Villino Galbiati

Villino Galbiati, 1900 circa.

“L’ultima costruzione eretta in quella località è il villino eseguito dall’architetto Enrico Zanoni per incarico del signor Guido Galbiati. Di questo villino, che ci pare un notevole saggio dell’indirizzo architettonico cui abbiamo ora accennato, diamo qui sopra le piante e nella tavola XIV la veduta prospettica. Il villino sorge quasi in testa alla via Donizzetti, in angolo fra questa e la via Pompeo Litta, ed è veramente a deplorarsi che la vicinanza immediata del quartiere popolare di Porta Vittoria faccia sentire più stonato il contrasto fra gli intendimenti artistici di quella nuova costruzione ed il carattere utilitario delle fabbriche vicine.

Il problema decorativo postosi dall’architetto Zanoni era, sotto un certo punto di vista assai difficile perchè -adottato il concetto di sviluppare la nuova costruzione con un carattere medioevale –  si correva, più che con altro stile, il pericolo di cadere, poco o tanto, nelle volgari e stentate composizioni di altri tempi. Ma l’indirizzo dei moderni studii architettonici, i quali, con una seria analisi degli elementi caratteristici dei varii stili tendono a riportare la riproduzione dell’antico su una via più giusta e più coscienziosa – indirizzo che noi a Milano per dire il vero abbiamo visto segnato più che dai professionisti militanti da alcuni signori appassionati cultori di belle arti – ha fatto sì che lo Zanoni, giovane allievo di una scuola che ha mostrato di saper seguire con profitto una così giusta evoluzione, riuscisse se non forse in tutto, per la massima parte almeno ad evitare il pericolo più sopra accennato”[1].

L’onore di un articolo su una rivista che sarebbe diventata poi prestigiosa costituisce una preziosa e precisa testimonianza di un periodo intermedio, di transizione, nel quale l’esaurimento degli stili eclettici tratti dalla storia non era del tutto compiuto e di là da venire il “nuovo stile” che, per poco tempo tutto sommato, ne avrebbe preso il posto. Lo stesso Enrico Zanoni, architetto, avrebbe poi dimostrato ampiamente il proprio talento in quella direzione; per il momento comunque lo vediamo cimentarsi in un’ambito storicistico con risultati interessanti.

Il sig. Guido Galbiati, industriale, titolare della ditta Galbiati Guido & C., fabbricante di veli e tulle, il 17 febbraio 1891 fece domanda per la costruzione di una villa tra via Enrico Dandolo e via Pompeo Litta[2]. Una villa imponente, con tanto di torre d’angolo: un castellino, massiccio nelle proporzioni e non ingentilito nelle proporzioni e nelle decorazioni tratte dal medioevo. Ritratta di qualche metro dal filo stradale, presenta una cancellata particolarmente elaborata. Così la descrive lo stesso Zanoni, presumibilmente, nella domanda al Comune:

“La villa sarà costrutta in arretramento al filo stradale come da pianta generale presentata e la proprietà sarà chiusa dalle vie con una cancellata di m. 3 dal piano stradale avente pilastri di m. 0,50 e zoccolo di m. 1,00. Avrà due porte d’accesso verso via Enrico Dandolo uno di m. 3,50 l’altro di m. 7,50 da chiudersi con una cancellata mobile. I materiali tanto per i portanti che per lo zoccolo  saranno pietra di Mappello pietra di Quinzano e mattone a vista. La villa sarà pure fatta di codesti materiali e il primo pianto sarà stabilito e dipinto ed avrà la gronda sporgente di m. 1,00 dal muro frontale in legno di larice. La copertura sarà in legno comune. Lo spazio non fabbricato dalla proprietà sarà tenuto a giardino”.

Stupisce che la descrizione proceda dalla cancellata verso la villa e non viceversa, ma tant’è. L’elaborata planimetria della villa, così come appare dai disegni allegati alla domanda, è piuttosto macchinosa, con molti accessi e scale, mentre i locali sono particolarmente alti, anche per gli standard dell’epoca, intorno ai 5 metri per piano. I prospetti sono indubbiamente la parte più bella, anche se l’impressione generale che permane è quella di un edificio apparentemente sovradimensionato per una piccola via di quartiere residenziale milanese; forse sarebbe stato più a proprio agio in qualche collina presso un lago. L’articolazione volumetrica è comunque gustosa al di là del carattere un poco greve dell’insieme.

Il 26 febbraio 1891 il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia, anche se solo una paio di mesi dopo, il 29 aprile, ebbe luogo la consegna dei punti fissi. I lavori dovettero procedere con ritmo tranquillo se solamente il 14 settembre il capomastro Olindo Tognola[3] richiese la prima visita per i lavori al rustico; visita che fu eseguita dopo circa un mese ma che, purtroppo, non ebbe esito positivo a causa di un “locale di passaggio” nell’ammezzato con due locali con altezza non regolamentare. Al di là delle motivazioni che avevano fatalmente portato ad una configurazione contraria ai regolamenti del tempo, ciò che è interessante osservare è che quegli spazi, di altezza pari a 2,7 m – oggi assolutamente abitabili – erano necessari per l’attività lavorativa del Galbiati[4].

In ogni caso i lavori proseguirono: il 9 febbraio 1892 fu richiesta dal capomastro la Seconda visita al civile, che fu eseguita il 20 febbraio, mentre per l’abitabilità si dovette attendere a lungo, fino ai primi di novembre del 1892.

