € 70.000 odierni.  La cronaca del furto si può ritrovare nel Corriere della Sera del 12 marzo 1928, “Un audace fulmineo furto in una villa”, in cui però è indicato erroneamente il civico 36 al posto del 16.