Villa Galbiati sopravvisse al secondo conflitto mondiale, ma la sua demolizione avvenne probabilmente nei primi anni Cinquanta.

(Villa Galbiati, via Pompeo Litta 1 – α 1891-92)




[1]G.M., “Il villino Galbiati” ne “L’Edilizia Moderna”, anno II, fascicolo II, marzo 1893.

[2]Prot. Gen. 9977, Rip. IX 624, del 17.02.1891.

[3]Nel volume “Guida commerciale ed industriale della Lombardia”, Milano, s.d. ma presumibilmente del 1906, figura un architetto a nome Olindo Tognola.

[4]A riguardo si legga la comunicazione inviata in data 14 ottobre 1891 come risposta al verbale della Prima visita. La questione fu risolta trasformando il locale in una loggia: “In merito al soppalco di cui all’annotazione nel rapporto di 1^ visita ed all’istanza N. 69010 si riferisce che il piccolo locale da esso tramezzato venne ridotto superiormente a loggia per collocamento modelli da pittore e la parte inferiore a passaggio”.

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Villini economici a San Siro

Piazzale Buonarroti, 1910 circa. Foto Osvaldo Lissoni.

In data 1° luglio 1889 si riunirono, in una area a sud della piazza d’Armi, l’ing. comunale ed il rappresentante della Società Fondiaria Milanese, nella persona dell’arch. Luigi Broggi, per la consegna dei punti fissi necessari per il tracciamento di quattro fabbricati. L’operazione, per la quale fu redatto un puntiglioso verbale, aveva naturalmente una certa importanza, soprattutto in considerazione del fatto che la zona compresa tra il borgo intorno a San Pietro in Sala e la piazza d’Armi era completamente inedificata: il risultato fu la prima configurazione del futuro piazzale Michelangelo Buonarroti, a quel tempo nel Circondario Esterno della città di Milano.

Ma procediamo con ordine. L’arch. Cav. Luigi Broggi indirizzò una lunga comunicazione al Comune di Milano per illustrare il progetto, che merita essere trascritta e riportata:

“Mi pregio presentare a codesta Onorevole Giunta, per conto ed incarico della Società Fondiaria Milanese, il progetto di n. 8 Villini economici con giardini da costruirsi sul gran viale che dal corso Vercelli conduce alla nuova piazza d’Armi e all’Ippodromo di S. Siro – e precisamente nella località indicata nell’unita planimetria. I villini sono uniti a due a due sul tipo delle casine inglesi per impiegati e professionisti sorte recentemente nei nuovi quartieri intorno a Londra. Le costruzioni saranno dirette dal sottoscritto ed eseguite dal Sig. Cap. Binda. Nella lusinga che nessuna difficoltà verrà elevata da codesta Onorevole Giunta per l’approvazione del progetto, mi rassegno.

Milano, 9 maggio 1889”.

Il “Nota Bene” del giorno successivo specifica quanto segue:

“Unisco il disegno dei villini tipo A e tipo B. Quanto alla facciata posteriore essa sarà identica alla principale. In ordine poi alle intenzioni della Società Fondiaria per le fabbriche che eventualmente sorgessero dietro i villini mi pregio fare a nome della Società stessa la seguente dichiarazione. L’intenzione è di continuare nella costruzione di villini e fare un vero quartiere speciale – ma se mai dovessero sorgere fabbricati alti si concederà non solo ma si prescriverà che questi abbiano a risvoltare verso i villini e quindi verso la piazza le facciate verso le vie colle relative aperture senza vincoli né servitù di sorta tranne quella di star lontani colla fabbrica m. 1,50 dalla cancellata dei villini”.

Il progetto di villini bifamiliari – previsti nelle due tipologie “A” e “B” – nel “nota bene” aggiunto dallo stesso Broggi, avrebbe voluto costituire l’incipit di uno più esteso, in modo da creare un “quartiere di villette” per la classe media. Le due tipologie “A” e “B” erano planimetricamente identiche e si distinguevano solamente per le diverse finestre – quadrangolari nell’una, a tutto sesto nell’altra – e per le relative cornici e decorazioni. Collocate simmetricamente rispetto al futuro piazzale, in modo da configurarsi come propilei di accesso alle varie strade ancora di là da venire, le costruzioni non mancano di una certa dignità pur nelle limitate dimensioni.

Planimetricamente i villini sono molto semplici: al piano terreno è previsto un ingresso con la scala che conduce al piano superiore ed a quello sotterraneo, con accesso verso i due locali su strada ed i due verso retro; il piano primo ripete lo schema, con la differenza di un servizio igienico.

Il progetto fu approvato dalla Commissione igienico-edilizia in data 4 giugno 1889; il nulla-osta da parte del Comune, espletate le consuete verifiche, seguì a ruota.

L’inizio dei lavori era stato comunicato dal capomastro qualche giorno dopo, il 7 giugno:

“Il sottoscritto Angelo Binda capomastro notifica a codesta Onor.le Giunta Municipale che con lunedì 10 corrente mese darà principio alla costruzione di quattro villini economici per conto della Società Fondiaria Milanese da erigersi sul Piazzale Ottagono presso la nuova Piazza d’Armi dietro S. Pietro in Sala, in relazione all’approvazione del progetto di costruzione dell’architetto Cav. Luigi Broggi”.

I lavori procedettero speditamente ed in data 3 ottobre 1889 il capomastro Binda richiese la Prima visita, per il completamento dei lavori al rustico, che fu eseguita il 21 ottobre. La Seconda visita, relativa alle opere al civile, fu invece richiesta il 19 dicembre 1889 ed eseguita il 7 gennaio 1890. Questa volta, tuttavia, fu rilevata qualche difformità apparentemente di poco conto intorno alle finiture rispetto al progetto che, per quanto possa sembrare anomalo, comportò il ritardo nel rilascio dell’abitabilità, che slittò di qualche tempo[1].

In ogni caso i locali furono giudicati abitabili dal 24 aprile 1891.

Essi avrebbero costituito, insieme alla successiva Casa di Riposo pei musicisti, la cornice, bassa, elegante ed uniforme, di quello che sarebbe poi diventato piazzale Buonarroti, finché, uno ad uno – l’ultimo pochi anni fa – non furono opportunamente demoliti. Se qualcuno mi chiedesse quale sentimento mi spinge a ricordare tutto questo non direi amore – ma è qualcosa che evidentemente ci va molto vicino…

(Villini economici a San Siro, piazzale Buonarroti 1-3, 2-4, 6-8, 7-9, α 1890-91 – ✝ dal 1950 circa in poi)


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[1]Il 10 maggio 1890, il Sindaco intimava entro trenta giorni di pavimentare con legno i piani terreni dei villini. La Società Fondiaria rispose che la ragione della mancata posa del parquet fu che i quattro “casini” si trovavano in aperta campagna e pertanto sarebbero stati costantemente “bagnati” nonostante fossero dotati di piano cantinato rialzato rispetto al terreno. Parimenti, il Sindaco intimava poi di rivestire entro trenta giorni esternamente lo zoccolo dei muri di cinta. Questi fatti ritardarono la conclusione dei lavori. Anche il verbale di Terza visita, datato 24 aprile 1891, rilevò la difformità delle pavimentazioni al piano terreno ma la giudicò congrua rispetto alla destinazione.

Il Villino Carozzi e il Garage Chierichetti

In data 1° agosto 1898 fu presentata domanda per la costruzione di un “fabbricato in via Carroccio” a nome del sig. Agostino Carozzi, con l’ing. Carlo Vanini ed il capomastro Augusto Zucoli. I disegni, obiettivamente piuttosto avari di informazioni, sono giudicati “deficienti” dalla Commissione Igienico-Edilizia – con un termine squisitamente ottocentesco – in quanto privi di tutte le informazioni necessarie per comprendere l’oggetto del progetto; è vero che il fabbricato, previsto a due piani, con un corpo di fabbrica singolo distribuito con una scala esterna, era oggettivamente molto semplice, privo di decorazioni e di qualsiasi velleità architettonica. In ogni caso i disegni furono integrati come richiesto e successivamente approvati dalla Commissione in data 22 settembre 1898.

Al tempo del progetto, il lotto di costruzione di costruzione del futuro civico 4 di via Carroccio era rappresentato completamente inedificato; pare pertanto curiosa la scelta di collocare la costruzione in fondo all’area e non piuttosto in posizione centrale o presso la sede stradale. La spiegazione risiede probabilmente nella scelta del proprietario sig. Agostino Carozzi, che era titolare e proprietario della Società Anonima Carozzi, il cui “stabilimento per tessuti elastici, tiranti per calzature”, attivo da mezzo secolo a quel tempo, era situato in via Olona 5, proprio adiacente al lotto di via Carroccio.

Il capomastro Zucoli fece richiesta della prima visita, per il completamento delle opere al rustico, con una lettera datata per errore al 23 giugno 1898 – prima della presentazione della domanda di licenza! – e corretta a mano ma in maniera illeggibile. In ogni caso, la Prima visita si svolse il 1° ottobre 1898, pertanto è da presumere che la richiesta risalisse almeno al mese precedente: tempi davvero ristretti anche in relazione delle dimensioni contenute del fabbricato. Nel corso dei lavori si invitò l’ing. Vanini a provvedere al collegamento degli scarichi con la rete fognaria comunale, presente in via Carroccio, piuttosto che al pozzo nero previsto originariamente. La casa invece risulta sprovvista di acqua potabile dell’acquedotto e fornita di sola acqua sorgiva “apparentemente buona”.

La Seconda visita, per le opere civili, fu richiesta dallo Zucoli il 15 novembre 1898 e verbalizzata quindici giorni più tardi, senza particolari osservazioni. La visita per l’abitabilità, sollecitata il 23 marzo eseguita il 4 aprile del 1899, non rileva problemi particolari, a parte l’assenza del “mondezzajo” e del “numero anagrafico” – facilmente risolvibili – ma soprattutto la questione di qualche mancato pagamento daziario, che evidentemente si trascinava da mesi.

In archivio purtroppo non sono conservate le pratiche relative al fabbricato, evidentemente ancora non costruito nel 1899, ma indicato nella tav. 2 della “Pianta di Milano coll’indicazione dei piani di ampliamento e regolatori esecutivi” del 1903[1], situato verso via Carroccio e che avrebbe assunto infatti il “numero anagrafico” 4; la casa pertanto deve essere stata edificata tra il 1899 ed il 1903.

La casa risulta comunque esistente alla data del 28 giugno 1905, quando il capomastro Abele Ciapparelli fece domanda di licenza edilizia, per la proprietà Chierichetti, per la costruzione di un “garage” nel cortile della casa medesima. I disegni allegati rappresentano un locale unico quadrangolare molto semplice, con due aperture verso i due lati liberi; i prospetti illustrano una costruzione dal carattere tipicamente floreale, con paraste a bugnato e due archi a tutto sesto ribassati, di cui uno destinato all’accesso della piccola autorimessa, il secondo di una finestra. Il garage si appoggiava ad una costruzione già esistente, di cui riprende le linee stilistiche e le proporzioni.

Il 15 ottobre 1905 il cap. Ciapparelli fece domanda di licenza di occupazione del “garage” ormai terminato nel cortile della casa di via Carroccio 4. La CTC del 1946 mostrano che l’intera area fu oggetto di incursioni aeree durante la guerra e che tutti gli edifici subirono danni, più o meno gravi e che furono successivamente demoliti; la nuova costruzione del civico 4 di via Carroccio risale al 1957.

(Villino Carrozzi e Garage Chierichetti, via Carroccio 4 – α 1898 – ✝ 1957)




[1]Mappa delle Arti grafiche A. Bertarelli e C., Milano, 1903.

Villa Arienti Cavalli

Villa Arienti Cavalli piazza Gian Lorenzo Bernini 3 Milano

Il 30 gennaio 1925 i coniugi Remo Arienti, capomastro, ed Aquilina Cavalli, residenti in via Gran Sasso 28, presentarono richiesta di nulla-osta relativamente ad una nuova costruzione per civile abitazione; direttore delle opere risulta l’ing. Fausto Colombo, anche se è probabile che il progetto abbia visto un ruolo piuttosto attivo anche da parte del proprietario ed esecutore dei lavori medesimo. La domanda indica come indirizzo il civico 33, ma con punto interrogativo accanto, di via Sansovino angolo via Vanvitelli e descrive l’intervento come un “fabbricato a due piani, rialzato e primo, con sotterranei (h. 1,50) fuori terra, eseguita in muratura di mattoni. Soffitti in cemento armato a codesto sotterranei [sic] in poutrelles e tavelloni gli altri. Tetto coperto in tegole marsigliesi”. Descrizione, come si vede, eminentemente tecnica, senza alcun riferimento di altro tipo.

Il progetto approvato dalla Commissione igienico-edilizia in data 13 marzo 1925 presenta una tavola unica con vari disegni in cui spicca soprattutto una prospettiva piuttosto drammatica, che rappresenta il piccolo edificio come se fosse un palazzo barocco: tale è l’impressione data dai volumi laterali sporgenti rispetto al corpo centrale, arretrato a formare una corte aperta, loggiata e balconata; al di là delle decorazioni risulta piacevole il contrasto tra la linea poligonale dei corpi di fabbrica e la balconata curvilinea, sostenuta da colonne binate, che pare schiacciata dalla pressione insostenibile dei lati: un esercizio stilistico, indubbiamente, dal sapore manierista che tradisce la volontà del giovane professionista di mostrare le proprie capacità? La pianta del piano terreno conferma questa impressione neo-barocca con la simmetria centrale, la doppia scalinata curvilinea per l’accesso al piano rialzato e la scalone ovale interno, che però distribuisce solamente il piano superiore, giacché gli ingressi dei due appartamenti simmetrici del piano rialzato sono invece ai lati estremi, uno in via Sansovino e l’altro in via Vanvitelli. Il nulla-osta relativo al progetto fu concesso e notificato in data 1° maggio 1925.

Una  comunicazione priva di data, inoltrata al Comune, da parte del capomastro e proprietario, Remo Arienti, rende noto di un paio di limitate varianti che interessano anche la parte centrale del prospetto. La Commissione igienico-edilizia riguardo rileva con data 19 giugno la necessità di rispettare le dimensioni dei locali come previsto dal vigente Regolamento edilizio; qualche giorno dopo, il 28 giugno 1925, la Commissione approva la variante relativa allo spostamento dei servizi igienici e ad una modifica alla facciata, mediante la realizzazione di un arco sostenuto da due colonne, leggermente curvilineo, verso piazzale Bernini e lo spostamento conseguente in avanti della balconata: si perde in questo modo l’originaria tensione manierista per una soluzione semplificata: se l’abbandono dei pilastrini binati a sostegno della balconata presso la scala esterna, eccessivamente pretenziose per il tipo di fabbricato, alleggerisce considerevolmente la struttura, la realizzazione dell’arco di ingresso scioglie la tensione tra i due volumi laterali e la stempera in una morbida e dolce curva, che permette tra l’altro di recuperare un ulteriore locale sopra l’ingresso. Un’opera di normalizzazione, pertanto, non priva comunque di qualche punto meno riuscito, come il contatto tra i volumi laterali e la balconata, che ha il sapore proprio di un’aggiunta successiva ad un progetto già eseguito.

Le planimetrie variate sommano otto locali al piano terreno e dieci al piano primo, distribuite con tre scale in modo da garantire evidentemente la massima elasticità possibile per un fabbricato di dimensioni complessivamente limitate: due unità immobiliari al piano terreno ed una molto grande, divisibile in due, simmetricamente disposte in asse con la piazza, con giardino ed ingressi separati, uno in via Sansovino, uno in piazzale Bernini ed un altro in via Vanvitelli[1].

La Prima visita, relative alle opere al rustico, fu richiesta dal capomastro in data 31 agosto 1925 ed eseguita successivamente alla metà del mese di ottobre successivo. La Seconda visita, relativa alle opere al civile, fu richiesta il 4 febbraio 1926 e verbalizzata piuttosto tardi, solamente il 5 agosto. In data 11 giugno 1926 il capomastro fece regolare domanda di abitabilità della casa di civile abitazione “in via Sansovino < Vanvitelli con accesso da piazza Gian Lorenzo Bernini 3”. La II visita fu effettivamente eseguita il 5 agosto 1926, lo stesso giorno della III visita: non è chiaro se si tratti di una svista oppure se, di fatto, le due visite furono accomunate dato che i lavori erano probabilmente già terminati e gli intonaci in fase di asciugatura.

Il Nulla-osta di abitabilità fu infine rilasciato il 15 novembre 1926; l’invito a ritirare la Licenza di Occupazione è datato 20 novembre 1926 ed effettivamente risulta ritirata tre giorni dopo, il 23; a conferma di ciò risulta anche visita della vigilanza urbana del Mandamento Monforte il successivo 10 gennaio 1927. La sagoma della villa risulta ancora presente nella CTC del 1956, mentre non esiste più in quella del 1965: essa pertanto fu demolita tra il 1956 ed il 1965 e sostituita da un altro fabbricato.

(Villa Arienti Cavalli, Piazza Gian Lorenzo Bernini 3, α 1925-26 – ✝ 1960 circa)




[1]Quel tratto di via Vanvitelli corrisponde oggi a via Filippino Lippi.

Il Villino Capponago Dal Monte

Il 19 febbraio 1892 Edoardo Capponago Del Monte, ingegnere ferroviario, presentò a suo nome la domanda di licenza edilizia per una “nuova casa in via Vittor Pisani”, da erigersi all’angolo tra via  Vittore Pisani e via Alfredo Cappellini, dietro la vecchia Stazione Centrale. È necessario ricordare che nell’ultima decade del XIX secolo via Pisani era poco più di una vaga strada che si apriva in aperta campagna con rade costruzioni sparse, come confermano le mappe del tempo.

Non si conosce molto dell’ing. Edoardo, che è rintracciabile nella celebre Guida “Savallo” di Milano del 1884 come “ingegnere allievo” presso la Seconda divisione nella manutenzione e nei lavori presso la Stazione Centrale.  Ulteriori tracce confermano la carriera all’interno delle Ferrovie: l’ing. civile Edoardo, Capponago – come si firma nei documenti – o Caponago – come talvolta riportato altrove – Dal Monte, risulta negli elenchi della Milano di quegli anni come nobile cavaliere ed ispettore delle ferrovie, con residenza in via Bigli 21 ed una villa di proprietà a Magenta. La nomina ad ispettore capo riparto risale al 1901, pertanto è probabile che al momento della domanda di licenza edilizia l’ingegnere fosse agli inizi della propria carriera e dimorante al tempo ancora nel piazzale della Stazione n. 3 – che dovrebbe essere l’indirizzo di uno degli alberghi presenti.

La domanda non riporta i nomi del progettista, che coincide infatti con l’ingegner Capponago Del Monte medesimo, e del capomastro, specificati successivamente; in ogni caso il progetto risulta approvato dalla Commissione igienico-edilizia nella seduta del 3 marzo 1892. Come era consuetudine a quel tempo, pochi giorni dopo l’approvazione del progetto, il 10 marzo 1892 si riunirono l’ing. Capponago insieme al rappresentante ing. del Comune per l’identificazione dei punti fissi necessari per il tracciamento della posizione del piccolo fabbricato, che furono così descritti:

“La linea frontale dell’erigendo fabbricato verso la Via Vittor Pisani deve coincidere colla congiungente li zoccoli delle Case N. 2 e N. 12 della detta Via – Quella verso la Via Alfredo Cappellini deve coincidere con una parallela a m. 7.00 all’asse della detta via individuando in luogo dalle [incomprensibile, n.d.r.]  su due Capi Stabili in pietra murati nella massicciata della strada ed in tipo indicati colle lettere A e B”.  Con ottocentesca puntigliosità l’ingegnere comunale rileva infine le differenze di quota tra i punti fissi A e B, con le note relative alle varie pendenze necessarie per raccordare in angolo il dislivello, che qui ometto per brevità.

La “Descrizione dettagliata delle opere”, allegata al verbale e redatta con ogni probabilità dall’ing. Capponago medesimo, è invece  la seguente:

“Il fabbricato ad uso civile abitazione si compone di n. 2 piani, oltre le cantine e i solai, con n. 10 locali e n. 2 corridoi. Per la parte in fondazione verrà costrutta con scelto materiale e malta di sabbia viva e calce idraulica, e per la parte fuori terra con materiale esclusivamente nuovo e malta come sopra. Avrà zoccolo in granito rozzo, ed i contorni sulle luci di porte e finestre, nonché le cornici in vivo. Verrà costrutto secondo le migliori regole d’arte, e con assoluta osservanza delle prescrizioni edilizie emanate dalla suddetta Onorevole Autorità Comunale”.

Di un certo interesse è la descrizione, come se fosse una consuetudine nelle pratiche costruttive, di utilizzare per le fondazioni e le parti entro terra del “materiale scelto” usato, sicuramente recuperato da demolizioni e valutato ancora in buono stato – pratica del resto consentita dal Regolamento Edilizio.

Il disegno allegato alla richiesta di Licenza edilizia consiste in due fogli in scala 1:100 con la rappresentazione rispettivamente del piano rialzato con giardino e dei due prospetti “interni” ad est ed ovest insieme ad  una sezione trasversale ed una pianta del primo piano priva di indicazioni. I prospetti evidenziano un  villino molto semplice, con finestre a tutto sesto a piano rialzato e quadrangolari al primo piano – unico vezzo, una bifora in corrispondenza del portone principale. Un quadrangolo con muro maestro centrale diviso in vari locali, non particolarmente interessante dal punto di vista architettonico e distributivo ma certamente dignitoso ed in linea con le aspettative sociali di un giovane professionista di “buona famiglia”. Ulteriori disegni in scala 1:50 rappresentano con maggiore dovizia di particolari i prospetti verso strada, con un bugnato sporgente in corrispondenza degli spigoli e delle cornici del piano terreno, più leggeri invece nel resto del piano. Particolare è un elemento decorativo alla sommità del tetto, unico tentativo di ammorbidire un poco un impianto severo e rigido come una fortezza, che oltre ad un piccolo balcone in corrispondenza del portale, secondo tradizione milanese, che tuttavia era rivolto verso l’interno, su giardino.

In considerazione della posizione particolare, tra due strade, il piccolo fabbricato doveva svolgere comunque un ruolo urbano piuttosto rilevante, visivamente notevole; la scelta di evitare di collocare il portone su strada sembra suggerire una precisa volontà di ritrarsi, di chiudersi al mondo esterno. Del resto via Vittor Pisani nel 1892 era, di fatto, estrema periferia, a poche centinaia di metri dal confine daziario, con rade costruzioni in mezzo a terreni edificabili.

I lavori di costruzione procedettero speditamente: il 22 aprile 1892 l’ing. Capponago richiese la prima visita, al rustico, come previsto dal vigente Regolamento Edilizio Municipale; tale visita fu eseguita il successivo 3 maggio. Nemmeno un mese dopo, il 26 maggio, l’ingegnere richiese al Comune la Seconda visita, al civile, per il 31 successivo; doveva avere una certa fretta il nostro, tuttavia la Seconda visita porta la data dell’8 giugno: la costruzione viene  descritta come “ultimata” ad eccezione delle cancellate verso via Pisani e Cappellini e del pozzo nero ancora in costruzione. Tempi comunque piuttosto rapidi anche in considerazione delle dimensioni limitate del fabbricato; i tempi di asciugatura delle pareti richiedevano comunque lunghi tempi di attesa prima di poter prendere possesso dei locali, come da Regolamento edilizio vigente a quel tempo.

La domanda per richiedere la Terza visita necessaria per l’abitabilità è datata 1°dicembre 1892, ma fu completata tuttavia solamente il 7 febbraio 1893, dopo un periodo intercorso a fornire documenti necessari per il suo ottenimento[1]. L’abitabilità fu infine rilasciata dal Sindaco “previa esazione della tassa di lire 12.25” in data 27 marzo 1893, poco più di un anno quindi dal progetto iniziale

Non siamo per ora in grado di fornire una fotografia del villino, o, come si usava, una “foto – cartolina” con il proprietari orgogliosamente accanto al frutto di tante fatiche e danari; confido nella possibilità, prima o poi, di avere fortuna in questo senso. Il villino ebbe comunque una esistenza molto breve: dal 1893 al 1910 circa, quando l’area fu acquistata dalla Società Anonima Kodak per la costruzione della propria sede – ma questa, naturalmente, è un’altra cronaca edilizia.

(Villino Capponago Dal Monte, via Vittor Pisani 6 angolo via Cappellini, α 1892-93 – ✝ 1910)



I villini di via Monte Rosa

“Ogni volta che il pubblico milanese è chiamato da qualche avvenimento verso San Siro, una nuova, fiorente zona della città gli si rivela. Così i milanesi che trarranno in folla ad ammirare le audacie aviatorie di Pégoud potranno ammirare le nuove costruzioni di via Monterosa, vale a dire gli eleganti villini signorili provvisti di ogni moderno e desiderabile confort, che in quella posizione, fra le migliori della città, sono stati costruiti dall’impresa Motta e Barozzi, dal cui studio, in via San Vito 21, a Milano, si ottengono schiarimenti e preventivi gratis a richiesta”[1].

Audace invero era anche questa pubblicità occultata entro un anonimo breve, che magnifica oltre ogni misura una serie di villini a schiera, uno accanto all’altro, che ai nostri occhi moderni appaiono inverosimilmente sovraccarichi di ogni genere di decorazione, tratte da tutti i repertori stilistici. Archiviato ormai lo stile floreale, il recupero eclettico di tutti i linguaggi storici crea una pastiche a tratti grottesca nel suo horror vacui per il quale ogni frammento deve distinguersi da quello adiacente: interessanti come reperto, ma eleganti non diremmo più. Tuttavia il confronto tra la situazione odierna e quella che si presentava tra il 1914 ed il 1955 lascia comunque un po’ di amaro in bocca.

Il servizio fotografico di Ugo Zuecca – della mia collezione personale, visibile nella galleria in basso – con gli alberi spogli, probabilmente eseguita nel tardo febbraio o nel marzo 1915, riprende probabilmente il piccolo villaggio a fini pubblicitari, con il cartello dell’impresa bene in vista e talvolta la figura massiccia di uno dei soci, che immaginiamo collocare paziente la scritta qua e là aspettando lo scatto, immerso magari in riflessioni sulla speculazione edilizia in corso.  Via Monte Rosa al tempo non aveva veri e propri marciapiedi; il selciato non riusciva ad impedire al fango di accumularsi per ogni dove, come le cronache del tempo riportano abbondantemente: soprattutto le strade periferiche – e via Monte Rosa nel 1914 era ai margini della città – erano sommerse dal fango nei mesi invernali e dalla polvere nei mesi estivi.

Il villaggio era compreso tra le attuali vie Pellizza da Volpedo e via Filippo Carcano, a quel tempo ancora di fatto non esistenti: le Carte Tecniche Comunali del 1930 e del 1946 evidenziano otto villini, tutti con piccolo giardino retrostante, articolati in modo da sottolineare volumetricamente la propria identità sia pure all’interno di un linguaggio ecletticamente “unitario”: si ha così un insieme a modo suo armonico nella chiassosa costellazione di bifore, trifore, colonnine, sbalzi, inserti, bassorilievi. La collezione fotografica di Zuecca illustra sette degli otto villini; manca infatti l’ex civico 45 secondo la numerazione originaria (poi 57), forse non a caso indicato come l’indirizzo della “Motta e Barozzi” e quindi non disponibile alla vendita. L’Archivio della Camera di Commercio di Milano indica quale indirizzo ufficiale della ditta via San Vito 21, presso il Carrobbio; forse questa era la sede legale, mentre viale Monte Rosa 45 nel 1914 era stata scelta come abitazione da uno dei due soci dell’impresa edile.

Tragicamente superati già alle soglie della Grande Guerra, questi villini dovevano apparire grotteschi agli occhi dei milanesi dopo il secondo conflitto mondiale. L’ansia di realizzare ingenti profitti suggerì evidentemente la loro demolizione, giustificata naturalmente dalla  loro “immoralità” linguistica in piena epoca razionalista. La CTC del 1956 mostra già una situazione intermedia, con alcuni villini demoliti ed altri in attesa. Nel giro di pochi mesi comunque la loro esistenza sarebbe stato solo un pallido ricordo. Dopo averne cantato l’epicedio, esaminiamone le cronache edilizie grazie agli atti di archivio conservati presso l’Ornato Fabbriche dell’Archivio di Milano; è necessario premettere che, purtroppo, non tutti i documenti relativi alla progettazione e costruzione sono stati ritrovati: infatti non vi è traccia delle prime tre villette ex civici 37-39-41 – citate nell’articolo di giornale del febbraio 1914 – ma solamente delle cinque successive.

Il primo documento in ordine cronologico che è stato possibile reperire è la domanda di Nulla Osta per la realizzazione di “nuovi fabbricati uso 5 villette” in via Monterosa, come si scriveva all’epoca, ai numeri 55/63, progetto dell’ing. Agrati e costruttore gli stessi committenti Motta e Barozzi. La descrizione particolareggiata delle opere è la seguente:

“5 villette per abitazione civile a 2 piani compreso il terreno rialzato ed escluse le torrette, di comprensivi 40 locali esclusi i gabinetti i bagni i Wc. Fronte su via Monterosa arretrata per m. 2.00, 3.00 come dai disegni. Cancellata in ferro battuto che darà su filo stradale, le parti in arretramento, scale in marmo, riscaldamenti, ecc”.

La sintassi zoppicante e la punteggiatura disinvolta sembrerebbero indicare in uno dei due “patron” dell’impresa l’autore del breve scritto, che sembra un capitolato sintetico piuttosto che la descrizione di un progetto architettonico. Il Nulla Osta dal punto di vista del Piano Regolatore e dai vari uffici preposti dall’amministrazione del tempo è datato 18 novembre 1913, mentre il parere della Commissione igienico-edilizia è del successivo 3 dicembre, con qualche osservazione del presidente architetto Giovanni Giachi – nome che forse qualcuno ricorderà:

“Si approvano le piante. Nelle facciate la Commissione vorrebbe che venissero meglio rifinite le tre [villette] centrali onde ovviare nel futuro allo sconcio che ne verrebbe quando ad alcuna di esse venisse applicata una tinta diversa da quella delle altre”.

La preoccupazione della Commissione è comprensibile: i disegni mostrano infatti un insieme ad un tempo unitario e diversificato, nel tentativo di armonizzare linguisticamente il piccolo villaggio permettendone comunque la vendita a singoli proprietari; pertanto la parte centrale, costituita da parti simmetriche e ripetute, rischiava di apparire bizzarra qualora le varie proprietà in cui sarebbe stata suddivisa fossero state colorate diversamente in base alle proprietà. La risposta dell’impresa di costruzioni C.M. Motta e Barozzi non si fece attendere:

“16.12.1913.

Nei riguardi alle osservazioni fatta dalla spett. Comm. Edilizia per le tre villette centrali del progetto N. 9628 Rip. IX si fa notare che dette villette per la speciale policromia delle facciate non sono né possono essere ad alcun cambiamento da parte dei singoli proprietari che sono nei contratti di vendita reciprocamente obbligati alla conservazione integrale delle facciate. Inoltre essendo l’intonaco di cemento martellinato a tinta gialliccia non necessita di nessuna mano di tinta.

Era intenzione dei sottoscritti sui meriti di dette costruzioni mantenere un aspetto d’insieme e non eseguire tre fronti di diverso carattere che data la loro poca estensione non avrebbe a loro criterio avuto il migliore degli aspetti. Con ossequi, p. Motta & Barozzi”.

L’ingegner Carlo Agrati prende comunque atto delle modifiche da eseguire ed il nuovo progetto relativo ai soli numeri 55-57-59 è approvato dalla Commissione igienico-edilizia il 21 gennaio 1914. Tuttavia i disegni mostrano dei prospetti in parte diversi rispetto a quelli che saranno poi effettivamente realizzati; ad esempio, si prenda in esame il prospetto del civico 55, poi 43: un progetto neomedievale, con trifore e bifore, archi gotici polilobati ed a sesto acuto, inserti bicromatici ed una generosa proliferazione di cornici e decorazioni ad onore delle torrette. In ogni caso, il progetto questa volta ebbe esito positivo da parte della Commissione e fu rilasciato in data 5 febbraio 1914 Nulla Osta per le opere edilizie.Segue una comunicazione inviata dalla “Motta e Barozzi” al Comune di Milano datata 31 gennaio 1913, ma che con ogni probabilità risale al 1914, per richiedere la “prima visita” al rustico:

“On.le Giunta Municipale di Milano. I sottoscritti fanno istanza presso questa spett.le amministrazione affinché venga eseguita la visita del rustico delle erigende villette di via Monterosa ai civici numeri 55-57-59-61-61 A come progetto presentato N. 149.101 Rip. IX. Con ossequi

Motta & Barozzi”.

Tempi davvero troppo ristretti e non troppo sorprendentemente, infatti, il 9 febbraio seguente il verbale relativo comunica l’esito negativo del sopralluogo effettuato; probabilmente l’impresa aveva forse avuto degli inattesi ritardi durante i lavori nelle settimane invernali oppure non si aspettava una risposta così rapida da parte dell’ufficio comunale preposto. Tra l’altro il Nulla Osta seguente alla variante richiesta dalla Commissione Edilizia porta la data del 5 febbraio 1914 pertanto pare evidente che il tentativo, che ammettiamo in buona fede, dell’impresa di forzare un poco i tempi della burocrazia furono, per una volta, sbagliati.

Una seconda richiesta per la visita al rustico fu inviata pertanto in data 10 marzo 1914 ed il successivo 17 aprile fu finalmente eseguita da parte del tecnico comunale, questa volta con esito positivo. A distanza di pochi giorni è una comunicazione del 16 marzo 1914 piuttosto rilevante:

“I sottoscritti avendo durante durante [sic!] la costruzione del villino di via Monterosa civico N. 51 apportato varie modificazioni sia alle piante che alle facciate, ne domandano, prima della visita del civile, sanatoria al quale On.le Giunta si unificano all’uopo le piante ed una fotografia della fronte. Con osservanza,

Motta & Barozzi”.

Le successive visite al civile furono limitate ai vari civici presi singolarmente, giacché è probabile che i lavori proseguissero asimmetricamente nelle varie fasi del cantiere ma sopratutto per evitare ulteriori, inutili spese per sanzioni comunali come era accaduto per la visita al rustico; così ad esempio il 24 aprile 1914 risulta una prima visita al civile per il solo civico 43, più una suppletiva eseguita il 21 agosto successivo. All’interno del fascicolo, oltre ai disegni modificati, sono presenti due fotografie coincidenti con quelle in possesso dello scrivente, con la dicitura “stato attuale”, di cui una è proprio quella del civico 51 a dimostrazione che le villette a quella data erano, di fatto, tutte completate ormai almeno nelle parti esterne, giacché esse sono con ogni probabilità state scattate lo stesso giorno, intorno alla metà di marzo 1914.

È interessante osservare che le riforme delle facciate, che assunsero un vago sapore moresco, riguardarono alla stessa data del 16 marzo 1914 anche gli altri civici, come ad esempio il 49, come da altre domande firmate dai novelli proprietari. Piccole modifiche, regolarmente protocollate, riguardarono inoltre particolari soluzioni, ingegnose ma obiettivamente anomale, per la ventilazione dei locali adibiti a servizi igienici relativamente ai civici 45 e 49: si prevedeva infatti di aerare il locale del piano terreno mediante apertura zenitale collocata sul tetto, mediante un collegamento verticale piuttosto macchinoso.

Dopo la conclusione dei primi tre civici 37-39-41, evidentemente più o meno conclusi nel febbraio  del 1914, gli altri cinque furono terminati progressivamente dall’estate 1915 a quella del 1916, al di là delle varie difficoltà burocratiche riscontrate anche in relazione alla consueta “disinvoltura” con la quale le imprese di costruzioni si relazionavano con le autorità comunali. Il 16 marzo 1915 Motta e Barozzi ad esempio inviarono una breve comunicazione al Municipio per informare di aver eseguito alcune limitate varianti alle facciate dei civici 49 e 51, allegando semplicemente due fotografie – qui riportate insieme alle altre.

Nel corso del 1916 i lavori sono ormai completati: il 16 febbraio si richiede l’abitabilità del civico 49. Tuttavia è interessante osservare  che ad esempio il civico 51, che dalle foto risultava almeno esternamente completato sin dalla fine dell’inverno 1915, risultava ancora non occupato: la guerra in corso aveva probabilmente contribuito a rallentare i lavori ed a rendere più difficoltosa la vendita.

I villini sopravvissero alla Seconda Guerra mondiale, per essere, come accennato sopra, demoliti a turno intorno al 1956; la Carta Tecnica Comunale del 1956 infatti già mostra parte del complesso ormai scomparso. Rimane la curiosità di conoscere il tipo di vita che si svolgeva qui: piccola borghesia forse, ansiosa di legittimare socialmente il proprio status in proprietà autonome e riconoscibili.

(Villini Motta & Barozzi, via Monte Rosa 37-39-41-43-45-47-49-51 – α 1914-15 – ✝ 1956 circa)




[1]“Villini signorili verso San Siro” nel “Corriere della Sera”, 14 febbraio 1914, p. 5.